Una delega per far fuori il sindacato
Gemma Contin
Lo sconcio sta già nel titolo del disegno di legge ieri in discussione alla Camera dei deputati: "Delega al governo per la revisione della disciplina dei servizi pubblici e privati per l'impiego, nonché in materia di intermediazione e interposizione privata nella somministrazione di lavoro".
"Somministrazione di lavoro". Non offerta o domanda, come pure le leggi del mercato suggerirebbero. Nelle parole, per quanto usate a casaccio, risiede il senso profondo, la scaturigine e la finalità ideologica che esse evocano. Somministrazione dunque: una sorta di elargizione del sovrano ai sudditi. Non un diritto costituzionale, né un rapporto alla pari tra parti sociali: il lavoro, appunto, offerto da una parte, richiesto dall'altra, "liberamente" contrattato e regolamentato dentro il gioco di una democrazia avanzata, europea; con il Parlamento tertium a stabilire le regole, e le parti sociali chiamate a definire i termini e i confini della contrattazione.
Niente di tutto questo; Berlusconi e i suoi bravi hanno deciso di svuotare le Assemblee elettive del loro compito di istituzioni regolatrici della vita collettiva, del contratto sociale, arrogando all'esecutivo il ruolo al tempo stesso amministrativo e rappresentativo - non al di sopra delle parti, essendo il governo una ben definita parte politica - dunque sostitutivo di ogni altra forma di rappresentanza istituzionale e sociale.
E infatti, assieme al progressivo svuotamento del Parlamento con le armi dei decreti, delle deleghe e - perché no - della delegificazione in materia finanziaria, Berlusconi e soci stanno procedendo a ranghi serrati, con la complicità della Cisl, anche alla delegittimazione dello stesso sindacato. Per fare che cosa? Attenzione anche qui alle parole: per "disciplinare" i servizi pubblici e privati per l'impiego, in materia di "intermediazione" e "interposizione privata". Significa, in concreto: chiudere gli uffici pubblici di collocamento (che sono oggettivamente diventati nel tempo arcaici rottami di pratiche clientelari), sostituendoli con società private di intermediazione del lavoro (meglio se attrezzate per l'incontro virtuale - quindi massimamente flessibilizzato - tra domanda e offerta); promuovere le agenzie interinali; far nascere nuovi soggetti che si "interpongano" tra sindacati ridotti a simulacro e imprese sempre più arroganti nel ricercare e nel procurare la manodopera. Se non è ancora la fine del sindacato e della contrattazione collettiva, è qualcosa che gli assomiglia molto: come levare l'acqua dalla vasca dei pesci rossi.
Bene ha fatto, allora, Alfonso Gianni, a nome del gruppo di Rifondazione comunista, a porre una questione pregiudiziale di legittimità costituzionale, chiedendo che la Camera «non proceda all'esame del provvedimento, richiamando gli articoli 117, 76 e 24 della Costituzione». «Al riguardo - sostiene Gianni - bisogna osservare che la potestà parlamentare di trasferire al governo l'esercizio del potere legislativo è stata costituzionalmente contenuta in limiti assai precisi che non consentono, per principi e criteri direttivi, per durata e per oggetto della materia trattata, di dare luogo tanto a deleghe in bianco quanto a deleghe a tempo indeterminato».
Di questo che si tratta, essendo la riforma del mercato del lavoro qualcosa che se non costituisce un processo irreversibile, di sicuro va a modificare il sistema delle relazioni industriali e della stessa democrazia del lavoro, finora mediate le prime e garantita la seconda dagli strumenti di una rappresentanza sindacale che domani, a delega approvata, verrebbe semplicemente "bypassata" dai meccanismi del reclutamento individuale da parte di organizzazioni private per ciò appositamente istituite dal governo, e dunque, se non di diretta emanazione, ad esso per forza di cose vincolate e soggiacenti.
Ma la Camera ha respinto le tre pregiudiziali presentate da Rifondazione comunista, dai Ds e dalla Margherita, avvalendosi del diktat all'obbedienza che il governo pretende dai suoi parlamentari su ogni atto di portata "eversiva". I lavori sono pertanto proseguiti con l'approvazione dei primi due articoli: sull'oggetto intrinseco della delega il primo; sul riordino dei contratti e della formazione professionale il secondo. La maggioranza ha respinto tutti gli emendamenti delle opposizioni, in particolare quello del Prc sull'introduzione del salario sociale. Così da oggi non esiste più il collocamento pubblico, il mercato del lavoro passerà tutto attraverso la tagliola delle agenzie private, e domani la recita continua.




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