Dagli attacchi politici a quelli disciplinari. Il delitto di lesa maestà per aver osato chiedere di condannare Cesare Previti a 13 anni di reclusione proprio non va giù ai compagni di schieramento del parlamentare di Forza Italia. E così, dopo la requisitoria al processo Imi-Sir e Lodo Mondadori, contro Ilda Boccassini si erano sprecati gli attacchi di numerosi esponenti della Casa delle Libertà. Ma ora del caso si dovrà occupare anche il Consiglio superiore della magistratura. A scanso di equivoci, non si sa mai che non si riesca a portar via da Milano il processo per trasferirlo a Brescia e poi a Perugia e poi chissà dove grazie alla legge Cirami, i cinque membri laici del Csm in “quota” alla CdL pensano di trasferire anche la Boccassini. E per farlo si aggrappano al passaggio della requisitoria in cui il magistrato aveva ricostruito quello che ha definito un vero e proprio “controllo militare” degli imputati sulla Corte di Cassazione. Il membro laico del Csm Antonio Marotta, del Ccd, ha infatti presentato la richiesta, anche a nome dei colleghi Nicola Buccico, Giorgio Spangher, Giuseppe Di Federico e Mariella Ventura Sarno, di aprire un procedimento per accertare se, a causa delle parole pronunciate dal pm milanese, ci siano gli estremi per un suo trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale o funzionale. «Le dichiarazioni della Boccassini delegittimano la Cassazione - ha detto Marotta - La nostra iniziativa serve a tutelare la Suprema Corte. È uno dei nostri compiti principali tutelare la dignità e il decoro della magistratura».
All’istanza presentata al Comitato di presidenza di Palazzo dei Marescialli sono allegati gli articoli apparsi sulla stampa sulla requisitoria. Ad occuparsi del caso sarà la Prima Commissione, competente per i trasferimenti d'ufficio dei magistrati.
In difesa della collega è immediatamente intervenuta l'Associazione nazionale magistrati che ha parlato di «inauditi attacchi» e «tentativi poco responsabili di aprire divisioni all'interno della magistratura». L'Anm, con un documento della Giunta esecutiva, sottolinea che la Boccassini «nell'adempimento del ruolo che la legge riserva alla pubblica accusa, ha presentato le conclusioni, illustrato gli elementi di prova a carico, avanzato le richieste di pena. Sulle posizioni della accusa e della difesa la parola decisiva spetta solo al giudice con la sentenza». Per l’Anm «due punti debbono essere ben chiari: sotto accusa non è questo o quell'ufficio giudiziario, tanto meno la Cassazione, ma singoli imputati, fatti ed episodi specifici collocati in un preciso contesto temporale; l'onore della magistratura si difende eliminando, come si usa dire, le mele marce, il che vuol dire, in termini giuridici, accertamento delle responsabilità individuali ed applicazione della giusta pena».
Il sindacato dei magistrati sottolinea che «il reato di corruzione dei giudici è posto dalla legge e sentito nella società come tra i più gravi, poiché mina il baluardo ultimo della legalità». E la giunta dell’Anm giudica «essenziale, in questa come in tutte le vicende giudiziarie, l'attenzione critica della pubblica opinione e dei mezzi di comunicazione, stampa e televisioni. Ma occorre pur ribadire che il luogo del processo, della dialettica delle parti e della affermazione della legge è l'aula di giustizia e solo quella».
A dar manforte ai laici della Cdl nel Csm è arrivato subito Sergio Cola, An, della Commmissione Giustizia della Camera che si chiede «se quanto affermato dal pm di Milano non possa essere inteso come un mal celato messaggio, in previsione di un'eventuale pronuncia della Suprema Corte che potrebbe decidere sull'istanza di rimessione avanzata dai difensori di Cesare Previti e degli altri coimputati». Ma per l'ex consigliere del Csm Armando Spataro è «anomalo invocare l'intervento del Consiglio sul merito di affermazioni di un pm, che si possono condividere o meno, giudicare eccessive o meno, ma che sono pur sempre pertinenti all'oggetto del processo. È proprio la pertinenza rispetto alla materia del giudizio - aggiunge - che costituisce il discrimine delle affermazioni di un pm in udienza».
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