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    Predefinito 8 marzo - Festa delle DONNE

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    8 marzo - festa delle DONNE
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    DONNE MAZZINIANE

    di Mercedes Zamboni Guarnieri

    Le donne sono le mie avvocate presso Dio. Mentre gli uo-
    mini, i più almeno, ci gridano addosso, ci abbandonano e ci
    calunniano, le donne che ho conosciuto sono le più costanti
    verso di me...

    G .Mazzini

    Il fenomeno d'un movimento femminista, a carattere socia-
    le-politico, che sorge improvviso alla metà del secolo dicianno-
    vesimo in un'ltalia, ove, invero, non v'erano precedenti di
    «fronde» o di qualunque segno di attività femminile associata,
    s'impone non appena si consideri il mazzinianesimo.
    Ci si trova, nello studio di esso, a dover accordare una par-
    te preponderante alle donne, perche esse furono compagne di
    lotta intrepide, compagne di lavoro tenaci, compagne d'ideale
    fedeli a Mazzini.
    Come fedeltà, soprattutto, all'idea repubblicana, indubbia-
    mente superiori ai seguaci maschili. Per esse il motto della
    «Giovine Italia»: Ora e Sempre, fu veramente articolo di fede.
    Ed è per questo che dopo il'60, quando s'infittì il numero
    dei non saldi repubblicani che sbandavano verso la monarchia
    ed iniziavano la corsa alle cariche governative (Giuditta Sidoli
    li bollò subito: «hanno fatta l’1talia, e adesso se la mangiano!»),
    Mazzini ripose tutta la sua fiducia per il lavoro futuro nelle
    donne, come quelle che aveva conosciute incorrotte da ambi-
    zioni e interessi personali. Ad esse dice: «Voi donne, almeno,
    che avete sia l'intelletto, sia l'istinto dell'ideale, combattete per
    me». Ad esse verrà affidata l'azione organizzativa, di propa-
    ganda e di... recupero d'amici, come traspare dalle commo-
    venti frasi scivolate nelle lettere alla Giorgina Saffi-Craufurd e
    alla Jessie Mario-White, in cui chiede alle spose, sue fide allie-
    ve, notizie dei lunghi, pesanti silenzi verso di lui degli imme-
    mori o ipercritici sposi.
    Tutto il movimento mazziniano è come un bell'arazzo sto-
    rico,la cui trama robusta fu tessuta da menti, cuori, mani fem-
    minili: su questa trama, gli uomini intrecciarono gli storici epi-
    sodi che portano tanto di firme gloriose per la storia. Quelle
    spedizioni, quelle sollevazioni eroiche non sarebbero potute
    avvenire se ignote mani di donna non si fossero tese da ogni
    regione d 'Italia a diffondere le cartelle dei prestiti mazziniani e
    la stampa clandestina, non avessero offerto quanto avevano e
    mendicato l' altrui, non avessero guidato a salvamento chi fug-
    giva, chi esulava, chi cospirava.
    Come raccolse Egli sì folte e fedeli adesioni? 'Liberando le i-
    taliane dal complesso d'inferiorità (o di sfiducia) che le legava
    e dando loro coscienza di essere, con diritti e doveri, creature
    responsabili verso se stesse e la nazione.
    La donna italiana era al suo tempo indubbiamente intorpi-
    dita da secoli di lenta oscillazione fra casa e chiesa, senza mai
    la sveglia della scuola: la donna italiana che, colta ed onorata,
    aveva illeggiadrito i secoli dell'Italia comunale e rinascimenta-
    le, fu cacciata dalla scena sociale dalla controriforma e dal do-
    minio spagnolo.
    In Francia la rivoluzione aveva strappato la donna già ben
    più evoluta dai Salons, per sospingerla alla tribuna: la nostra e-
    roica Eleonora Fonseca Pimentel deriva da quel moto spiritua-
    le. Ma la rivoluzione non ebbe tempo in ltalia di scuotere lo
    spirito femminile, essendosi troppo presto impantanata nel
    cortigianesco regime napoleonico.
    Mazzini risvegliò veramente la mente della donna italiana,
    dandole coscienza del proprio valore umano e sociale, delle
    proprie esigenze di creatura pensante e volitiva. La giustezza,
    direi l'urgenza imperativa della sua riforma morale (che anche
    le sue dottrine politiche fanno parte della morale) era tale, che
    Egli riuscì ad un miracolo, credo mai più prodottosi in campo
    femminile: far lavorare insieme e d'accordo ad uno scopo co-
    mune donne di ceto diverso; di cultura, abitudini, capacità di-
    verse. Miracolo grandissimo, se si pensa che la stessa Carbone-
    ria e la Massoneria, che avevano accolto delle donne, non con-
    tavano che aggregate della nobiltà o dell'alta borghesia.
    Miracolo grandissimo se si pensa che le italiane per man-
    canza di ogni coscienza sociale, per desuetudine alla vita atti-
    va e tanto più al lavoro associato, erano creature l'una all'altra
    inaccessibili, quasi avversarie, vivendo ognuna nel bozzolo
    dei suoi piccoli interessi familiari, incasellate nella loro casta
    nobiliare o mercantile, etichettate addirittura secondo il mag-
    giore o minore credito paterno o maritale e nulla contando
    per se stesse.
    Ed allora dàlla prima domanda discende quest'altro inter-
    rogativo: qual'è l'origine spirituale e intellettuale ed anche po-
    litica del femminismo mazziniano?
    E' indubbio che Mazzini concepì l'alto concetto della don-
    na, avendo avuto innanzi ai suoi occhi l'esempio di una poten-
    te individualità femminile come quella di Maria Mazzini; la
    quale ha voluto sparire nella luce del figlio suo, ma anche per
    se stessa sarebbe stata donna da lasciare memoria di se.
    Inoltre fu proprio la spirirualità giansenista, che filtrò in
    Mazzini attraverso l'educazione della religiosissima Madre, a
    portarlo a considerare la donna-anima, la donna-individuo
    spiritualmente completo, in contrasto alla credenza d'origine
    paolina per cui la donna sarebbe un cristiano... di seconda clas-
    se; infine il suo lungo soggiornare all'estero, lo aveva posto a
    contatto con una «classe» femminile più evoluta, perche valo-
    rizzata, ed egli che conosceva le donne italiane non essere infe-
    riori per intelletto e per carattere alle loro sorelle inglesi e sviz-
    zere logicamente veniva ad addebitare alla oppressiva legisla-
    zione, all'ordinamento sociale arretrato, la scarsa parte che la
    donna italiana aveva nella nazione.
    La sua fomulazione intellettuale (in questo non italiana) lo
    portava a considerare la donna non puro strumento di piacere,
    ma soggetto d'amicizia e di commercio intellettuale.
    Egli aveva stima della donna, direi da uomo a uomo, non
    con quella irritante sfumatura di campatimento che hanno
    sempre gli italiani che si rivolgono alla donna come se parlas-
    sero ad un minore, spezzettando i loro sublimi pensieri, per-
    che possano essere digeriti dalle infantili menti femminili.
    Mazzini non fece mai della politica ad uso delle dame; ma pose
    ad esse innanzi in tutta la loro rude grandezza i problemi della
    nazione italiana da fare, il carattere del popolo da risanare, il
    livellamento delle enormi sperequazioni sociali e ovviamente
    la loro emancipazione come presupposto di tutto ciò.
    Le donne sentendosi stimate, presero fiducia in se stesse e,
    come avviene, mostrarono quanto di meglio giaceva in loro; a
    cominciare dalla tenacia, come dice la Belgioioso: «La leggerez-
    w, la incostana, la volubilità e la pieghevolezza della donna è diven-
    tata proverbiale. Eppure tengo per certo essere la donna la creatura
    piu’ tenace, la più costante, la più irremovibile nei suoi propositi».
    Ed infine v'era anche il movente politico nel suo femmini-
    smo: aveva gli esempi lontani e recenti che le rivoluzioni avan-
    zano se alla loro avanguardia corrono le donne: creature anti-
    conformiste, istintivamente giustiziere e pronte a buttarsi allo
    sbarraglio per la loro fede. Ottima stoffa a trarne delle rivolu-
    zionarie!
    Ed è per questo che del manipolo di donne mazziniane
    fanno parte non solo donne di eccezione, ma donne comunis-
    sime, che senza l'incontro mazziniano, avrebbero trascinato u-
    na vita banale e puramente vegetativa fra le loro ricchezze o
    schiacciate dalla loro povertà, comunque ristrette nei propri in-
    teressi personali.
    Mazzini, invece, ne fece degli individui sociali: le immise
    nella grande corrente dell'umanità che avanza, le fece ragiona-
    re in tono alto di libertà e di nazione e non più in sordina d'ac-
    quaio e di salotto. E mentre le donne comuni considerano i fi-
    gli prolungamento della loro carne e si preoccupano solo del
    loro benessere materiale, trascurandone lo spirito e la forrna-
    zione del carattere; inculcando loro l'idea che la felicità sia di-
    ritta e quindi scopo della vita, addestrandoli a raggiungerla ad
    ogni costo: con l'accomodamento, con l'astuzia; impartendo la
    cosiddetta «educazione al successo», le donne della «Giovine
    Italia» veggono attraverso la carne, lo spirito dei loro figli e
    questo mirano ad educare virilmente al dovere, al sacrificio, al-
    la fedeltà, al disinteresse.
    Colei che ispirò le idee base di tale moralità a Mazzini è
    sempre la Madre sua. Maria Mazzini, temprata di rigorismo
    giansenista, allevò il figlio non a sfuggire, ma ad affrontare l'in-
    felicità. Ella pensava che se il figlio aveva avuto da Dio qualità
    altissime, doveva rendere all'umanità per quanto aveva rice-
    vuto. Non lo considerò mai suo genere di conforto; mai gli dis-
    se «torna; hai fatto abbastanza; sono vecchia, voglio morirti fra
    le braccia» , che anzi lo sospinse sempre più sulla via della lotta
    «sei nel giusto -gli ripete -persevera». E dice: «Ringrazio Dio
    giorno e notte per avermi dato un tal figlio».
    D'animo a lei vicino è la bella, intelligente, intrepida Giu-
    ditta «donna rara per purezza e costanza di principi». Ella ri-
    nunzia ad essere la sposa del Capo della «Giovine Italia», per
    non tradirlo, facendogli tradire il suo destino, che era di com-
    pleta dedizione all'Italia. Viene in Italia per i figli, ma non posa
    inattiva accanto ad essi: più che preoccuparsi delle loro pappi-
    ne, ella vuole che essi possano vivere in una nazione libera, e
    continua l'azione cospiratoria.
    Suo figlio andrà a difendere la Repubblica Romana, come il
    figlio di un'altra donna giovanilmente amata da Mazzini: Ade-
    le Zoagli-Mameli.
    Le vite di queste patriote erano il miglior esempio educati-
    vo per i figli e così i figli delle cospirahici: Bonizzoni-Perlasca,
    Teresa Kramer-Berra, della Mallegori-Sozzi, della Casati, della
    Nathan andarono a combattere per quell’Idea per la quale a-
    vevano lottato le loro Madri. Queste donne, dunque, non si re-
    stringevano a badare ai «casi loro» come fanno in ogni epoca i
    «benepensanti»: erano creature sociali che badavano anche ai
    casi della nazione dove avrebbero dovuto vivere i loro figli e
    trascuravano sdegnosamente i casi loro: sacrificando salute,
    ricchezze, posizione e amore e pace e vita.
    Per esse il culto della libertà non fu come un servizio d'uffi-
    cio che ad una certa ora si lascia per tornate in seno alla cara
    famiglia; fu dedizione e servigio di ogni ora della vita.
    Sarebbe interessante (se vi fosse spazio) studiare quale fu
    l'influenza della dottrina mazziniana su ciascuna diversa per-
    sonalità femminile, che v'erano le energiche e le consolatrici,le
    battaglie e le dolci, le satanasse e le acque chete, le donne d'a-
    zione e quelle di pensiero.
    Non sapremo dire quali furono più valorose ed utili alla
    causa; se le energiche come Maria Mazzini e la Sidoli e la poe-
    tessa Giulietta Pezzi dall'aspetto angelico: angelo giustiziere
    contro gli austriaci e angelo consolatore dei dispersi compa-
    gni di cospirazione e di battaglie. La Belgioioso, pallida di
    meditazioni e benche in aspetto di fata ammaliatrice, organiz-
    zatrice meravigliosa di una rete di ospedali in Roma repubbli-
    cana assediata, con l'unico inconveniente che il suo apparire
    ed il posarsi della sua anima (sferzante nel vibrare la penna,
    dolcissima sulle fronti ardenti dei difensori feriti di Roma) fa-
    ceva salire la febbre ai giovani. Ella vegliò l'agonia del Poeta
    Eroe: Goffredo Mameli e di Luciano Manara; lanciò sulla
    stampa una terribile accusa ai francesi repubblichini, che en-
    trati in Roma si comportarono come sciacalli verso i feriti re-
    pubblicani. Dopo molti ondeggiamenti, fatta, pro bono Italiae,
    adesione alla monarchia, scrisse il più bell'elogio di Mazzini.
    E' anche l'unica mazziniana che abbia cambiato idea, pur ser-
    bandosi, nelle finalità sociali ed educative dei suoi lavori, inti-
    mamente mazziniana.
    Il suo mutamento imputiamolo al blasone, che le altre
    mazziniane borghesi e popolane rimasero saldissime nelle loro
    convinzioni fino alla morte. Così le «energiche» Bonizzoni-Per-
    lasca, promessa sposa del Martire Dottesio, e la Jessie Mario (a
    lei giovanetta Mazzini vecchio parla come ad un amico coeta-
    neo) o l'altra bella Grazia consolatrice dei feriti: la sposa ama-
    tissima di Gustavo Modena; la Giulia Calarne, che assomiglia-
    va nella raccolta venustà alla Gioconda Leonardesca, e che
    compiva atti d'intrepidezza che turbavano il suo già indomito
    sposo, ma non alteravano la placidezza del suo volto perfetto.
    Lei, la Mario, la Giorgina Saffi, la Emilia Venturi formano il
    gruppo delle donne che divennero italiane e mazziniane per
    «intelletto d'amore» come la illustre Minerva americana, la
    Margherita Fuller sposatasi al patriota Ossoli, venuta qui a vi-
    vere intensamente il suo breve ed eroico destino di musa stori-
    ca della Repubblica Romana, gettando in vista della costa a-
    mericana il suo ultimo appello ai liberi americani in favore del-
    1’1talia oppressa. Furono due grosse conversioni mazziniane,
    quella di aver mutato la mondanissima Belgioioso in una or-
    ganizzatrice ospedaliera (tipo Florence Nightingale) e la gelida
    cerebrale puritana Fuller, prevenutissima contro di Lui, in una
    ardente e devota propagandista delle sue idee, in una pionie-
    ra del mazzinianesimo negli Stati Uniti. Laddove la sventurata
    Fuller non giunse, andrà a riprendere l' opera la vulcanica Jes-
    sie in... viaggio di nozze propagandistico-mazziniano. Questa
    cara e forte donna, è tra i migliori storici del nostro Risorgi-
    mento e forse la migliore biografa di Mazzini in Italia, perche
    in Inghilterra la migliore biografa di Mazzini è Emilia Ashurts.
    La Emilia, una delle sorelle di quella famiglia che circondò
    Mazzini di affetto familiare, ripudiato lo sposo bottegaio che
    più non poteva soddisfarla, una volta illuminata dalla luce
    mazziniana, lasciato ogni qualunque... comfort inglese, prese a
    viaggiare come emissaria di Mazzini e finì per sposare il pa-
    triota veneto Carlo Venturi per poter rimanere in Italia; come
    tutte le donne che ammiravano (e magari amavano un pochi-
    no) Mazzini si prese di grande affetto per Mamma Mazzini e
    oltre che esimia traduttrice delle opere di Mazzini agli inglesi,
    e ottima biografa, perche testimone e attrice, dette anche un
    importante contributo alla iconografia mazziniana, dipingen-
    do un bel ritratto di Mazzini, e forse l'unica immagine della
    Mamma Maria. Era una donna geniale e tormentata, come
    molte donne intelligenti: incontentabile di se, aspirava ad un
    qualche cosa che le sfuggì sempre: per esempio ad essere l' a-
    mica più indispensabile al Maestro, la sua migliore interprete e
    divulgatrice.
    Per questo si trovò ad incrociare la penna con la Mario e
    con la Sand che per un certo periodo fu una pericolosa rivale,
    per l' altezza del suo ingegno e la rinomanza europea. Si prese
    la sua rivincita quando pote pubblicare la garbata ma ferma e-
    pigrafe che Mazzini pose sulla sua passata amicizia con la
    Sand, divenuta bonapartista, dopo esser stata repubblicana e
    socialista.
    Eppoi ecco tra le dolci amiche che gli rimasero accanto fino
    al tramonto: la Sarina Nathan, che dà allo stanco vegliardo l'il-
    lusione di una casa: l' accogliente Villa Tanzina di Lugano e a
    lui, orbatosi volontariamente d'ogni famiglia (... «la mia fidan-
    zata è l'Italia» scrisse alla Mamma che vorrebbe fargli sposare
    la Giuditta), dà la tarda illusione d'una nidiata di nipotini.
    Contro ogni romanzamento, ecco la dignitosa «messa a
    punto» della mite Sarina: «io fui oltre ogni dire privilegiata; lo co-
    nobbi ne 1837, quando io pure ero approdata al lido ospitale dell'In-
    ghilterra e da quel dì cominciai a vivere e per quanto i miei doveri di
    moglie e di madre lo comportarono, egli fu l' ideale dell' anima mia, la
    guida nelle tante vicissitudini della mia vita».
    L'amica lontana è Mad. D' Agoult, nota ai suoi bei dì con il
    pseudonimo di Daniel Stern, alla quale Mazzini scrive lettere
    che sono fra le sue più belle: discutono a lungo di Dante e del-
    la Repubblica in Italia e in Francia. Essa lo chiama: «figlio pri-
    mogenito ed erede legittimo di Dante». Polemizzano su Machia-
    velli, per il quale la D' Agoult simpatizza e Mazzini ha orrore.
    A lei Mazzini, dopo tanti anni svela la profondità dello strazio
    per il distacco dalla Sidoli.
    Se ci si volesse addentrare in questa amabile costellazione
    femminile, tante e tante sarebbero le donne che in ogni regio-
    ne, lontane e forse senza aver mai visto Mazzini e poter mai
    sperare da lui una di quelle strette di mano e uno di quegli
    sguardi che esaltavano, pure rischiarono il patibolo e affronta-
    rono l'esilio per aver lavorato per la «Giovine Italia»: la Tondi-
    Ansuini di Viterbo, la Piermarini di Terni, la Franco di Verona,
    la Tinelli di Milano, la Bassoli di Modena e tante altre valorose
    donne. Ebbero almeno il conforto della sua fuggitiva presen-
    za clandestina le fedelissime Pistrucci e la Carlotta Benettini,
    che lo celava in casa sua in piena Genova, mentre egli era ri-
    cercatissimo dai sbirri di Cavour, che lo sapevano venuto a
    preparare un moto insurrezionale ne11857 e nel 1860. Unico
    premio della «sessantennale esistenza consacrata alla Patria in
    nome di Mazzini» , la Benettini volle riposare accanto a lui a
    Staglieno.
    Degno e tenace e vario il gruppo delle epigoni sindacaliste
    come la Ferraris che suscita in Torino il primo sciopero repub-
    blicano, o giornaliste come la Mozzoni, che conduce sulla
    «Roma del Popolo» una campagna per i diritti civili della
    donna, o la Beccari educatrice o Alina Tondi, figlia della cospi-
    ratrice viterbese, che pubblica un periodico mazziniano in
    pieno fascismo.
    Tutte queste donne leali mantennero la mentalità «Giovine
    Italia”, cioè la disposizione all'eroismo fino all'ultimo respiro,
    in questo ben osservando l' esempio di Mazzini, per il quale
    l'imperativo del sacrificio non fu uno sfogo giovanile, guaritosi
    poi con la pomata del conformismo dell'età matura (come in
    troppi dei suoi compagni di lotte giovanili!), ma fu norma di
    tutta la vita, implacabile ansia di azione.
    E' questo carattere vivo e vibrante, quest'esser rimaste fe-
    deli a se stesse, questo rimanere meravigliosamente pronte a
    gettarsi allo sbaraglio per l'Idea, anche se i capelli erano inca-
    nutiti e i volti radiosi impalliditi, «ora e sempre» fedeli all'Ita-
    lia, alla libertà e alla giustizia, che è la fisionomia comune e
    quasi parentela di sangue fra le belle e indomite donne maz-
    ziniane.

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  2. #2
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    Predefinito 8 marzo 2002: la democrazia e' piu' matura


    La Camera dei Deputati ha approvato ieri, a larghissima maggioranza, la modifica dell'art. 51 della Costituzione Italiana, che rafforza nella nuova formulazione, le pari opportunità per uomini e donne nell'accesso alle cariche elettive.


    La modifica dovrà ora essere approvata dal Senato e tornare per una seconda approvazione sia al voto della Camera sia al voto del Senato, ma il cammino è tracciato.

    Negli scorsi anni sono state tante le donne che hanno tenacemente voluto questo risultato: le presidenti della Commissione Nazionale Pari Opportunità, da Tina Anselmi all'attuale Marina Piazza, le Ministre per le Pari Opportunità che oggi, nella persona della Ministro Stefania Prestigiacomo, che ringraziamo per la fermezza e la decisione dimostrata in questo percorso, che vedono realizzati anni di lavoro, le tantissime donne delle associazioni e dei movimenti che hanno fatto della parità di accesso alle cariche elettive ed agli uffici pubblici motivo fondante del loro impegno.

    Il partito Repubblicano, che volle fortemente il voto per le donne, come ricordato dal Presidente Giorgio La Malfa nel suo intervento alla Camera dei Deputati lo scorso 1° marzo, non ha mai abbandonato le sue forti posizioni a sostegno dei diritti umani e civili: oggi anche per le amiche e gli amici Repubblicani è un 8 marzo diverso, più consapevole e più democratico.


    Loredana Pesoli


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    tratto da MILLE DONNE PER L'ITALIA
    http://www.freeforumzone.com/viewmes...71000&p=1#Last


  3. #3
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    Nuvolarossa si sente il bisogno del tuo forum....

  4. #4
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    Predefinito

    Si comunica la riapertura del Forum sul Repubblicanesimo:
    cliccare la stringa che segue
    http://www.politicaonline.net/forum/...?s=&forumid=46

  5. #5
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    Predefinito Sul FUTURO della Sinistra Liberaldemocratica

    tratto dal sito web
    http://www.pri.it
    -------------------------------------------------------------
    Vecchie bandiere, consolidati tabù

    Il vertice di Hartwell House, tenuto sotto il patrocinio di Blair e di Clinton, ha mandato un messaggio chiaro: il destino del socialismo è scritto e la sinistra, se vuole tornare ad essere vincente, deve cambiare strada e anche in fretta.

    Per i due leader anglosassoni non è difficile capire che l'esperienza riformatrice necessita di una evoluzione profonda e che per compierla bisogna buttar giù parecchi ponti con il passato. Il problema è se una lezione di questo genere possa venir recepita da coloro a cui essa è rivolta. E leggendo le prime reazioni, non parrebbe proprio.

    Non si tratta, infatti, di indirizzare verso il centro una sinistra di per sé abbastanza riottosa a lasciar cadere vecchie bandiere e consolidati tabù. Si tratta di cambiare pelle. E se i democratici americani sono quelli, come ha detto Clinton, che mai si sarebbero alleati con i socialisti in Europa, e i laburisti britannici hanno una desinenza liberal accanto a quella sociale che contraddistingue la loro origine, il resto della sinistra europea affonda nel marxismo e nelle sue revisioni e ha una certa difficoltà a snaturarsi.

    Lo testimonia involontariamente proprio Giuliano Amato, che qualche settimana fa aveva difficoltà nel riconoscere le ragioni di Blair e ora che appare prossimo ad arrendersi all'evidenza, preferisce accusare la sinistra di azionismo, piuttosto che incidere con l'analisi nel corpo del socialismo a cui pure appartiene. Ha detto infatti Amato che il suo schieramento rischia di diventare "un macro partito d'Azione, che rappresenta solo le èlite appagate, sempre pronte ad insegnare agli altri che cosa pensare e fare". E non è una buona premessa questo giudizio, che ha del consolatorio, oltre che offendere gratuitamente la memoria azionista.

    Tutto sommato, meglio Rutelli, che con il socialismo non si è mai compromesso e al quale la sconfitta elettorale consente una certa distanza da una coalizione destinata col tempo a frantumarsi.

    Quanto poi ai DS, ignorati dal vertice in questione, la loro arretratezza politica e ideologica consente piena libertà di manovra. Come si è visto dalle reazioni infastidite dei giorni scorsi. E il PRI, prendendone le distanze, ha contribuito a salvaguardare una posizione riformatrice che a questo punto è più facile sviluppare nel campo opposto a quello in cui i DS sono alloggiati. Del resto Clinton lo ha detto: mai con i socialisti europei. Figurarsi con gli ex comunisti.

    Roma, 13 giugno

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    UN MESSAGGIO "IMBEVUTO DI CIELO"

    di Angiolo Silvio Novaro.

    Più considero la figura di Giuseppe Mazzini e più mi per-
    suado che la sua più bella grandezza risiede nelle sue qualità
    di educatore. Non conosco dottrina più alta, nè più divina-
    mente scabra di quella dell'uomo che ha detto che la vita è
    missione ed ha posto a fine d'essa l'adempimento del dovere
    ed a premio del sacrificio la pace della coscienza. Il suo pen-
    siero egli l'ha imbevuto di cielo fino all'estremo e lo ha solle-
    vato fino ai piedi di Dio. Realizzandolo nell'azione egli si è
    collocato nel numero dei santi. Basta alzare gli occhi per ve-
    derlo nella sua solitudine severo, chiuso, senza sorriso, soffu-
    so d'una malinconia che vorrebbe ma non riesce ad essere
    dolce, quasi crucciato. Malinconia che è ammonimento e rim-
    provero. Perche’ quale cammino si è fatto in questi cin-
    quant'anni? Come ci si è avvicinati al suo ideale? Sì, le libertà
    essenziali sono ormai di tutti, sì, attraverso scosse e dolori ci
    si avvia ad una più equa distribuzione dei pesi e delle ric-
    chezze sociali, e dopo il vapore possediamo l'elettricità e do-
    po l' elettricità la radiotelegrafia e dopo la radiotelegrafia la
    teoria di Einstein: ma l'uomo d'oggi è davvero migliore di
    quello di ieri? Meno vano? Meno orgoglioso? Meno egoista?
    Meno falso? Meno rapace?
    Domande che non si ascoltano senza sentirsi turbare;
    quando uno pensa con l' Apostolo che il progresso è «feno-
    meno essenzialmente morale», gli verrebbe voglia di dare
    tutte quelle conquiste per una pur piccola brace di bene inte-
    riore, ed invoca ardentemente un poco della Fede di Lui per
    poter credere con pienezza di entusiasmo e battagliare con i-
    nesausto fervore.

    (1922)

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    Appello alla Democrazia dei Doveri e per il ritorno del sistema proporzionale nella lettera inviata da un amico di Cagliari.
    -------------------------------------------------------------
    Terzo Polo, la vera casa dei Repubblicani
    di Vincenzo Fazzalari

    Pubblichiamo di seguito un estratto della lettera che l’amico [b[Vincenzo Fazzalari
    , ex Segretario Capo di Cancelleria del Dicastero Giustizia ora residente a Pirri Cagliari, ha inviato alla redazione del Pensiero Romagnolo Repubblicano

    Amici Repubblicani, ricordo un monito del Prof. Arturo Carlo Jemolo, un cattolico non democristiano, come lui si definiva, che diceva: ”La dissoluzione delle democrazie parlamentari puo’ avvenire attraverso persone elette democraticamente, sostenute da maggioranze che se ne servono per comprimere i diritti delle minoranze, mettendo in crisi il sistema parlamentare”. Ci rammentava la caduta della Repubblica democratica in Germania dopo la prima guerra mondiale.
    Il Prof. Viroli, nel suo libro dal titolo “Repubblicanesimo” edito da Laterza, annotava: “Esiste un’antica utopia della Liberta’, nata nel nostro Paese con Machiavelli e le libere Repubbliche, che puo’ superare i limiti del socialismo e del liberismo….Per avviare il Repubblicanesimo, pero’, non bastano le leggi e la minaccia di sanzioni, occorre creare una coscienza civile diffusa ”.

    L’attuale confusione ci espone al monito del Prof. Jemolo e ci sottolinea l’affermazione del Prof. Viroli, un vuoto in cui sta scivolando la Democrazia italiana. L’art.49 della prima parte della Costituzione statuisce che “ Tutti i cittadini hanno diritto ad associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale “. Per far cio’ necessita una coscienza civile diffusa, quella di cui parla il Prof. Viroli. Invece, nel nostro Parlamento, nel 1993 si varo’ una legge elettorale detta la “Mattarellum” che, eliminando la vecchia legge elettorale proporzionale, stabili’ l’elezione del 75% dei membri con il sistema maggioritario in collegi uninominali, e il 25% eletti con il sistema proporzionale in liste di partiti, con uno sbarramento del 4%. Gli eletti della “Mattarellum” nel 1994 non rafforzarono il governo: anzi, negli ultimi otto anni, in Italia, abbiamo avuto tre legislature.

    Il maggioritario non ha dato stabilita’.
    Va cambiata la legge elettorale.

    La proporzionale, con sbarramento meno rigido, rispetta le minoranze del paese, (il Prof. Carlo Jemolo reclamava la proporzionale pura, e il rispetto dell’art. 49 dei diritti dei cittadini).
    Si uniformerebbe l’Italia all’Europa, ove 10 stati su 15 votano con il sistema proporzionale, e potrebbero nascere anche in Italia tre Poli vicini a quelli europei: Partito Socialista Europeo, Partito Popolare Europeo, Partito Liberal Democratico Repubblicano Riformista Europeo. Sono queste le tre forze politiche europee fin dal primo Parlamento elettivo del 1979.
    La decisione da prendere, in ambito italiano, se si vuole arrivare all’unita’ politica dell’Europa, sarebbe il rafforzare questa opportunita’. Noi Repubblicani Mazziniani apparteniamo al terzo Polo europeo dal 1979.

    Perche’ in Italia si trascura tale rafforzamento ?

    Il P.R.I. Romagnolo lo rivendica. Saremo d’accordo tutti, Repubblicani del PRI, Mazziniani entro e fuori del PRI ? Discutiamone: il NO alla DESTRA e il NO alla SINISTRA (che non ci hanno mai apprezzato) e’ storia di ieri e di oggi.

    Non fuggiamo di fronte al pericolo della fragilita’ democratica italiana, il centro conservatore di sempre e la sinistra estrema non cercano altro che continuare il muro contro muro. Difendiamo l’avvenire dei nostri figli: la DEMOCRAZIA dei DOVERI sara’ vincente.
    ------------------------------------------------------------------

    Tratto da Il Pensiero Romagnolo Repubblicano
    Pubblicato in Forli’ n.7 luglio/agosto 2002
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    LE VICENDE DELLA
    SOPRAVVIVENZA MAZZINlANA

    di Luigi Corvaglia

    Giudice inesorabile e quindi incubo restò il Mazzini per i
    piccoli e grandi profittatori del Risorgimento, anche dopo la
    morte. Fu posta la guardia al suo sepolcro. Non è metafora, si
    legga la Jessie White Mario. Gli archivi interdetti, gli scritti po-
    sti all'Indice. Poi quando si fu certi che l'anima italiana ricade-
    va nel torpore secolare, parve utile riesumare la figurazione
    che del Mazzini alcuni anni prima aveva prospettata in Parla-
    mento lo Zanardelli, gareggiando col Nicotera, in un accatto-
    naggio di clemenza: -il Mazzini era stato un cospiratore, un
    regicida, ma in fondo nessuno aveva operato più
    anarchicamente di lui
    .
    L'Ombra implacata diventò, con l'altro Dioscuro Garibaldi, ù
    stinta tappezzeria, satanasso addomesticato a sfondo
    delle apoteosi monarchiche.
    Su consiglio del Bonfadini, il re
    «buono» con graziosa indulgenza si degnò di sottoscrivere al
    monumento. Poi venne l' edizione nazionale delle opere, i
    mortori di lusso negli anniversari, in un processo di ufficializ-
    zazione, di devirilizzazione compiuto secondo la formula za-
    nardelliana. Il Ferrari stesso, del resto, aveva ripreso quel tema
    il giorno dopo la sua morte: il Mazzini era stato l' eroe più fedele
    di Casa Savoia. Il Carducci in succhio di piaggeria lanciò lo slo-
    gan del repubblicano monarchico, che ha poi avuta tanta fortuna
    tra il servidorame. I Doveri furono ammessi nelle scuole, tu-
    multuante la canea sanfedistica, ma castrati della loro sostanza
    immortale, in omaggio al bene inseparabile, nell'interesse del
    quale un branco di scrittori cortigiani si assunse il compito di
    ridurre alla microscopica vicenda di una dinastia il Risorgi-
    mento, ch'era stato la epopea di un popolo, anzi il preludio di
    una epopea umana.


    La svalutazione del Mazzini e della Giovine Italia, iniziata
    di buon'ora dal Marx, dal Sanvitale, continuata dal Krauss,
    s'incrementa nell’Italia umbertina, dilaga in quella giolittiana.
    La Giovine Italia e il mazzinianesimo? Lebbra repubblicana. Il
    Mazzini? un cospiratore folle, le sue congiure insensate, vane.
    Invece la sostanza immortale del Risorgimento è li’, tutta li’,
    sarà sempre e ancora li’
    , se ci faremo degni di ricrearlo nella
    nostra realtà, sarà sempre nella divina follia,
    nella riduzione disperatamente tragica che il Mazzini fece del
    problema nazionaIe.
    Tra i tiranni e l'ltalia egli gittava morti. Continuò a gittar
    morti su morti per creare prima e alimentare, poi che l'ebbe
    creata, la logica della disperazione, che fa gli eroi. Nove deci-
    mi della storia del mondo nel suo primo farsi è sempre appar-
    sa insensata ai filistei. Ma tale non appare
    nella trama della logica demiurgica che gli eroi tessono e i santi,
    o in quella di Cri-
    sto che tra gli uomini e Dio gittava se stesso.
    il Mazzini lo e-
    nuncia in termini lapidari:
    Gesù sfugge alla vostra logica
    . Socrate
    deve apparirvi come Platone a Bentham un pazzo sublime.
    Coi demolitori ufficiali si associarono gli avventizi, i più
    scetticuzzi dallo stomaco guasto della fin de siècle. Oh! come
    buffo quel Mazzini con la religione, i sacerdoti, le profetesse, le ve-
    stali! Per altro verso vi s'impegnava il Positivismo. Quale clima
    sconsacrato! La provvidenza storica ci aveva concesso il
    prodigio di un genio riformatore, senza cercarne le misure
    nelle tabelle della Scuola antropologica. Ma la Scienza non tol-
    lera gli uomini fuori-serie. E parve doveroso ridurre il Mazzini
    alla taglia di un qualsiasi ominide. Forza! gnomi! forza! Non si
    era antropoclassificato tra i degenerati il Serafico? e Colombo?
    e l' Alfieri? e il Leopardi? Ora era la volta del Mazzini. Lo ri-
    dussero a un tipo. il Gualino lo diagnosticò un isterico, la Lom-
    broso scoprì nel suo sguardo fisso il monoideismo invincibile e
    fanatico, il Rossi lo tabellò un epilettico. Ma la più radicale delle
    distorsioni la compiva il monarchismo socialistoide. Lo espo-
    ne con evidenza il Missiroli. Anche per lui la storia d'ltalia dal
    '48 in poi è un problema religioso mancato: in mano di Giolitti,
    egli dice,
    il socialismo fu un fortunato espediente che permetteva allo
    stato monarchico di tradurre in termini di economia i problemi politi
    ci.
    Il socialismo fu la negazione violenta del Mazzini.
    Declinò così a grado a grado il centro di illuminazione spi-
    rituale della vita italiana
    . Senonche a mano a mano che cala-
    vano le tenebre, si levava fulgida, sebbene di luce fredda side-
    rale per noi, la stella del Mazzini. Cominciarono le palinodie e
    i rimpianti. Ne dava l'avvio uno dei più feroci detrattori, il
    Bianchi, e dietro di lui il Proudhon, il Cantù, il Crispi, il Marx,
    gli stessi gesuiti di «Civiltà cattolica», il Kern, il Gruber... Ma i
    ricredimenti più clamorosi vennero per il problema sociale.
    Un fenomeno che colpisce nel tumulto delle ideologie alla fine
    dell'Ottocento e in questa prima metà di secolo, è l'affannosa
    integrazione umanistica con la quale van rimpannucciandosi
    le dottrine sociali. il marxismo, risalendo a ritroso, raccatta l'u-
    na dopo l'altra le spoglie che aveva per via abbandonate e ri-
    torna dalle cose dell'uomo all'uomo, per restituirgli gli elementi
    insopprimibili della sua personalità, casa, famiglia, paese, re-
    gione, nazione, morale, religione, di che aveva creduto di po-
    terlo spogliare senza distruggerlo. Ch'è in fondo quella che
    con intrepida costanza fino all'ultimo suo giorno il Mazzini a-
    veva predicato
    : la necessità di restaurare tutto l'uomo.

    La correzione mazziniana del marxismo e del suo umanismo materia-
    listico derivato dal Feuerbach, incomincia di buon'ora coll'En-
    gels e continua ininterrotta anche sotto i nostri occhi. Ci lirni-
    tiamo ad alcuni nomi: Turati, Sorel, Jaurès, Bernestein Wolt-
    mann, De Mann, tra i più vicini a noi il Mondolfo col suo na-
    turalismo umanistico. Che cosa è il socialismo per il Levi? uma-
    nismo tutto spiegato. Per il Labriola? umanismo integrale. Stefan
    George ritorna all'umanesimo. Neppure il comunismo si sot-
    trae all'esigenza di questa integrazione: si pensi al Moravia, al
    Berdiew, al Pastore... E mentre il Sacerdote, riecheggiando il
    Croce, tabella come ciarle illuministe le dottrine del Mazzini, ec-
    co che il Lombardi delinea la necessità di un ritorno all'illumi-
    nismo. Ci si smarrisce nel dedalo delle revisioni, dei supera-
    menti, dei liberal-socialismi, dei socialismi e umanismi inte-
    grati, terze vie, terze forze etc., ma storicamente essi risalgono
    tutti all'umanismo del Mazzini.


    E questo moto di ritorni perche? Perche si va facendo ogni
    giorno sempre più pauroso il processo di meccanicizzazione
    dell'uomo. Il Mazzini aveva segnalato con linguaggio savona-
    roliano questo male della civiltà contemporanea, la materializ-
    zazione progressiva della coscienza, l'impoverimento gradua-
    le del sentimento religioso, conseguente a quella che con for-
    muta già usata dal Proudhon e ripresa poi dal De Unamuno,
    chiamava l' agonia del Cristianesimo. La nota ritorna nei suoi
    scritti con la persistenza di un anancasma. Ne 1847 la ripete-
    va finanche al Papa: «Nessuno crede.
    Non abbiamo più cielo. L 'uomo non può vivere senza cielo».
    L'allarme si propaga in altri cam-
    pi: l'Hugo, il Manzoni, il Lavista, il Carducci, il Kidd, diventa-
    va via via coro allucinante col ritornello crisi, lo Spengler, il
    Simmel, il Chiappelli, il Ferrero, lo Scheler, il Butler, il Marcel,
    il Guènon, il Fraenkel, il Daniel-Rops, lo Schwetzer, perdura
    anche ai nostri giorni, l'Ortega y Gasset, I'Huitzinga, il Fiolle,
    il RusseI, il Quacquarelli, la Magnini, il Palomba, il Pepe... L' e-
    lenco è interminabile. Una silloge di scritti, raccolta nel 1945
    sotto la sinistra tabella crisi dei valori, conclude mazziniana-
    mente adottando ad opera del Castelli una formula-diagnosi
    che già aveva introdotta il Ballerini: scristianizzazione progressi-
    va dell'uomo. Ne mancano i tardigradi riscopritori di questa in-
    tuizione-madre del Maestro. A dirne alcuni: il Peguy. A distan-
    za di un secolo egli trovava che la rèvolution sociale sera morale
    ou elle ne sera pas. Ai nostri giorni il Papini. Nelle sue Lettere agli
    uomini di Papa Celestino V si assume il compito di fare quello
    che niuno a suo giudizio ha fatto sinora, cioè impostare in se-
    de morale e religiosa i grandi problemi dell'umanità.
    Ma dimentica che da più di un secolo questa impostazione noi ave-
    vamo, non farisaica escogitazione, ma realtà di azione e di
    pensiero, per noi e per tutti i popoli del mondo, nell'opera di
    Giuseppe Mazzini. ,
    Il Mazzini vivo è infatti qui. Tutto qui è il Mazzini immor-
    tale. Ridicola la ricorrente inintelligenza della Pedanteria che
    gli rimprovera il difetto di schemi formule e ricette. Il Mazzini
    è in questa intuizione dialettica. In lui acquistan corpo i diafa-
    ni modelli dell'illuminismo: Nathan il saggio del Lessing, I'Her-
    der sacerdote, I'Humanus del Goethe, il Marchese di Posa dello
    Schiller. Dall'Haman attinge l'intuizione-madre che la storia è
    tutta storia sacra, dal Novalis che ogni storia è un evangelo. Dal
    vertice del suo cosmo spirituale egli specula l'Unità dell'Uni-
    verso, principio basilare della sua dottrina scarsamente posto
    in luce dagli esegeti, unità non rigida ma in perenne sviluppo,
    vita, moto, successione, continuità. Un dogma cattolico umanizza Dio,
    il nostro tende a divinizzare lentamente progressivamente l'Uomo.
    Ne l'idea è per lui miraggio di spazi iperuranei, ma egli spie-
    ga, vive, in terra, nel suo tempo verbo et opera e ricrea in sè e
    fuori di sè religiosamente la vita e la storia. Intuizione imma-
    tura, non scevra di acerbità, di residui insoluti, di nebulose, di
    contraddizioni, non è un sistema, egli stesso ce ne avverte, ma
    nella entusiastica affermazione del dialettismo che ne costitui-
    sce lo spiritus rector si risolvono tutte le scorie, non esclusa la
    trascendenza che vi ristagna. Visto in questa luce, egli appare
    tra i più consapevoli assertori della religione dell'uomo.
    Il positivismo aveva considerata la religione residuo di ten-
    denze latenti primitive nei depositi alluvionali della psiche, a dirla
    col Sergi e col Troilo, e quale misticismo l'aveva collocata tra le
    degenerazioni, auspice il Nordau. Ma questo istinto metempi-
    rico della nostra unità ancestrale e della nostra immanente re-
    mota destinazione per entro a quello che Dante chiamava il
    gran mare dell' essere, è il nucleo attivo originario
    dell' ominazione, che fa religiosa la vita dell'uomo dacchè si ac-
    cendono in lui i primi barlumi della ragione. Lo Spaventa in
    una lettera al De Meis esaltava la filosofia hegeliana contro il
    pericolo del positivismo e contro Papa Pio e Papa Mazzini. Ma
    al grande pensatore sfuggiva che Papa Mazzini, a parte i suoi
    dissensi dalle degenerazioni dell'hegelismo, aveva dichiarato
    di seguire la stessa serie di idee. Infatti egli è sulla stessa linea di
    umanismo immanentistico e precorre il Croce. Anche pel
    Mazzini, come il Croce scrive dell 'Hegel, I' umanismo da ,astratto
    si fa concreto, da atomistico, come era per il razionalismo, idealistico,
    da grettamente umano cosmico. La sua religione è la stessa reli-
    gion dell'uomo che il Croce, grande prosecutore eretico del pen-
    siero mazziniano, esalta. Come per il Mazzini anche pel Croce
    pensiero e azione è formula religiosa, prima la fede e poi i program-
    mi, la religione non è questa o quella particolare religione ma è la
    concezione religiosa delle cose sotto la specie dell' eterno
    . Froment dè-
    germè, sentenzia il Maritain, ma la fecondità di questa religio-
    ne ha la sua più luminosa testimonianza nell'opera del Mazzi-
    ni, a non voler addurre la testimonianza della vita conforme
    dei tanti chierici che non hanno tradito
    . La civiltà avrà raggiun-
    to il suo culmine quando, non soltanto, come oggi avviene,
    un'aristocrazia dello spirito, ma i più degli uomini avranno
    questa fede intransitiva e funzionale (Simmel) e nel sentimento
    della loro dipendenza immediata (Strauss) o meglio della loro u-
    nione con l'universo, nulla faranno per religione ma tutto con reli-
    gione
    (Schleiermacher), per abito religioso, per la fides qua credi-
    tur, in cui la fides quae creditur fluisce e si rinnova perennemen-
    te col fiume della civiltà.
    Questa è la fede del Mazzini, fede indispensabile, a cui bi-
    sogna tornare, se no siamo perduti. A torto uno tra i migliori
    dei nostri, il compianto De Ruggiero, ebbe a sostenere che un
    ritorno al Mazzini sarebbe un incedere a ritroso, un tornare al-
    la teologia. La teologia è elemento avventizio nel pensiero
    mazziniano
    . Anche il Cantimori trovata odioso domandarsi
    che cosa farebbe oggi Mazzini se fosse vivo
    . Invece la revivi-
    scenza della sua intuizione etico-politica è necessità attuale.
    L'itinerario della nostra dannazione segue un tracciato di sca-
    dimenti morali: il trasformismo, il giolittismo, il totalitarismo,
    la disfatta. Il regime compì il sacrilegio di attribuirsi la pater-
    nità del Mazzini, spacciandosi nella parola di alcuni dei suoi
    bonzi per un neo-umanesimo e per altri addirittura per una
    religione. Anche fra gli stranieri di Wìchterich, su le piste del
    Raschofer, ritrovò la rivoluzione nazionale voluta dal Mazzini
    nel fascismo, che invece ne fu la difformazione
    . Seguendo
    quell'itinerario, precipitammo nel baratro. Da cui risaliamo a
    rilento e faticosamente. Più che per colpa nostra e degli stra-
    nieri, per effetto della immaturità nazionale anche questa vol-
    ta abbiamo perduta l'occasione di ricollegarci alla tradizione
    del Risorgimento
    . Sul fondo di un esperimento compiuto a
    prezzo di tante lagrime e di tanto sangue, ci resta appena la
    squallida diciannovistica alternativa di due estremismi più o
    meno apertamente totalitari. L’Italia della democrazia laica è
    ancora tra i miti, il Mazzini ancor remoto negli spazi siderali.
    Ma il fallimento della centenaria aspettazione non spegne in
    noi la fede: l'ora del Mazzini verrà. Non può non venire se il
    suo messaggio è il più concreto e universale tra i messaggi u-
    mani. Ora sua non può dirsi questa perchè l’Italia assolve in
    ritardo un debito di riconoscenza. Ora sua non può dirsi que-
    st'atmosfera di accidia, di aridità, di viltà, di calcolo, in cui
    brancoliamo senza bussola sciaguattando tra i liquami del
    passato e ribalbettando i temi di una realtà cadaverica. Per noi
    fu vigilia dura. Come negli anni della tormentosa aspettazio-
    ne, anche oggi il Mazzini torna immagine austera della Legge,
    a riproporre l'insoluto problema che incombe sul nostro desti-
    no di italiani e di uomini
    , nei termini dell'interrogativo tragi-
    co: In che credi?

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    Spesso sulle varie linee di discussioni mi ripeto parlando di questa nostra attuale sinistra italiana demagogica e girotondista con la quale diventa sempre piu’ difficile dialogare ed allearsi da parte della famiglia repubblicana italiana.

    Di converso mi sento spesso dire che cio’ non giustifica l’attuale allenza con le forze del centro e della destra democratica italiana.

    Ora credo che per dare un giudizio obiettivo dei due poli, anche se obbligatoriamente per sommi capi, lasciando da parte i problemi specifici per i quali ognuno grida sempre di avere la panacea risolutrice e la formula capace di far quadrare il cerchio della socialita’ e del progresso civile ed economico del paese, non si possa prescindere dal metodo utilizzato dai due poli nella conduzione della battaglia poltica.

    Vi sembra democratico ed in sintonia con la civilta’ del popolo italico l’aizzare continuamente le folle, in ogni occasione grande o piccola compreso anche le stupidate, al girotondismo piazzaiuolo, alle manifestazioni plateali che avrebbero la pretesa di sostituirsi alla volonta’ dei due rami del Parlamento democraticamente e liberamente eletti ?

    Manifestare il proprio pensiero e’ giusto e sacrosanto ed e’ un delitto tenersi le proprie idee racchiuse dentro di noi….cosi’ come esprimere le proprie concezioni e’ contemporaneamente esercizio di liberta’ e di democrazia e testimonianza costante di rifiuto del monopolio della politica da parte di pochi personaggi e dei loro entourage politici…….ma e’ delittuoso che pochi personaggi politici, per un gioco di scavalcamento tra di loro di posizioni, per una tattica di rafforzamento di “gruppi di potere” interni a segreterie di partiti, optano per il quotidiano esercizio di plagio delle coscenze popolari aizzandole alla rissa piazzaiuola utilizzando vocaboli incitanti a “guerre di religione” contro altri politici che vengono rappresentati come “nemici” del popolo invece che semplici avversari politici quali in realta’ sono, radicalizzando la lotta politica a tifo da stadio e da curva sud.

    E che tipo di civilta’ ha raggiunto questo tipo di popolo che si fa cosi’ facilmente irretire e plagiare nella coscienza da una decina di demagoghi supercazzolanti e poi, diserta sempre piu’ numeroso le urne al momento di dimostrare in modo concreto ed effettivo il proprio pensiero e la propria volonta’, oppure sempre meno partecipa alla vita politica dei partiti interessandosi direttamente dall’interno delle proprie vicende di cittadini ?

    Che tipo di civilta’ ha raggiunto questo nostro italico popolo che comincia a “mugugnare” per il prossimo slittamento del campionato di calcio ma non fa una grinza di fronte all’enorme amoralita’ connessa al vortiginoso turbinio di migliaia di miliardi di vecchie lire che investe tale mondo e che e’ trasversale a tutte le forze politiche componenti dei due poli ?

    La Famiglia Repubblicana, da sempre polo democratico della sinistra italiana, rappresenta con le sue difficolta’ quotidiane nelle alleanze politiche non tanto una contraddizione rispetto alla sua storia ed alle sue tradizioni democratiche bensi’ una cartina di tornasole di una realta’ sociale in disgregazione sul piano morale ed ideale…..assistendo impotente ad un degrado continuo ed incessante dei meccanismi della democrazia…….abbiamo provato con il centro-sinistra……stiamo provando con il centro-destra…..ma la ruota dentata del degrado politico ed il suo moto inerziale verso il fondo del barile e’ piu’ potente di quanto noi si possa pensare.

    Credo che solo una appropriata applicazione dell’etica del “dovere” mazziniano potrebbe ridarci la speranza di risalire la china………ma non mi sembra di scorgere all’orizzonte personaggi capaci di infonderci questa speranza.

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    °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
    MAZZINI TRA GLI INGLESI
    °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
    di Emilia Morelli

    Giuseppe Mazzini sbarca in Inghilterra il 12 gennaio 1837:
    ci va malvolentieri e ci vive male per parecchi anni non solo
    materialmente, ma, soprattutto, moralmente. il popolo inglese
    è molto lontano dalle sue idee; è abituato a guardare alle cose
    da un punto di vista suo proprio, diverso da quello di ogni al-
    tra Nazione, e perciò non si presta all'opera di affratellamento
    universale che l' Apostolo va predicando. il Mazzini compren-
    de subito che lo stesso partito radicale non ha nulla in comu-
    ne con le sinistre continentali; ma egli non può far nulla per
    aiutare questo movimento del quale, d'altro lato, non sente la
    vastità travolgente. Ad un forestiero non è lecito occuparsi di
    politica interna, allo stesso modo che ad un semplice cittadino
    britannico non spetta interessarsi di quella estera, per la quale
    ci si affida ciecamente ai governanti. il popolo si commuove e
    si rivolta solo per ottenere riforme alla ricerca, non della li-
    bertà, che crede possedere, ma dell'uguaglianza.
    Poiche questo è, nei primi anni del suo soggiorno, il con-
    cetto politico che il Mazzini ha del Regno unito, si capisce co-
    me egli non pensi che ad isolarsi, non solo perche le preoccu-
    pazioni materiali lo attanagIiano, ma perche si sente schiaccia-
    to dall'ambiente. Londra stessa non gli piace ed egli sogna
    sempre la tranquilla pace riposante, il biancore immacolato
    delle Alpi. Gli stessi esuli italiani del 1820- '21, quelli che lo a-
    vevano commosso giovinetto, avevano ormai trovato una
    tranquilla sistemazione e non erano disposti a rituffarsi nella
    battaglia. Fra le mura di una piccola casa disadorna Mazzini
    scrive tutto il giorno, tentando di procurarsi qualche possibi-
    lità di guadagno per mezzo della stampa. Ma qui cominciano
    le vere disillusioni e i disinganni amari, che contribuiranno a
    tinteggiare di nero il quadro che egli si fa dell'Inghilterra. Arti-
    coli rifiutati con un sorriso, promesse di pubblicazione non
    mantenute e, più che tutto, censure su quelle idee che costitui-
    vano la sua fede e la sua certezza. Nulla v'è che lo sollevi, se
    non il trepido affetto materno, ma troppo lontano per dare ca-
    lore alla sua vita: continui sono i dissapori con i Ruffini, ormai
    spiritualmente distaccati, e la devozione muta di Angelo Usi-
    glio non gli può offrire quell'appoggio del quale la sua anima
    scossa ha bisogno. Affonda i suoi tristi pensieri nella nebbia,
    della quale sente la malinconica poesia, per sognare la Svizze-
    ra, l’Italia, Genova. La realtà materiale si affaccia prepotente: le
    crisi economiche si susseguono e con esse i debiti che lo co-
    stringeranno a impegnare persino l'anello di sua madre,l'oro-
    logio, i libri, il cappotto. Per accondiscendere ai Ruffini, che si
    uniscono alle proteste paterne, tenta anche imprese commer-
    ciali. Ma l'olio arrivato da Genova non si può vendere che fia-
    sco per fiasco, perdendoci; i salami, che sembravano introva-
    bili a Londra, arrivano quando la città ne è tutta piena; e così
    la pasta ed i pizzi.
    E l’Ita1ia? Abbandonata completamente l'azione, il Mazzi-
    ni vede tutta la sua organizzazione sfasciarsi, gli amici tradir-
    lo, mentre nei pochissimi fidi non sente che affetto personale.
    Ma la sua è fede operante ed in essa trovala forza per rico-
    minciare la lotta e riprendere la Giovine Italia: siamo alla fine
    del 1839.
    Per quanto, apparentemente, la vita dell'esule a Londra
    continui uguale, pure un'amicizia rischiara ora la monotonia
    delle sue giornate -quella che strinse con i Carlyle. Thomas
    Carlyle stimò profondamente l'ingegno del nostro esule, ma
    fin da principio mostrò decisa avversione alle sue idee politi-
    che. Le continue discussioni, che pur furono benefiche per
    l' Apostolo, il quale finalmente si trovava di fronte un uomo
    con il quale valeva la pena di parlare, finirono col raffreddare i
    loro rapporti. Una simpatia profonda, che il Mazzini riuscì a
    contenere nei limiti di una amicizia affettuosa, sorse, invece,
    per lui nell'animo scontento e bizzarro di Jane Welsh Carlyle.
    Essa ebbe il grande merito di strapparlo all'isolamento, di
    portarlo lontano da pensieri sempre egualmente tristi e sfidu-
    dati, per farlo vivere come uomo.
    I soli esuli con i quali il Mazzini era stato in costante con-
    tatto, erano i Polacchi, già suoi compagni nella spedizione di
    Savoia. Fu ad una riunione in onore di un loro martire che l' a-
    nimo gli si aprì di nuovo alla speranza: le sue parole avevano
    ancora valore, se pochi giorni dopo alcuni operai italiani gli si
    presentavano e gli chiedevano guida e consiglio. Per la prima
    volta l' Apostolo poteva iniziare quell'educazione che aveva
    sognata come unico mezzo per portare l'individuo alla co-
    scienza della sua missione politica e lavorare col popolo, non
    solo pel popolo, al fine di staccarlo dal materialismo per incul-
    care in esso principii religiosi e morali. L' Apostolato popolare
    sarà l'organo di un sezione della Giavine Italia: l'Unione degli
    operai italiani.
    Ma a Londra vivevano tanti Italiani poveri, che avevano
    dimenticato la lingua materna, che non sapevano ne leggere
    ne scrivere. Per essi si aprì la Scuola italiana gratuita. Il 10 no-
    vembre 1841 le porte di Hatton Garden, 85 accolgono bambi-
    ni che tutto il giorno hanno girato per la città con un organet-
    to o con qualche-topo ammaestrato, ragazzi che hanno impa-
    stato gesso creando per gli Inglesi immagini fedeli dei nostri
    capolavori, donne che vogliono imparare la lingua dei loro
    mariti e dei loro figli. Filippo Pistrucci, Luigi Bucalossi, Cele-
    stino Vai sono col Mazzini i tenaci sostenitori di questa gran-
    de opera di bene, insieme ad alcuni Inglesi. Qui il Mazzini
    dimentica le noie, le amarezze, i dispiaceri in mezzo alla de-
    vozione entusiasta del suo popolo, e la sua intima gioia è tan-
    to grande che mai affiderà ad altri l'incarico della conferenza
    domenicale, neppure quando l'orizzonte politico si sarà ri-
    schiarato ed egli sentirà intorno a se, a Londra, stima ed affet-
    to. Anche se il suo nome non appare pubblicamente, è Maz-
    zini che organizza concerti, lancia sottoscrizioni per racco-
    gliere fondi, prepara la festa annuale per l' anniversario della
    fondazione. Non valgono ad amareggiarlo le noie che gli
    procurano i preti della Cappella sarda e i pastori protestanti.
    Egli trionfa, il numero degli allievi aumenta rapidamente, i
    patroni, quasi tutti appartenenti al circolo Carlyle, sono gene-
    rosi nelle offerte.
    E' attraverso questa istituzione benefica, perfettamente
    consona alla spirito inglese, che Giuseppe Mazzini viene co-
    nosciuto a Londra. E' proprio fra coloro che lo videro in mez-
    zo ai suoi poveri che egli troverà difensori nel periodo imme-
    diatamente successivo, quando, nel 1844 accuserà il governo
    di avergli aperta la corrispondenza e di averne comunicato il
    contenuto a potenze estere provocando la misera fine dei
    Bandiera. Fin dal Natale 1843 egli aveva avuto sentore che le
    sue lettere venivano aperte, ma, non avendone prove suffi-
    cienti, aveva dovuto attendere un anno prima di denunciare
    la cosa alla Camera dei Comuni. Il risultato conseguito, che
    servì a fargli comprendere come fosse giusto il mezzo di lotta
    scelto dalle sinistre inglesi, fu superiore alla sua stessa aspetta-
    tiva. Commissioni di inchiesta nei due rami del Parlamento,
    adunanze pubbliche, tutta una letteratura su giornali politici
    ed umoristici, riuscirono in breve ad imporre il silenzio a quei
    pochi che avevano tentato di difendere le misure governative,
    giustificandole con la necessità di controllare i rivoluzionari
    che avevano trovato asilo nell'isola ospitale. Personalmente,
    fu un trionfo, per l'esule, che si impose definitivamente a Lon-
    dra, soprattutto quando si fu convinti che egli si occupava u-
    nicamente della sua Patria, astenendosi rigidamente dalla par-
    tecipazione alla politica locale. Proteso tutto verso l'ltalia, e
    consacrato alla causa che la morte dei Bandiera rendeva anco-
    ra più sacra, egli non pensò a se, non si curò neppure delle ri-
    trattazioni che Sir James Graham, ministro dell'Interno, fu co-
    stretto a fare in Parlamento; si amareggiò, invece, per la scarsa
    diffusione che ebbe il suo opuscolo “Italia, Austria e il Papa”, per
    mezzo del quale aveva sperato far nota la vera situazione del-
    la Penisola. Ma l' Apostolo, che conosceva ormai bene gli In-
    glesi, si rendeva conto che troppo poco era stato fatto da noi,
    perche essi potessero persuadersi ad aiutare materialmente la
    causa italiana. Si preparò, perciò, ad un lavoro internazionale,
    aiutato dalle molte conoscenze che gli aveva procurato lo
    scandalo dell'apertura delle lettere. E non più solo amicizia,
    come aveva avuto dai Carlyle, ma collaborazione e compren-
    sione trovò allora nei Taylor, nei Shaen, nei Molner Gibson e,
    soprattutto negli Ashurst.
    Il popolo inglese, sempre pronto a criticare e a combattere
    il suo governo in politica interna, non s'interessava, come s'è
    detto, di quella estera. Se soccorreva gli esuli, se assisteva alle
    loro adunanze, lo faceva per uno spirito di solidarietà umana,
    non già perche i casi della Polonia, della Francia o dell'ltalia
    potessero aver peso su decisioni che gli Inglesi basavano sol-
    tanto sul proprio interesse insulare. Far comprendere la situa-
    zione di altri popoli, spingere a rendersi conto dei diversi
    punti di vista, guardare a tutta la politica europea di fuori del
    campo visivo britannico, fu costante preoccupazione del Maz-
    zini. Per questo, pur non essendogli graditi tutti i membri del-
    l' Associazione, cercò di potenziare al massimo la Lega internaz-
    zionale dei popoli, sorta durante un comizio contro la violenta
    soppressione della repubblica di Cracovia, il 16 dicembre
    1846. Era la prima volta che gli si offriva il modo di far inten-
    dere pubblicamente la questione italiana, pur associata a quel-
    le di altre nazioni schiave. La Lega ebbe vita breve e stentata,
    tanto che l' Apostolo non la ricorda neppure nelle Note auto-
    biografiche. Gli avvenimenti del '48 sommersero questa atti-
    vità, che pur non va trascurata, perche Scuola Italiana, Giovine
    Italia, Lega internazionale dei popoli, costituiscono .i gradini
    della scala che, nella concezione mazziniana, doveva portare
    al graduale progresso dell'individuo, della Nazione, dell'U-
    manità.
    Quei dieci anni di lotta del primo soggiorno erano serviti a
    dirozzare, a preparare, a creare quell'atmosfera di simpatia
    che, ritornato in Inghilterra il 27 rnaggio 1850, coll'aureola del
    Triumnvirato romano, cercherà di sfruttare praticamente, ora
    che gli Italiani avevano dimostrato di meritare l'indipendenza
    e gli Inglesi, dopo il periodo burrascoso di lotte interne che a-
    veva caratterizzato la prima metà del secolo XIX, si prepara-
    vano a godere i frutti delle riforme ottenute.
    Nella birreria di James Stansfeld, marito di Carolina A-
    shurst, si torna a riunire il clan mazziniano. Esso ha accolto
    con entusiasmo il suo capo, ed è felice di potergli dimostrare
    praticamente la sua devozione. E il Mazzini non perde tempo
    perche deve mantenere vivo l' entusiasmo suscitato dalla Re-
    pubblica romana e smantellare il castello di calunnie che ad
    arte avevano costruito i giornali bonapartisti per giustificare
    l'intervento francese a Roma.
    Il 15 marzo 1851 si riuniscono per la prima volta gli Amici
    d'Italia, la sola Società indiscutibilmente, fra le tante che in
    quel periodo ebbero vita in Inghilterra in nome della fratellan-
    za universale dei popoli, che avesse, e il merito era del Mazzi-
    ni, un programma chiaro e preciso. I nomi stessi dei consiglie-
    ri ci indicano quanto si fosse allargata la sfera d'azione dell' A-
    postolo. Non più soltanto esuli o esponenti di idee politiche a-
    vanzate, ma scrittori, deputati, professionisti, impiegati, per i
    quali aiutare la causa italiana è divenuto quasi un sacro dove-
    re. Ed essi scrivono tengono comizi e conferenze per gli Ingle-
    si, mentre preparano cordiale accoglienza agli Italiani che per
    ragioni commerciali, per visitare l'Esposizione per esempio,
    vengono a Londra, evitando così di imprimere un colore e-
    sclusivamente politico all'associazione. Uno dei punti sui qua-
    li insisteva il Mazzini era, infatti, questo: un'Italia divenuta in-
    dipendente e forte coll'appoggio britannico avrebbe costituito
    un mercato sicuro, contribuendo a controbilanciare l'influenza
    francese nel Mediterraneo. I fondi sono raccolti con sottoscri-
    zioni a quote minime per riuscire a penetrare colla propagan-
    da nelle più povere classi sociali. La guerra di Crimea e l' al-
    leanza austro-inglese costringevano la società a sospendere i
    suo lavori, senza che gli amici più fidati, tuttavia lasciassero
    cadere del tutto la propaganda. Questa era ripresa nel 1856 e
    si spingeva anche in provincia. Ricordiamo le conferenze di
    Jessie White Mario, che sono proprio di questi anni, e i Comi-
    tati sorti un po' dovunque per il Fondo per l'Emancipazione
    Italiana, quelli stessi che serviranno a dare tangibile aiuto al-
    l'impresa dei Mille. Tesoriere di Garibaldi in Inghilterra sarà
    William Ashurst.
    In questo periodo, in cui il Mazzini poteva giustamente
    essere orgoglioso del frutto di tante fatiche, la sua elevatezza
    d'animo ebbe modo di brillare di una luce più alta e più ful-
    gida. L'Inghilterra veniva, diremo così, attaccata da due for-
    ze: quella sarda nelle sfere politiche più alte, nei circoli con-
    servatori, quella mazziniana nell'opposizione e nelle sfere
    più umili. Mentre continui, violenti, personali furono gli at-
    tacchi contro di lui, dalla sua penna non uscì mai una frase
    che potesse direttamente ostacolare, in terra straniera, la poli-
    tica sabauda. Egli comprendeva che questa serviva a influen-
    zare quelle alte personalità alle quali egli aveva sempre sde-
    gnato rivolgersi, ma che rappresentavano una forza viva e o-
    perante. Le due propagande procedettero, perciò, parallele,
    finche non trovarono un punto di accordo nel nome trascina-
    tore di Giuseppe Garibaldi. Così soltanto si spiega l'acco-
    glienza trionfale che, insieme, aristocrazia e popolo, dopo a-
    verlo aiutato con tanta generosità nel periodo di preparazio-
    ne, tributarono all'Eroe nel 1864.
    Mazzini rimaneva nell'ombra, e conosceva, proprio allora,
    momenti di grande amarezza. Il giorno stesso in cui Garibaldi
    sbarcava a Southampton, James Stansfeld doveva dimettersi
    dalla carica di sottosegretario alla Marina, perche non aveva
    voluto sconfessare l'amicizia che da diciotto anni lo legava al-
    l' Apostolo. Si era creduto di potere incolpare l'esule di com-
    plicità nell'attentato che Greco aveva preparato contro Napo-
    leone III e si era trovato che uno degli indirizzi di cui Mazzini
    si serviva a Londra per eludere la censura era quello di James
    Stansfeld. Poteva sedere al banco del Governo un amico di
    Giuseppe Mazzini? Posta così, la questione provocò discussio-
    ni vivaci durante le quali, se da un lato si andavano ripetendo
    i soliti luoghi comuni anti-rivoluzionari dall'altro non solo gli
    amici, ma conoscenti che il Mazzini aveva perso di vista e
    Gladstone stesso, pronunciarono parole di ammirazione, di
    devozione, di gratitudine per colui che aveva profuso per tan-
    ti anni in ogni campo l'attività del suo ingegno e del suo cuo
    re con generosità e disinteresse.
    La vita politica di Mazzini in Inghilterra finisce con questo
    episodio, perche gli appelli che egli lanciò successivamente
    per Venezia e per Roma non procurarono che risultati insigni-
    ficanti. Come all'inizio della sua propaganda, non poteva pre-
    tendere offerte da stranieri, quando in Italia nessuno dava.
    Giuseppe Mazzini appare ora piuttosto nella luce di Mae-
    stro, di Apostolo di una fede consolatrice, e a lui si rivolgono
    anime angosciate ed incerte, Algernon Charles Swinburne,
    Harriet Hamilton King, Emilia Ashurst Venturi. Profeta del-
    l'Europa futura, nella sua stanzetta di Fulham Road passa u-
    na folla diversa, soggiogata tutta da un'impressione incancel-
    labile di grandezza e di bontà. Questa stessa che aveva ispira-
    to al Meredith, nel romanzo dedicato al nostro Quarantotto,
    questo significativo ritratto: «un uomo di statura media, ma-
    gro, quasi fragile: aveva la carnagione e l'aspetto dello studio.
    so. Le spalle e la testa che si curvavano nell'osservare, il pa-
    strano abbottonato che gli stringeva il petto, l'espressione che
    prendeva come di uno che attende ed ascolta, tutto faceva
    pensare ad un'energia unicamente contemplativa, finche non
    si erano visti i suoi occhi, finche non si era sentito il suo sguar-
    do. Fin quando, cioè, l' osservatore non si era reso conto che
    quei morbidi, enormi, meditativi occhi neri, si erano impos-
    sessati di lui. In essi non v'era il languore astratto dello studio.
    so, in essi non v'era il riflesso di una lampada solitaria; una si-
    cura forza ammaliatrice riempiva quello sguardo penetrante.
    Fissandoli, ci si sentiva all'improvviso trascinati in mezzo alle
    mille ruote stridenti che formano una mente vasta e vigorosa,
    pronta e ragionatrice insieme, un intelletto acuto che lavora
    impiegando tutti i suoi mezzi, dei quali ha assoluto il posses-
    so: mente poliedrica, con una filosofia sua propria, che arriva
    al colpo di scure con passi logici, una mente molto meno a-
    dattabile di quella di un soldato; tutto fuorche quella di un
    Amleto. I suoi occhi erano neri come è nero il margine di una
    foresta, non come è nera la notte. Sotto certe luci divenivano
    marrone, del bel marrone ricco della castagna o piuttosto co
    me quello orlato di nocciola dei tramonti sui nostri fiumi del-
    l'ovest durante le piene invernali, quando la notte comincia a
    stendere la sua ombra. Il suo profilo era espressione di bellez-
    za classica come si può ammirare raramente ai nostri giorni
    nelle terre classiche e altrove. Era severo; la tenera serenità
    della piena curva degli occhi lo risollevava,…il suo sorriso era
    limpido, e compariva dolcemente come un circolo nell'acqua.
    Sembrava scorrere coi suoi pensieri e trapassarli, essere una
    parte delle sue emozioni e spiegarle quando per un istante
    brillava nella sua pienezza",», Quel sorriso che sorgeva, ce lo
    dice il Mazzini stesso, dalla sua seconda anima «che ama e
    sente ancora, cui piacciono i fiori e le semplici canzoni popola-
    ri, che,,,,,,è sempre giovane, sognante, un po' poetica o per lo
    meno amante della poesia, che è triste, ma, pur sapendo che
    quaggiù non v'è felicità, alle volte sorride come se la felicità
    fosse vicina» , dalla sua seconda anima che, come la prima è
    dedicata all’Italia, è, invece, dell'fughilterra, patria del suo lo
    individuale.
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