WAR GAME
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Ho trattato in tempi passati l’argomento di come il calcio, e ciò che lo circonda soprattutto, sia un gioco, con le sue regole capaci di creare un altrove dove convenzioni sociali, gerarchiche, “normali” possono essere (anzi, lo devono!) ribaltate.

Sulla falsa riga del bellissimo libro di Massimo Fini “Elogio della Guerra” (che vi invito a leggere) sviluppo ulteriormente il discorso solo per ciò che riguarda la componente del tifoso ultras. La teoria del libro è molto semplice: fin dagli albori della storia la guerra è stato un motore in grado di dare una particolare dinamica alla società, e di formare un particolare carattere nei suoi componenti combattenti. Solo con la seconda guerra mondiale, e con la minaccia atomica, si è di fatto incominciato ad aver timore della guerra come distruzione assoluta dell’umanità, una paura che rappresentata dai due blocchi contrapposti a oriente e occidente ha di fatto paralizzato ogni velleità bellicosa su grande scala. La lettura storica, per quanto particolare, è accettabile, direi. Quello che più importa è tuttavia l’analisi del comportamento dell’uomo nel momento della guerra. Azzerati i suicidi. Totalmente stravolta la concezione della vita, moltiplicate le sensazioni, modificato totalmente il concetto di tempo. Il nostro concetto anche inconscio considera l’omicidio una cosa grave, ma l’omicidio in guerra, combattendo, è diverso e si può dire “giustificato”.

Nel nostro linguaggio espressioni belliche sono non solo tollerate, ma quasi sempre legate a un concetto positivo: stare in guardia, essere combattivi… Pensiamo alle parole legate al calcio: la linea difensiva, l’uso della parola “missile” o “bomba” a elogio di tiri molto forti, l’ “assalto degli ultimi minuti”, l’ “arrembaggio”, la “mischia furiosa”, “il combattente di centrocampo”, gli “attacchi”, l'“asserragliarsi in area”, il “bunker difensivo”, “scardinare la difesa avversaria”… potremmo andare avanti per ore. Il linguaggio è indizio importante per giudicare i comportamenti condivisi. La nostra società dunque condivide un valore positivo legato alla
prestazione di un servizio di guerra da parte dei suoi cittadini: i caduti sono “eroi”, “martiri”, nessuno che uccida un nemico in guerra va in galera per omicidio.

Massimo Fini si spinge ben oltre: la guerra, la dinamica sociale violenta E’ INDISPENSABILE ALL’UOMO. Le società stesse si sono conosciute più nell’avversione che nell’amicizia: non si studia nulla tanto bene come le caratteristiche del nemico e dell’avversario: l’opposizione porta a una conoscenza superiore.

Potrei ora qui innestare il pensiero di Sartre sul “gruppo” come insieme paritario e attivo (unico momento in cui l’uomo è storia, e non la subisce), volto e finalizzato alla rivoluzione, evento storico imprescindibile. Tanto irrinunciabile che non è fine, ma passaggio, e una volta attuata ne presuppone già un’altra col formarsi di un nuovo gruppo. Khun ha insegnato con il suo paradigma epistemologico che non solo la storia procede per questa via, ma la conoscenza stessa dell’uomo, che avanza non per cumulazioni successive, ma per rivoluzioni che danno una nuova lettura a tutte le cose.

Mi rendo conto di aver fatto un lungo preambolo, vengo ai fatti.

Dopo la minaccia atomica, non abbiamo avuto più guerre mondiali, ce ne fossero state saremmo morti tutti. Questo il ricatto della morte atomica. Dove ha cercato la società il suo bisogno di sfogare la necessità di guerra? In un primo momento in guerre “locali”, cosa che ancora oggi avviene. Ma le guerre odierne sono lontane: le combattono altri per noi, e delle emozioni del combattimento o della gloria della vittoria a noi nulla viene. Eppure l’esigenza che è insita nell’uomo non si è spenta. Scendendo ancora, abbiamo trovato micro guerre nelle piazze: dopo la minaccia atomica si sono sviluppati tutti i “combattimenti” ideologici o politici, che si sono manifestati e si manifestano ancora sotto diverse forme. Nessuno che abbia fatto la guerra o il ’68 (da qualsiasi parte sia stato) vi negherà che quello è stato, se non il più bello, il più intenso o “vero” dei periodi della propria vita. La dinamica è andata oltre, e dopo che l’eroina (di Stato?) di fatto uccise la generazione del ’68 (e si badi bene colpì a destra e a sinistra!), nell’impossibilità di eliminare una violenza non solo insita, ma necessaria alla società, si decise di chiuderla in dei catini, ben delimitati.

Finito il periodo delle lotte nelle piazze, con un piccolo interregno, alla fine degli anni ’70 si sviluppò il movimento ultras italiano. E tutta la dinamica sopra descritta si ripresenta. Di cosa gode il tifoso? Quali sono i suoi ricordi più vivaci, appassionati, le cose che racconta con aura “mitica”? Gli scontri. La superiorità fisica sull’avversario avvenuta a seguito di un confronto. L’avversità con le forze dell’ordine, nemico che combatte, esso stesso, con la violenza e le armi. Inutile negare che andare sul telegiornale per scontri o cariche, o avere un articolo di giornale che parla di una certa qual guerriglia è unanimemente considerato nel mondo ultras un vanto.

Le diciture degli striscioni, e i nomi dei gruppi richiamano null’altro che la terminologia militare, e questo “elogio della guerra” non scandalizza nessuno: a Rimini c’è una Falange, a Cesena delle Brigaden, la stessa parola ultras deriva dai più incattiviti della Rivoluzione francese, e si potrebbe andare avanti a lungo dicendo di nomi come Armata, Fossa, Brigate, Korps, Fedayn, Opposta Fazione, Viking, e chi più ne ha più ne metta.

Ebbene che ho dimostrato? Forse niente. O forse che, così come è accettata nella società una violenza di guerra “giustificabile” e eroica e non condannabile, i cromosomi di questa sono giunti, infine, negli ultimi guerrieri che combattono piccole guerre la domenica o nelle manifestazioni, ma che sono animate dal concetto non meno pregnante dell’ “elogio della guerra” più o meno consapevole. Qualcuno di voi non si compiace vedendo una foto di scontri riguardante la propria tifoseria sul giornale? Mi piacerebbe vedere l’incidenza dei suicidi su gente che si definisce “ultras” rispetto a gente che passa una vita in monotone e poco emozionanti occupazioni… "