Corsa della magistratura per eliminare i probabili vincitori: gli islamisti moderati di Ak e la sinistra del Dehap
di Orsola Casagrande (Il Manifesto 24.10.02)
Turchia sempre più sotto pressione. Pressioni che arrivano dall'estero come dall'interno. Ieri la marina statunitense ha abbordato e perquisito un mercantile a pochi chilometri dalle coste di Antalya (nel sud della Turchia): da giorni circolavano voci su una «nave carica di militanti di al Qaida». La marina Usa l'ha identificata nel mercantile battente bandiera delle isole Tonga che è stato affiancato e sottoposto a minuziosa perquisizione. In acque internazionali, hanno precisato i militari Usa. Sul fronte interno intanto diventa frenetica l'attività giudiziaria volta a mettere al bando i due partiti dati per favoriti nelle elezioni turche del 3 novembre, il Dehap (partito democratico del popolo nato dalla fusione di Hadep, Emep, partito
del lavoro e Sdp, partito della socialdemocrazia) e l'Ak (il partito della giustizia e sviluppo, formazione islamica moderata). Dopo una prima azione legale fallita (quella contro Dehap), la procura della cassazione ora si è rivolta alla Corte costituzionale per chiedere il bando del partito islamico guidato dall'ex sindaco di Istanbul Recep Tayyp Erdogan. La corsa contro il tempo del procuratore generale di Ankara, Kanadoglu, però sembra perdente in partenza: con le elezioni fra dieci giorni è evidente che la corte non avrà il tempo necessario per arrivare ad un verdetto prima del voto. La conferma è avvenuta ieri dallo stesso vicepresidente della cassazione. Questa ennesima iniziativa giudiziaria nasce dal pronunciamento della corte costituzionale che ha costretto (poche settimane fa) Erdogan a dimettersi da membro fondatore del partito, anche se ne rimane il presidente. Essendo stato privato dei diritti politici per il reato di «istigazione all'odio religioso», Erdogan ha dovuto rinunciare anche alla candidatura. Stessa sorte è toccata ai due più noti esponenti del partito di coalizione Dehap, il presidente dell'Hadep Murat Bozlak e l'ex presidente dell'associazione per i diritti umani, Akin Birdal (oggi presidente del partito socialdemocratico).
Anche se la magistratura è intenzionata a non lasciare nulla di intentato nella sua accanita lotta contro AK e Dehap, si può interpretare come una sorta di mediazione la decisione di impedire per legge a rappresentanti politici dell'opposizione di partecipare alle elezioni. Una mediazione perchè non potendo dichiarare fuorilegge i due partiti, si è optato per una politica repressiva pre-elettorale. Non è detto però (anzi è già successo in passato) che dopo il 3 novembre ad Ak e Dehap sarà consentito di continuare a svolgere la loro attività. Entrambi i partiti del resto nascono dalle ceneri di altre formazioni messe fuorilegge. Anzi, nel caso dell'Hadep, il partito di sinistra che trova ampi consensi soprattutto nelle zone kurde della Turchia, la scelta di sciogliersi nel Dehap ha avuto motivazioni «preventive».
Nel frammentatissimo panorama politico turco (tredici i partiti in lizza) l'islamismo soft di Erdogan e le chiare posizioni del Dehap (contro la guerra in Iraq, contro il ricatto del FMI, per un'Europa dei popoli e non dei potenti, per la libertà e la democrazia) fanno paura. Non è un caso che i sondaggi diano proprio queste due formazioni tra le poche che riusciranno a superare l'incredibile sbarramento del 10%. Il partito di Erdogan viene addirittura indicato come il primo partito.




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