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Discussione: Padania fascista

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    Predefinito Padania fascista

    Da La Gazzetta di Mantova:

    http://www.gazzettadimantova.quotidi...tura/nt101.htm

    lunedì 28 ottobre 2002, SS. Simone e Giuda

    La provincia rossa si risvegliò in camicia nera

    Igor Cipollina

    Il 28 ottobre di ottanta anni fa Benito Mussolini diede ordine agli squadristi di occupare le grandi città del nord e di convergere verso la capitale. La retorica fascista avrebbe ribattezzato l'operazione come "la marcia su Roma". Re Vittorio Emanuele III non firmò lo stato d'assedio e affidò a Mussolini l'incarico di formare un nuovo governo. Tra le città occupate ci fu anche Mantova, come documenta la storiografia locale. Per comprendere cosa accadde quel giorno, e che volto ebbe il fascismo mantovano, abbiamo interpellato uno storico del Novecento, un ex deputato ed un saggista.
    «La marcia su Roma non turbò la vita quotidiana - racconta lo storico Luigi Cavazzoli, impegnato nella stesura del libro Mantova fascistissima - passò quasi inosservata, anche se la città era piena di bandiere. Si può però affermare che dopo due anni di violenza, la marcia su Roma venne avvertita come una liberazione. Nel Mantovano ci si era risvegliati bruscamente in camicia nera dal sogno di una repubblica socialista. La violenza fu particolarmente diffusa e feroce nel mondo delle campagne, dove i piccoli proprietari temevano la collettivizzazione delle terre. La spina dorsale del fascismo mantovano fu proprio l'Oltrepò». «A Mantova come altrove - concorda Renato Sandri, ex partigiano e in seguito funzionario e deputato comunista - le colonne di squadristi entrarono pacificamente. Non si sparò un solo colpo di fucile: il Paese era stremato e nelle masse prevalevano la confusione e lo smarrimento. Se in città la corrente più forte era quella nazionalista, nella padania profonda compresa tra le province di Mantova, Ferrara e Cremona era invece esplosa la violenza agraria. Nel 1921 l'organizzazione socialista non esisteva già più: i dirigenti erano emigrati all'estero o si erano trasferiti a Milano e Genova. Da noi infatti il fascismo non fu solo cieca violenza agraria, ma seppe anche sfruttare gli errori e i limiti del socialismo: nella pratica sindacale sia i massimalisti che i riformisti unirono i braccianti contro i contadini e i coltivatori diretti, che furono coordinati dai fascisti». Quanto alla retorica della marcia su Roma, poi, Cavazzoli obietta: «Mussolini non andò al potere con un colpo di stato, ma nel pieno rispetto dello statuto albertino, ed ottenne la maggioranza parlamentare grazie al sostegno dei popolari e dei liberali. Insomma, la marcia su Roma fu una grande carnevalata». La lotta antifascista nel Mantovano merita un discorso a parte: «Nella geografia della Resistenza - riconosce Sandri, che combatté sui monti del Veneto e poi a Milano - Mantova fu una provincia secondaria. Gli antifascisti erano isolati ed ancora fermi alle vecchie dispute e lacerazioni della classe operaia. Questo perché la pressione tedesca sulla zona era molto forte, e la frattura con i ceti medi profonda». «Durante il fascismo - spiega Cavazzoli - gli oppositori furono denunciati al tribunale speciale o spediti lontano per le grandi opere di bonifica. La lotta armata invece fu ostacolata dal controllo della zona, che con la sua produzione agricola forniva approvvigionamento alle forze repubblichine e ai tedeschi.
    Senza dimenticare che il mondo delle campagne era prevalentemente fascista».
    Spostando lo sguardo da Mantova all'intera Penisola, così lo scrittore Frediano Sessi introduce l'analisi della marcia su Roma: «L'avvento del fascismo fa seguito ai grandi moti susseguenti l'occupazione delle fabbriche e la rinascita del movimento operaio, il disastro dell'economia di guerra e le aspettative disattese. Il fascismo ebbe quindi l'appoggio sia degli strati popolari che della grande finanza e dei padroni del vapore, che temevano il ribellismo socialista. Così, quando avviene la marcia su Roma c'è già una disponibilità istituzionale ad un governo conservatore per sedare e rompere il sovversivismo di sinistra».

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  2. #2
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    Predefinito Bassa, culla dei fascistissimi

    http://www.gazzettadimantova.quotidi...tura/nt104.htm

    lunedì 28 ottobre 2002, SS. Simone e Giuda

    Bassa, culla dei fascistissimi

    La culla e la spina dorsale locali del fascismo fu la Bassa, furono le campagne della Bassa. Nei tanti documenti e nelle memorie dei testimoni sopravvissuti al tempo, l'Oltrepò socialistissimo - incubatrice del socialismo rurale e delle rivendicazioni sociali - diventa nero. Nella "Storia del fascismo mantovano" del 1927 è scritto che "In un territorio propizio alle rivendicazioni morali, il Fascismo fermentava come mosto nei tini". Gli squadristi della Bassa sono ancora tenebrosamente leggendari, vengono ricordati ordinariamente come manganellatori e più realisticamente come "i svarsladòr", dal "svarsèl", nome del bastone con appendice snodata in uso sulle aie per battere i legumi. Uno dei primi episodi del conflitto tra socialisti e fascisti è quello del 13 marzo del 1921: a Poggio Rusco, in strada, si scontrano rossi e neri provenienti da una zona ampia. Molti fascisti arrivarono in camion da Verona, Carpi, Mirandola e Modena. Da Dragoncello i rinforzi per i cosiddetti bolscevichi. Bilancio della guerriglia: 5 feriti fascisti e 25 tra i socialisti asserragliati nella Camera del Lavoro.

  3. #3
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    La Lupa romana è una cagna bastarda che muore allattando 2 figli di puttana
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    Marcia su Roma, le prove generali


    Ci fu un preludio in due atti. Il primo a Bolzano, il 24 aprile 1921. Stesso scenario per la seconda "marcetta", nel gennaio del 1922.
    di Stefano Galli


    ROMA - Sconosciuto dai più, vi fu un preludio alla Marcia su Roma, una sorta di “prova generale” in due atti. Primo atto: domenica 24 aprile 1921 a Bolzano si inaugura la Fiera campionaria. In programma ci sono festeggiamenti e manifestazioni: per le vie della città sfilano compatti, vestiti nelle loro tradizionali divise, gli Schützen sudtirolesi. Assiepati in una piazzetta insieme al loro capitano, Achille Starace, circa trecento militanti dei fasci di combattimento di Bolzano e Trento, ma anche di Verona, confluiti per l’occasione nella città sorta alla confluenza del Tálvera nell’Isarco, sono pronti all’azione. S’infiltrano nel pacifico corteo – confondendosi nel gruppo di Marling (Marlengo, nei pressi di Merano) – e, in piazza delle erbe, all’ombra della settecentesca fontana del Nettuno, il “sacro manganello” comincia a mulinare. Lo scontro corpo a corpo è violento, i fascisti estraggono le rivoltelle e iniziano a sparare; viene lanciata una bomba tra la folla e dalle finestre del Banco di Napoli uno squadrista si è affacciato e ha fatto fuoco, uccidendo Franz Innerhofer, un giovane maestro di musica di Marling. I feriti sono 46, tutti dal cognome tirolese.

    Il giorno dopo, Julius Perathoner, il vecchio borgomastro che guida Bolzano sin dal 1895 e che si è distinto per la sua larghezza di vedute e per la sua capacità di far convivere civilmente le due anime – quella tedesca e la minoranza (prima dell’immigrazione fascista forzata, beninteso) italiana – della città anche nelle tragiche circostanze della Prima guerra mondiale che le ha viste frontalmente contrapposte, proclama due giornate di sciopero per protestare contro l’accaduto. I negozi di Bolzano tengono le saracinesche abbassate e i giornali non escono, i muri sono tappezzati di manifesti che deplorano la violenza dell’offensiva italiana in Sudtirolo e le bandiere con l’aquila tirolensis sono listate a lutto, la gente scende in piazza.

    Secondo atto. Nel gennaio 1922, nelle province “redente” si vota per le elezioni amministrative. A Bolzano si impone ancora una volta, e con una larghissima maggioranza di voti, il Deutscher Verband, il movimento politico di lingua tedesca nato alla vigilia degli accordi di Saint Germain che hanno decretato l’annessione del Sudtirolo all’Italia. Con un plebiscito, Perathoner viene confermato borgomastro della città. Ma la situazione si evolve rapidamente nel breve volgere di pochi mesi e viene imposto un ultimatum al Consiglio comunale: entro il 30 ottobre il borgomastro Perathoner deve essere esonerato e deve essere esposto il tricolore sul palazzo municipale. Su ordine di Mussolini, il 2 ottobre convergono a Bolzano i fasci di combattimento delle principali città lombarde e venete. Julius Perathoner è costretto a dare le dimissioni insieme al capo dell’amministrazione civile delle terre redente, Luigi Credaro, un valtellinese che aveva lavorato molto bene in una situazione così delicata. Quasi a confermare che affonda le proprie radici anche nel risentimento per la “vittoria mutilata” nella Prima guerra mondiale (e il Sudtirolo era uno degli obiettivi privilegiati di conquista di questa guerra italiana), il Fascismo ha insomma marciato su Bolzano tre settimane prima di marciare su Roma.

    Le elezioni nazionali del maggio del 1921 hanno un grande sconfitto: Giovanni Giolitti. Il vecchio statista liberale di Dronero ha, infatti, sciolto le Camere nella speranza di consolidare il proprio consenso. Eppure, il suo programma riformista aveva trovato un vasto fronte oppositorio tra i popolari e in seno agli stessi liberali. E’ Ivanoe Bonomi a sostituirlo alla guida di una coalizione di governo composta da liberali, popolari e socialriformisti. In questa occasione Benito Mussolini, insieme ad altri 35 deputati fascisti, viene eletto per la prima volta in Parlamento, al termine di una profonda catarsi che ha visto il movimento e il suo leader depurarsi degli estremismi ideologici radical-rivoluzionari della prima ora, per trovare i finanziamenti degli agrari e degli industriali nonché accogliere elementi di orientamento reazionario. In questo modo il fascismo – che non è più quello rivoluzionario della “prima ora” – trova un mediatore tra l’ala incline allo scontro fisico in piazza e quella disposta a negoziare la violenza in termini parlamentari. Oltre che un mediatore tra la camicia nera e il doppiopetto, il fascismo trova altresì, nella figura di Mussolini, un volto istituzionale, capitalizzando gli eccessi delle squadre d’azione e gli effetti degli scontri extraparlamentari utilizzati come costante minaccia nei confronti degli avversari politici. Sin dai primi interventi in Parlamento da parte dei suoi deputati, Mussolini in testa, il movimento fascista lascia intendere la volontà di istituzionalizzare la propria linea politica con delle significative “aperture” nei confronti del Vaticano e della monarchia, consapevole tuttavia della propria forza negli scontri di piazza.

    Pochi mesi dopo, nel mese di novembre, il movimento si trasforma nel Partito nazionale fascista che ormai conta più di trecento mila iscritti e duemila “fasci” e si propone come l’unica forza politica che tutela e incarna i “supremi interessi della nazione”, perciò candidandosi a guidare il Paese. Solamente un’alleanza tra i due maggiori partiti di massa – socialisti e popolari – avrebbe potuto scongiurare tale prospettiva. E tuttavia, i socialisti erano sostanzialmente governati dall’anima massimalista, sfavorevole a qualsiasi forma di collaborazione con i governi borghesi; al contrario, i popolari di centro e di destra – che costituivano la maggioranza interna del partito – guardavano favorevolmente al fascismo, soprattutto in funzione antisocialista e antibolscevica.

    Al governo Bonomi, caduto nel febbraio 1922, succede quello guidato da un mediocre giolittiano, Luigi Facta. Il vecchio e glorioso liberalismo italiano, con il governo Facta, è davvero giunto al capolinea, come segnala un giovane intellettuale, Piero Gobetti, nel primo numero della “Rivoluzione liberale”: la crisi di identità della classe dirigente, rassegnata e passiva di fronte all’evoluzione del quadro politico, è evidente. Se ne rendono conto in molti, colpiti dal dilagare della violenza fascista, anche sul terreno sindacale, e dall’incapacità dei liberali di trovare un’alternativa “forte” al governo Facta. Nell’estate si apre una crisi di governo e si fanno ancora i nomi di Giolitti, di Salandra, di Orlando e di Bonomi. Ma Facta resta in sella e la brillante proposta avanzata da Filippo Turati di ristabilire l’ordine costituzionale e di affrontare frontalmente il problema fascista – che avrebbe implicato un accordo tra socialisti e popolari – non trova consenso di fronte alla minaccia mussoliniana di scatenare la guerra civile. Al fallimento dello sciopero di fine luglio proclamato dall’Alleanza del lavoro, i fascisti rispondono con saccheggi e distruzioni generalizzate (sedi di partito, municipi, cooperative, Camere del lavoro, redazioni di giornali).

    Con il deliberato obiettivo di arginare l’offensiva fascista, all’inizio del mese di ottobre Giovanni Giolitti avvia una lunga serie di negoziati, nel tentativo di istituzionalizzare il movimento di Mussolini, includendolo in un‘ipotetica alleanza allargata anche ai popolari. Tuttavia, da un lato Luigi Sturzo si oppone con fermezza e, dall’altro, Mussolini mette sul tavolo la richiesta di ben sei ministri. Ormai è chiaro che l’obiettivo dell’uomo di Predappio è uno solo: conquistare il potere e diventare capo del governo.

    Di fronte all’agonia del vecchio Stato liberale, Mussolini agisce risolutamente. Nei suoi discorsi auspica una monarchia “forte” e si schiera dalla parte degli imprenditori, sostenendo la necessità di aumentarne le opportunità operative. Validamente fiancheggiato da un “quadrumvirato” di stretti collaboratori (Italo Balbo, Michele Bianchi, Emilio De Bono e Cesare Maria De Vecchi) e da larghi strati dell’apparato della burocrazia e dell’esercito, strige i tempi e il 24 ottobre a Napoli, davanti a sessantamila “camicie nere” afferma: “O ci daranno il governo o lo prenderemo marciando su Roma”.

    Intendiamoci: Mussolini è perfettamente consapevole che, per quanto adusi alla violenza di piazza, i suoi uomini nulla avrebbero potuto contro l’esercito e l’ipotesi di un vero e proprio colpo di Stato militare è davvero impossibile da realizzare. La sua strategia è piuttosto quella di esercitare soverchianti pressioni politiche nei confronti del re, sia in modo diretto, sia in modo indiretto, grazie agli appoggi sui quali può contare negli ambienti imprenditoriali e negli ambienti di corte, nella burocrazia e nell’esercito, di fronte alla dissoluzione della classe dirigente liberale, ma anche all’impotenza dei popolari e alla frammentazione del fronte social-comunista.

    Il 26 ottobre Facta si dimette e il giorno successivo si mobilitano le “camicie nere” dell’Italia settentrionale e centrale, occupano gli uffici pubbblici (municipi, questure, prefetture, stazioni ferroviarie, ecc) e si dirigono verso la capitale a bordo dei treni appena assaltati e di autocarri sgangherati, in bicicletta e anche a piedi. E’ una giornata piovosa e fa freddo: i fascisti – circa quindicimila, poi aumentati nel corso della “marcia” – sono vestiti alla bell’e meglio, prevalentemente armati con fucili da caccia, moschetti, pistole e pugnali, e scendono verso Roma in modo disordinato, senza disciplina e senza ordine. Scartata l’ipotesi di un governo Giolitti, di un governo Salandra e anche di un governo Salandra-Mussolini, scartata altresì l’ipotesi di proclamare lo stato d’assedio malgrado il precipitare degli eventi, il 29 ottobre Vittorio Emanuele III accetta le condizioni di Mussolini e lo convoca a Roma per offrirgli l’incarico di formare il nuovo governo. L’indomani mattina, Mussolini si presenta al Quirinale: “Chiedo perdono, vostra maestà, se sono costretto a presentarmi ancora in camicia nera, reduce dalla battaglia, fortunatamente incruenta, che si è dovuta impegnare. Porto a vostra maestà l’Italia di Vittorio Veneto, riconsacrata dalla vittoria, e sono fedele servo di vostra maestà”.

    Con appena 35 deputati, ma con l’appoggio degli agrari e degli industriali, della burocrazia e dell’esercito, della magistratura e degli ambienti di corte, Mussolini conquista il potere, senza ricorrere alla violenza, pur minacciando di farlo. E diventa capo del governo secondo una procedura assolutamente costituzionale, sotto il profilo formale, dopo aver ricevuto l’incarico da Vittorio Emanuele III, ma grazie agli avversari che gli hanno davvero spianato la strada. E tuttavia, in quel momento si apre una parentesi della storia nazionale destinata a durare per oltre vent’anni. Una parentesi che non è iniziata, ottant’anni fa, con un vero e proprio colpo di Stato – quello, sotto il profilo giuridico, arriverà un paio di anni più tardi – ma si è progressivamente profilata, verso l’edificazione del regime, come un totalitarismo “imperfetto” e comunque strutturato, ricorrendo a metodi violenti sotto il profilo istituzionale e anche fisico, volti a eliminare gli oppositori, sul partito unico, sul rifiuto delle libertà politiche e sul culto del capo. Tutto è incominciato il 27 ottobre 1922.

    (28 OTTOBRE 2002, ORE 100)

  4. #4
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    Liberazione, 27-Ottobre-2002

    La Marcia su Roma: il 28 ottobre 1922 l'ingresso delle squadre fasciste nella capitale

    Sagra paesana, rivoluzione o colpo di Stato?

    Il 28 ottobre 1922, ottant'anni fa, la Marcia su Roma. Essa giunse dopo un biennio di violenze inaudite, che solo la furia degli stenterelli di una "storia" riveduta e corretta secondo le "nuove sensibilità" politiche può interpretare come una situazione bilaterale equilibrata: alle violenze dei "neri" corrispondevano le violenze dei "rossi". E che anzi, gli uni (i neri) non fecero che rispondere alle aggressioni che alla legalità i rossi andavano conducendo. Ora, convinti che la storia non sia un campo da tennis nel quale ci si rimpalla le verità dei fatti, certi invece che la storia sia una scienza che possa assicurare un grado sufficiente di sicurezza dei risultati, quando sia seriamente condotta, attraverso metodi e tecniche specifici, ci tocca ribadire che così non fu: la Marcia su Roma giunse a coronamento di quello che è stato chiamato "il biennio nero", seguito al "biennio rosso". Se questo, tra la fine della Prima Guerra mondiale e l'abbandono delle fabbriche occupate nel settembre 1920 da parte delle maestranze, rappresentò l'occasione non colta della "rivoluzione in Italia"; il secondo fu l'occasione della controrivoluzione, occasione raccolta al volo e tesaurizzata fino addirittura alla costruzione di un regime sia pur imperfettamente totalitario.

    Naturalmente occorre aggiungere che la Marcia su Roma non sarebbe pensabile senza la paura della sovversione bolscevica che percorse come un brivido freddo le schiene della classe dirigente dopo l'Ottobre russo. Paura che spesso gli esponenti socialisti alimentavano con frasi minacciose quanto inconcludenti. Già, la responsabilità dei capi del movimento operaio appare una componente non irrilevante in questa storia; la Marcia su Roma forse non sarebbe stata nemmeno tentata se la dirigenza proletaria - sindacale e politica - non avesse fornito così modesta prova di sé: le divisioni interne favorirono inoltre in modo grave l'avversario; e la stolta fiducia nello Stato liberale, ossia la fiducia nella sua volontà e capacità di fermare l'illegalismo fascista, fu esiziale per il socialismo italiano.

    Contribuì alla sconfitta anche la grave, generale sottovalutazione del "fenomeno Mussolini" e del suo movimento: il primo vero partito-milizia della storia italiana. In questa sottovalutazione i socialisti riformisti furono accomunati agli "intransigenti" e agli stessi comunisti; ma del resto commisero analogo errore di valutazione quei liberali che ragionavano in termini di spregiudicato utilizzo delle camicie nere a guisa di randello da usare sulla testa dei socialisti e dei comunisti (magari anche di un po' di cattolici troppo sensibili ai richiami delle classi umili). Come si sa, i Giolitti, gli Amendola, i Croce, gli Einaudi, gli Albertini ebbero a pentirsene, talora a carissimo prezzo, sulla base di un ravvedimento tardivo ma pur sempre apprezzabilissimo, come nel caso di Giovanni Amendola, che sarebbe morto proprio a seguito di un'aggressione dei fascisti; a lui, tra l'altro si deve l'impiego per primo dell'aggettivo "totalitario" e del suo sostantivo "totalitarismo": dando il via così ad un fortunatissimo cammino che conduce sino ai nostri giorni.

    Tutto dunque ebbe inizio, dopo l'"adunata" fascista tenuta a Napoli il 24 ottobre, nella quale in pratica si decise l'azione diretta, con la concentrazione a Perugia, due giorni dopo, dei "quadrumviri" (Balbo, Bianchi, De Bono, De Vecchi). Le "colonne" delle "camicie nere" si posero in marcia, non senza una larga dose di allegria, accresciuta dalle libagioni: ma nulla di più lontano dal vero la rappresentazione della Marcia su Roma come un esempio di folclore all'italiana, benché non siano mancati affatto gli aspetti di sagra strapaesana, con mangiate e bevute e canti carnascialeschi; ma non si trattò affatto di un'innocua scampagnata. Fu, invece, l'atto finale di una sistematica aggressione al cuore dello Stato, dopo il biennio di attacchi armati ai militanti del movimento operaio, di distruzioni sistematiche delle sue sedi, dei giornali, delle biblioteche popolari, i circoli ricreativi, le "case del popolo"; fu, il 28 ottobre '22, il colpo di grazia a quanto rimaneva della democrazia liberale in Italia da parte di un partito che era in realtà un esercito di occupazione e si comportava da tale, ma con la complicità, ora attiva ora passiva, di gran parte delle istituzioni che quello Stato rappresentavano e che avrebbero dovuto difendere.

    In effetti, né il potere politico, pur nella successione dei governi, né la magistratura, né le forze dell'ordine e l'esercito avevano fatto nulla di quanto il dovere istituzionale imponeva loro; non fu perseguito, come avrebbe dovuto essere, l'illegalismo delle "squadre d'azione", le quali, dunque, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, accrebbero la loro protervia, acuirono la loro violenza, intensificarono le loro incursioni. Le pubbliche istituzioni, secondate dalla gran parte dei "commentatori politici", non difendevano coloro che erano le vittime dell'illegalità, i bersagli delle violenze fasciste: erano in fondo accomunati dall'auspicio che ciò valesse una buona volta a "domare" i socialisti e i comunisti, le leghe bianche e rosse, lo "strapotere" sindacale nel mondo del lavoro specialmente nella Valle Padana; e allo scopo il fascismo sembrava lo strumento adatto. Senza contare quanti si fecero abbagliare dall'"Uomo della Provvidenza", colui che si presentava come il Salvatore dell'Italia, il suo Rigeneratore, il suo nuovo Condottiero verso le immancabili sorte magnifiche e progressive: il Duce, insomma.

    La Marcia su Roma non avrebbe potuto giungere al successo, a dispetto di tutto quanto si è qui detto, senza la complicità della Monarchia: per ben due volte il decreto di stato d'assedio promulgato dal Governo Facta non fu controfirmato da Vittorio Emanuele III, il quale si assunse così, pienamente e consapevolmente, la responsabilità di consegnare il potere al rappresentante di un partito-milizia che aveva, con la marcia verso la capitale (alla quale prudentemente peraltro lo stesso Mussolini non partecipò), inferto un colpo mortale, sul piano simbolico, prima di tutto allo Stato di diritto; un uomo e un partito responsabili della morte e del ferimento di migliaia di persone; della distruzione di edifici e beni, anche pubblici, di minacce e di intimidazioni gravissime.

    Perciò la Marcia su Roma più che una "rivoluzione" fu, come scrisse Luigi Salvatorelli, acuto osservatore e poi storico di quell'agitato periodo, un "colpo di Stato" della Monarchia; non era d'altronde il primo, essendo stato preceduto dalla messa fuori gioco del Parlamento nel maggio del 1915 per portare l'Italia in guerra; e non sarebbe stato l'ultimo, se si pensi alla drammatica notte del 25 luglio del '43, quando il re fece arrestare, in fondo illegalmente, quello stesso Mussolini che illegalmente aveva ottenuto dal re il potere.

    Una ragione di più per guardare con disprezzo, e non senza qualche preoccupazione, gli "eredi" dei Savoia, che si accingono, burbanzosi e tronfi, a rientrare nell'Italia che la loro casata consegnò al Cavalier Benito Mussolini.

  5. #5
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    cmq cut / past a parte (che non fanno molto teste pensanti) l'equazione rimane questa...

    negazione dell'esistenza del popolo PADANO = Fascisti neri
    negazione dell'esistenza del popolo PADANO = Fascisti rossi
    negazione dell'esistenza del popolo PADANO = Fascisti cattolici
    negazione dell'esistenza del popolo PADANO = Fascisti reimportati di tutti i colori

    = Merda italica

  6. #6
    Hanno assassinato Calipari
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    E il popolo padano sarebbe?

  7. #7
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    Originally posted by yurj
    E il popolo padano sarebbe?
    qualcosa di estremamente differente dal popolo animale di cui fai parte....

    e poi ciccio ha un bel coraggio a venire a postare queste cazzate proprio sul forum "PADANIA"

  8. #8
    Hanno assassinato Calipari
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    Padania libera... dai celti

  9. #9
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    Originally posted by yurj
    Padania libera... dai celti
    senti zerbino esterno del "pedro"...........

    come mi hai chiamato in un altro post.....

    "babbeo celtico" ????

    sfortunatamente , il babbeo celtico , pur girando molto per motivi affettivi dalle tue parti , il giorno che si farà pulizia completa di voi virus itagliani stara quà , DOVE E' NATO , a far "pulizia" se no mi sarebbe piaciuto un sacco farti una pisciatina in testa....

  10. #10
    Hanno assassinato Calipari
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    Io sono nato in Veneto, tu in quale baita?

 

 
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