TRATTO DAL SITO : http://www.christianismus.it

Andrea Nicolotti
LA SOCIETÀ GIUDAICA

Gruppi e classi sociali al tempo di Gesù

La società giudaica era suddivisa in classi rigidamente differenziate, ognuna delle quali era caratterizzata da diritti e doveri propri. Un quadro della situazione socio-politica del I secolo d.C.

I SACERDOTI
La celebrazione dei riti sacri, pubblici e privati, spettava ai Sacerdoti “della tribù di Levi, figli di Sadoq” (Ez 44,15), la cui genealogia veniva fatta risalire ad Aaronne, fratello di Mosè; essi godevano di numerosi privilegi (ad esempio ricevere parte delle offerte dei fedeli), dovevano essere liberi da difetti fisici, non potevano sposare una donna divorziata e sottostavano a rigide norme di purità. La classe sacerdotale era assai stimata all’epoca del secondo Tempio, sebbene fossero evidenti le differenze tra i sacerdoti benestanti e quelli semplici, che avevano anche altre attività. I sacerdoti più aristocratici ordinariamente erano Sadducei, ma ogni gruppo religioso ne annoverava tra le sue fila. Essi erano divisi in ventiquattro classi, ognuna delle quali prestava servizio nel Tempio per una settimana (cfr. Lc 1). I sacerdoti erano coadiuvati nel loro servizio dai Leviti, il clero inferiore, che però non avevano gli stessi diritti dei sacerdoti, e si occupavano anche della pulizia e della manutenzione del Tempio (ogni giorno occorrevano duecento Leviti per aprire le enormi porte del Tempio); anche essi erano suddivisi in ventiquattro classi.Il personaggio più autorevole, in età postesilica, era il Sommo sacerdote, la cui incombenza principale era quella di entrare il 10 di Tishri nel Sancta Sanctorum per purificare il popolo (Lev. 16) e di invigilare su tutto l’andamento del culto, al quale solitamente partecipava nelle festività maggiori. Speciali norme, poi, gli imponevano una santità particolare.La cerimonia dell’investitura aveva sostituito l’unzione, dopo la distruzione del Tempio salomonico, a causa della dispersione dell’olio santo. Al sommo sacerdote spettava un ricchissimo paludamento sacrale, del quale ci è stata conservata la descrizione; egli lo indossava nelle sacre cerimonie, eccezione fatta per il giorno dell’espiazione, nel quale egli penetrava nel Santo dei Santi vestito da semplice sacerdote.Dopo la creazione del Sinedrio, egli ne fu il capo di diritto; inoltre, nel caso di vacanza del potere civile, egli lo assumeva su di sé. Con l’avvento al potere della dinastia di Erode il Grande, spirò per lui l’obbligo di vegliare sulla legge, la cui interpretazione gli scribi arrogarono a sé.Sotto la dinastia degli Asmonei, i sommi sacerdoti esercitarono anche la funzione regale, sebbene essi non fossero discendenti di re Davide come la tradizione richiedeva. Questo irregolare stato di cose, fu una delle motivazioni alla base dell’opposizione degli Asidei (cui si ricollegarono idealmente i Farisei) alla figura di Gionata fratello di Giuda Maccabeo (160-142 a. C.). In seguito, privati del trono al tempo di Erode il Grande, i pontefici furono quasi sempre eletti tra i membri di alcune famiglie sacerdotali più influenti. Uno degli scopi della rivolta giudaica del 68-73 fu quello di insediare un nuovo “legittimo” sommo sacerdote. La mercificazione della dignità, il fatto che i pontefici appartenessero abitualmente al partito dei Sadducei, la durata della loro carica che dipese sempre più dal capriccio dell’autorità civile del momento, e in certi casi la loro avidità e ignoranza, favorì il declino dell’autorità dei sommi sacerdoti presso il popolo, specie nel I secolo d.C.; tuttavia, grazie alla considerazione di cui godeva la sua carica presso il popolo, essi restavano ugualmente figure influenti e rispettate.

GLI SCRIBI
Il nome Scriba corrisponde al greco grammatéus, scrivente; altri termini usati nel Nuovo Testamento sono giurista, didascalo o dottore della legge. L’origine degli Scribi si ricollega all’esilio babilonese, quando il fallimento dell’antico ideale di istituzione monarchica e sacerdotale, e la lontananza dal Tempio, favorirono la pietà e lo studio della Legge. Questo studio necessitava di una scuola: dopo il ritorno dall’esilio nacque allo scopo il ceto degli Scribi, dei quali parla già Siracide 38-39. Essi non solo si erano dedicati allo studio della Scrittura per acquistarne la conoscenza, ma si erano resi capaci di insegnarla ad altri, ed in veste di esperti affiancavano i giudici in tribunale. Gli Scribi insegnavano la legge in scuole da loro fondate, nella casa del rabbi o nel cortile del Tempio, circondati dai loro scolari. Essi provenivano da classi sociali disparate; c’erano anzitutto membri del ceto sacerdotale, ma la maggioranza di essi era di origine laicale. L’autorità di cui godevano questi legisti è dimostrata anzitutto dal titolo di rabbi (maestro) che fu loro attribuito.I Vangeli e alcuni testi talmudici tendono a inveire contro questa categoria, accusandoli di stretto legalismo e formalismo esteriore, di corporativismo e di tendenza a sentirsi superiori al popolo illetterato; ma questi dati non vanno generalizzati. Nei Vangeli e nella tradizione giudaica Scribi e Farisei sono continuamente associati, ed è normale, tenendo conto della realtà contemporanea; ma non tutti gli scribi erano Farisei, come non ogni Fariseo era uno Scriba. Gli Scribi erano gli uomini dedicati allo studio, all’interpretazione, alla conservazione e all’insegnamento della legge, sacerdoti o laici, Sadducei o Farisei; ma essendo per lo più al tempo di Gesù dei laici, seguivano quasi tutti le dottrine farisaiche. Sarebbe però un errore identificarli completamente, anche se in genere gli Scribi propendevano per l’interpretazione farisaica della Legge; d’altra parte, essi esistevano prima della nascita del movimento farisaico, ed alcuni di essi erano sacerdoti sadducei. Anche i Vangeli talora hanno lasciato traccia di questa distinzione.

GLI ANZIANI
Accanto agli Scribi va menzionato il gruppo degli Anziani ai quali i Vangeli alludono spesso (cfr. Mc 15,1; Mt 16,21; Lc 22,52). Non si tratta di Dottori della Legge, ma di patrizi, persone altolocate, indicati dalle fonti come capi del popolo, notabili, nobili. Essi avevano un ruolo predominante nel governo della nazione dopo l’esilio, ma la loro influenza nel Sinedrio al tempo di Gesù era alquanto diminuita.

IL POPOLO
La popolazione totale della Palestina del I secolo è stata calcolata in poco più di mezzo milione di abitanti, in maggioranza contadini, artigiani o addetti al commercio. Certe professioni erano oggetto di disprezzo, come quella dei conciatori (cfr. At 9,43) o dei tessitori, per via delle impurità legali che comportavano, o quella dei collettori delle imposte o pubblicani, che erano al servizio dei romani. Per questo, le fonti li mettono frequentemente in compagnia dei ladri e dei peccatori.

GLI SCHIAVI
La classe più sfavorita socialmente in Palestina era quella degli schiavi. Un cittadino libero poteva cadere in schiavitù sia come punizione per il reato di furto sia per l'impossibilità di pagare i debiti; un povero poteva anche vendere se stesso e andare a servire. Bisogna però distinguere fra gli schiavi di origine giudaica, protetti da una speciale legislazione nella Bibbia (Es 21; Lv 25,39) e quelli di origine pagana la cui servitù poteva essere a vita: infatti lo schiavo giudeo recuperava la libertà, di norma, alla fine di sei anni servizio. Considerati come proprietà assoluta del padrone, gli schiavi pagani potevano essere ceduti, venduti ed entrare anche nell'eredità. Non erano a riparo dai maltrattamenti e dai capricci dei loro padroni (cfr. Sir 33,25 ss.), ma se venivano maltrattati o si procurava loro qualche invalidità fisica, il tribunale si riservava il diritto di render loro la libertà (Es 21,26-27). L'uccisione di uno schiavo era punita come un omicidio. Lo schiavo pagano poteva anche essere aggregato al giudaismo, l'uomo tramite la circoncisione, la donna con un bagno che «ne faceva un proselito» (Targum di Dt 21,13); in seguito a ciò non li si poteva più vendere a dei pagani. Certi maestri del Talmud giunsero a proibire di tenere presso di sé degli schiavi incirconcisi. Essi erano comunque tenuti a osservare solo una parte degli obblighi religiosi che incombevano ai Giudei, praticando le azioni alle quali erano tenute le donne. Secondo la legge ebraica, allo schiavo giudeo era consentito lavorare non più di dieci ore al giorno, e mai di notte; doveva essere trattato bene e non gli si dovevano imporre servizi considerati disonorevoli, come lavare i piedi al padrone o mettergli i calzari. Non poteva essere obbligato a lavorare di sabato, né essere sottoposto a umiliazioni, o incaricato di svolgere lavori che rivelassero la sua condizione di schiavo, come esercitare il mestiere di sarto, barbiere o servitore nei bagni pubblici. Se fuggiva dal padrone, non era lecito riconsegnarlo. Le schiave godevano minori privilegi in confronto ai maschi, ma anch'esse erano protette dalla legge; inoltre, una giovane schiava avvenente, mantenuta come concubina, non raramente poteva anche divenire moglie del padrone.

PROSELITI E TIMORATI DI DIO
Caratteristica della religione d'Israele è il suo stretto legame con un popolo. Tuttavia, fin dall'AT, troviamo numerose allusioni a una categoria di stranieri che vivono in mezzo al popolo e vi sono religiosamente incorporati: sono i gherim, un termine che i Settanta rendono abitualmente con prosélytoi. I proseliti prendono parte alla celebrazione delle feste (At 2,11), a esclusione del banchetto pasquale se sono incirconcisi (Es 12,48), e devono rispettare il sabato (Es 20,10). Buona parte della letteratura del giudaismo ellenistico è impregnata di una sorta di propaganda giudaica verso i Gentili, allo scopo di presentare la fede d'Israele come assimilabile ad altre culture. La missione cristiana si troverà spesso ad avere a che fare con dei proseliti (At 6,5; 13,43). In tempi tardivi, questi proseliti circoncisi, che si erano sottomessi alla circoncisione, accompagnata da bagno rituale e da un sacrificio al Tempio, furono chiamati anche proseliti di giustizia, in quanto osservanti della giustizia della Legge giudaica. Gli altri erano chiamati proseliti della porta o di abitazione, in quanto dimoranti dentro le porte, ossia abitanti d’Israele.Di norma i proseliti vengono distinti dai devoti o timorati di Dio che accettavano la fede giudaica, ma non suggellavano la loro adesione con la circoncisione. Vi era una certa oscillazione nelle denominazioni: la lingua del NT (At 13,43) e non solo, mostra che l'espressione «timorati di Dio» era talora impiegata, etimologicamente più che tecnicamente, in modo da comprendere anche i veri proseliti. A costoro, oltre all’adesione dottrinale, si richiedeva solamente l’osservanza del sabato e dei digiuni, qualche contributo al Tempio e alcune prescrizioni sui cibi.

LE DONNE
Le ragazze di solito si sposavano assai giovani, fra i 12 e i 14 anni. Il matrimonio era giuridicamente valido che il giovane aveva stipulato il contratto ufficiale di fidanzamento con il padre della sposa, davanti a testimoni: se lo sposo promesso veniva a morire nei dodici mesi di fidanzamento, la fidanzata era comunque considerata vedova. Il fidanzamento si poteva rompere solo con una lettera di ripudio1. Secondo Dt 24,1 soltanto il marito poteva dare questa lettera alla moglie «se avesse trovato in essa qualcosa di vergognoso»; era invece passibile di morte in caso di adulterio. Un argomento che doveva essere uno dei temi preferiti nelle controversie di scuola, era certamente l’interpretazione del motivo valido per il ripudio: i dottori discepoli di Hillel si accontentavano di ragioni di poco conto, mentre quelli di Shammai esigevano una colpa grave contro il buon costume e un'infedeltà al marito. Anche Gesù avrebbe avuto poi occasione di pronunciarsi su quest’argomento, interrogato se fosse lecito ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo, domanda alla quale rispose negativamente (Mt 19,3). Il marito doveva versare alla donna dalla quale si separava una somma che era stata determinata nel contratto di matrimonio: questa clausola di ordine economico aveva anche la funzione di limitare il numero dei divorzi. Era vista come una grande sventura, addirittura un castigo di Dio, il fatto di rimanere senza figli; il marito poteva ripudiare la moglie se essa, in capo a dieci anni, non gli avesse dato figli. Come in genere nell'oriente antico, la donna non partecipava alla vita pubblica (salvo casi eccezionali, come quello della regina Alessandra, 76-67 a.C.); non partecipava attivamente al culto, né poteva valere come testimone nei processi. Al Tempio le donne non potevano oltrepassare il vestibolo a loro riservato, e nella sinagoga non intervenivano né per la lettura della Torah né per le preghiere. Nella diaspora tuttavia, a contatto con le usanze più liberali del mondo pagano, sembra che le donne abbiano goduto di maggiore iniziativa (cfr. At 16,13). Le donne non erano tenute allo studio della Bibbia alla stessa maniera che gli uomini; l’occupazione della donna consisteva soprattutto nel disbrigo dei lavori domestici. La condizione teorica della donna nell'antichità è ben descritta dalla frase di Flavio Giuseppe: “La donna, dice (la Legge), è inferiore all'uomo in ogni cosa” (Contra Apionem II,24). Nella pratica, la tradizione garantì alla donna giudea una serie di diritti considerevoli se teniamo presente l'epoca; ad esempio i testi che autorizzavano il padre a vendere la figlia, come schiava o per il matrimonio, furono notevolmente temperati. Il fatto che un gruppo di donne abbia seguito Gesù (Lc 8,1-3; Mc 15,41), in ogni caso, doveva apparire a quel tempo piuttosto insolito

Gruppi religiosi

I FARISEI
Il nome dei Farisei deriva dalla parola ebraica perûšîm, ovvero separati, divisi, in ossequio al loro ideale di purità; essi si distinguevano dalla gente comune, il “popolo della terra”, che tralasciava l’osservanza totale della legge. L’idea di “separazione” è anche riconducibile alla divisione dal movimento asideo avvenuta fra il 160 ed il 150 a.C., da cui presero forma anche gli Esseni; in tale interpretazione, perûšîm va interpretato in dissidenti, secessionisti. Essi appaiono per la prima volta, in opposizione ai Sadducei, al tempo di Giovanni Ircano, alla fine del II sec. A.C; dopo la distruzione nel Tempio del 70, il farisaismo da “secessionista” divenne il giudaismo normativo.I Farisei, sino almeno alla fine del secolo I d.C., negavano in opposizione agli Asidei ogni attesa apocalittica della prossima fine, ed erano critici verso le forme di messianismo; si tenevano separati da tutto ciò che non era giudaico ed impuro. Essi mostravano massimo rispetto per la torah, ovvero il Pentateuco, la legge di Mosè, scritta e da essi interpretata; ma consideravano altrettanto fondamentale la legge o torah orale, una tradizione che interpretava e completava l’opera mosaica. Questo è il maggior punto di scontro con i Sadducei, che rigettavano ogni tradizione e interpretazione orale della legge.I Farisei, così zelanti nell’adempimento della legge, ritenevano che la sua osservanza avesse una funzione escatologica, e anticipasse l’avvento della nuova era della salvezza; essi evitavano i contatti con i peccatori e gli ignoranti, che non potevano conoscere la legge ed essere uomini pii.I Farisei ammettevano l’intervento divino nel governo del mondo, senza negare il libero arbitrio umano, tenendo così una posizione intermedia tra i Sadducei, che limitavano enormemente l’azione della provvidenza, e gli Esseni, che negavano del tutto il libero arbitrio e ponevano ogni cosa in mano al destino.Come i gruppi apocalittici, insegnavano l’immortalità dell’anima e aspettavano la risurrezione dei morti con il corpo, cosa che i Sadducei negavano, come probabilmente non ammettevano altro essere spirituale all’infuori di Dio, secondo la testimonianza di Atti XXIII, 8: “I Sadducei infatti affermano che non c'è risurrezione, né angeli, né spiriti; i Farisei invece professano tutte queste cose”; essi credevano nell’esistenza degli angeli, e nella retribuzione eterna personale.Secondo le fonti, essi erano più clementi nell’infliggere pene, specie capitali, e causarono l’abolizione di un duro codice penale sadduceo; avevano inoltre alcune differenze liturgiche rispetto ai Sadducei (l’offerta del primo manipolo, la Pentecoste, la cena pasquale).Mentre i Sadducei raccoglievano il consenso dell’aristocrazia, i Farisei erano sostenuti dalla stragrande maggioranza del popolo, che ne ammirava anche la scrupolosa osservanza della legge ed i costumi; per cui nel Sinedrio essi godevano di grande autorità.
Non mancavano le rivalità tra le differenti scuole di pensiero, la più famosa delle quali fu quella tra le scuole dei rabbi Shammai e Hillel. La prima propugnava una rigida interpretazione delle Scritture, la seconda era di tendenze più liberali; la maggior parte delle discussioni tra i rispettivi aderenti riguardava dettagli dell’osservanza della legge ebraica.L’atteggiamento di Gesù verso di loro fu di accusa e critica, ma vi furono anche alcuni Farisei con cui strinse rapporti amichevoli (Simeone, Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea); d’altra parte, essi erano il partito religioso più vicino all’insegnamento di Gesù. Si noti che l’eccessivo formalismo e legalismo di alcuni Farisei, contro il quale Gesù si scagliò venne talora criticato anche da certi esponenti del rabbinismo, come ci testimonia il Talmud babilonese.

I SADDUCEI
Dei Sadducei abbiamo notizie meno dettagliate e spesso a loro avverse, anche a causa della loro sparizione dopo la distruzione del 70 d.C. Il loro nome è il patronimico di Sadoq, sommo sacerdote del Tempio di Salomone, al quale si rifanno anche gli scritti di Qumràn; secondo altri, significa invece giusti. Quale partito politico religioso proprio della classe dominante, si distinsero per il loro collaborazionismo col potere romano; ciò non impedì loro atteggiamenti fortemente giudeo nazionalisti, come il gesto di Eleazaro che nel 66 a.C. escluse il sacrificio all’imperatore e diede forza all’insurrezione antiromana.I Sadducei provenivano soprattutto dalla classe sacerdotale e formavano un partito aristocratico; legati alla tradizione e al servizio del Tempio, erano piuttosto snobbati dal popolo, e non avevano grande autorità al di là di quella derivante dal servizio liturgico. Nel Sinedrio, la presenza degli Scribi e dei Farisei ne limitava assai l’influenza.Si è accennato alle loro caratteristiche dottrinali: esclusività della legge scritta, rifiuto dell’immortalità dell’anima, della retribuzione personale e della risurrezione, attenendosi all’idea tradizionale dell’aldilà (sheol). La negazione dell’esistenza di angeli e spiriti ci è riportato solo dall’evangelista Luca.Essi rifiutavano anche l’ideale apocalittico di un dualismo bene-male, ed ogni predestinazione delle azioni umane; per la loro avversione al messianismo popolare, furono i primi responsabili dell’esecuzione di Gesù.

GLI ESSENI
Flavio Giuseppe, nel dividere i partiti religiosi del suo tempo in quattro categorie, mette a fianco dei Farisei, dei Sadducei e degli Zeloti, gli Esseni (Bellum Iudaicum II, 119). Il nome greco di Esseni o Essei pare derivare da un termine aramaico che probabilmente significa pii, fedeli (è il parere di Filone e Giovanni Crisostomo). Come i Farisei, anche gli Esseni derivavano dal movimento apocalittico degli Asidei, del quale costituiscono la continuazione radicalizzata, caratterizzata dalla fedeltà alla legge. Già menzionati dalle testimonianze antiche (Filone, Giuseppe Flavio, Plinio il Vecchio e gli eresiologi cristiani tra i quali Ippolito), quasi certamente essi coincidono con gli abitanti dell’insediamento di Qumràn, vicino alla riva nord occidentale del Mar Morto, rinvenuto nel secondo dopoguerra.
Il fondatore della comunità di Qumràn fu un sacerdote sadocita detto Maestro di Giustizia, operante verso la fine del II sec. a.C., che organizzò la vita gerarchica comunitaria, e venne considerato dai suoi seguaci il profeta della fine dei tempi; esso abbandonò Gerusalemme perché persuaso che il culto colà fosse celebrato da sacerdoti indegni (non sadociti) e secondo un calendario sbagliato (lunisolare). Il nemico più grande al tempo dell’abbandono di Gerusalemme fu un “Sacerdote empio”, forse un sommo sacerdote maccabeo, Gionata I (160-143 a.C.) o suo fratello Simone (143-135 a.C.)Gli Esseni “monastici” di Qumràn, a differenza di quelli “sposati” che vivevano nelle città della Palestina, osservavano la comunanza dei beni ed il celibato; la loro vita monastica nella povertà ed i loro riti celebrati secondo un proprio calendario tenevano il posto di quelli gerosolimitani, in attesa della restituzione e purificazione del Tempio di Gerusalemme, e della liberazione dagli empi Asmonei. Tuttavia, non ad un ideale di povertà o di comunità monastica di stampo ascetico-cristiano si deve la vita comunitaria di Qumràn, ma alle concezioni cultuali e sacerdotali degli Esseni.Gli Esseni si sentivano l’unico vero Israele sopravvissuto; al centro della loro vita comunitaria vi era il banchetto rituale in comune presieduto dal sacerdote, preceduto da lavacri rituali. La purità era considerata una condizione imprescindibile, in quanto impurità e peccato, per gli Esseni, erano collegati da un legame fortissimo.Tipicamente essena è la dottrina dualistica che prevede due potenze della luce e delle tenebre in lotta fra loro; la futura vittoria delle prime è descritta con le caratteristiche di una liberazione militare. L’attesa escatologica della fine dei tempi si concretizzava nell’idea di una prossima guerra di vendetta, in cui essi sarebbero stati lo strumento divino per la distruzione del nemico, descritto con accenti inclini all’odio e alla speranza del suo annientamento. Essi aspettavano la risurrezione dei morti, e avevano un’angelologia molto sviluppata, nella convinzione che angeli e demoni influissero sulla storia, a discapito del libero arbitrio umano; predicavano l’avvento di un Messia sacerdotale e di uno non sacerdote, della stirpe di Davide.I membri della comunità di Qumràn erano attivi all’epoca di Gesù, ma nessuna delle testimonianze sopravvissute fa menzione di lui o dei suoi discepoli descritti nel Nuovo Testamento.La regione di Qumràn venne occupata nel 68 d.C. dalla X legione romana agli ordini di Vespasiano, e la comunità fu dispersa.

I TERAPEUTI
Si tratta di una setta che nel I secolo d.C. si era affermata ad Alessandria, secondo quanto ci riporta Filone nel suo De vita contemplativa; essi si avvicinavano assai agli Esseni, pur differenziandosene sotto vari aspetti. Il Nuovo Testamento non ne fa menzione.

I SAMARITANI
La storia dei Samaritani nasce nel periodo della ricostruzione del Tempio (538), poi sotto Esdra e Neemia, per sfociare nella separazione dal resto del giudaismo con la costruzione di un Tempio alternativo a quello di Gerusalemme sul monte Garizim, verso il 330 a.C. Ci è pervenuta la redazione samaritana del Pentateuco, unica parte dell’Antico Testamento da essi accettata come fonte di rivelazione.È nota l’avversione reciproca tra i Samaritani e gli altri Giudei; per questo Gesù, rivolgendosi ai Giudei, dedica una parabola al buon samaritano, ad indicare un uomo comunemente malvisto.I Samaritani compivano i loro sacrifici sul monte Garizim, cosa che ancor oggi li caratterizza. Essi attendevano una sorta di Messia simile a Mosè, ed erano attaccatissimi alla lettera della legge.

MOVIMENTI RIVOLTOSI ANTIROMANI
I gruppi che si sollevarono contro Roma, detti genericamente da Giuseppe Flavio “briganti”, non possono essere ridotti facilmente ad un’unica denominazione; anzitutto gli Zeloti (zelanti) e i Sicari (uomini dal pugnale, sica in latino), assieme ad altri che condividevano con loro il sostrato ideologico apocalittico (i sostenitori di Giovanni di Giscala e i seguaci di Simone bar Giora). Fin dall’insurrezione di Giuda Galileo in occasione del censimento del 6 d.C., sino alla disfatta del 70, si distinsero per la loro intransigenza contro il giogo straniero e per il loro assolutismo religioso.La recente storiografia ha abbandonato l'idea secondo cui tutti i succitati movimenti fossero solo fazioni sviluppatesi entro l'unico partito degli Zeloti, che sarebbe stato fondato da Giuda il Galileo nel 6 d.C.; oggi si cerca di differenziare più nettamente i movimenti. Gli Zeloti provengono prevalentemente dalla città di Gerusalemme, e professano una religiosità di tipo sadduceo o fariseo-shammaita; i Sicari provengono prevalentemente dalla campagna palestinese, e seguono l'osservanza farisea. Se per entrambi lo scopo è lottare conto l'idolatria e salvaguardare il monoteismo, i Sicari hanno un più forte ideale messianico del quale investono la loro lotta contro i dominatori, realizzata soprattutto con atti di violenza.

GLI ERODIANI
Nel Nuovo Testamento alcune persone, definite Erodiani, interrogano Gesù assieme ai Farisei (Mc 3,6; XII,3. Mt 20,16). Alcuni padri della Chiesa li descrivono come esponenti di un movimento messianico che vedeva in Erode il Grande il Messia atteso, oppure il šiloh di Genesi 49,10 che porrà fine alla regalità giudaica; per Girolamo sono i soldati di Erode Agrippa. Dopo la scoperta di Qumràn, alcuni li hanno voluti identificare con gli Esseni, che non sono menzionati nei vangeli ma che godevano la stima di Erode.Generalmente, comunque, va evidenziato il legame con il potere regale.

I MOVIMENTI BATTISTI
In Palestina esistevano movimenti popolari di risveglio religioso che annunciavano l’imminenza della salvezza escatologica, annunciata a tutti senza distinzioni, anche ai pagani (Lc 3,7-14), tramite l’immersione nell’acqua viva; le informazioni su questi movimenti, al di là di quello di Giovanni Battista e di alcuni gruppi mandei dell’Iran e dell’Iraq, sono assai lacunose. Giovanni certamente radunò attorno a sé un gruppo, che divenne a tal punto importante da spingere Erode Antipa ad imprigionarne il fondatore, per timore di tumulti. Gesù pure battezza o fa battezzare (cfr. Gv 3,22; 4,1-2), ed i suoi seguaci sono in conflitto con quelli di Giovanni che ricompaiono sulla scena anche dopo la sua morte (cfr. At 18,25 e 19,15). Altri personaggi e movimenti ci sono noti: così il misterioso Banus di cui parla Giuseppe Flavio nel cap. 11 della sua autobiografia, ed i “Battisti del mattino” menzionati dalla Tosefta e dal Talmud; ancora nel II secolo Egesippo menziona degli “Emerobattisti”.Il rito del battesimo (da baptìzein, immergere) nell’acqua viva è differente dalle abluzioni farisaiche nell’acqua purificata; esso è più direttamente legato all’idea della cancellazione del peccato nell’imminenza dell’era escatologica.