Non lasciamo i ceceni alla loro disperazione
di BERNARD-HENRI LEVY
Sì, d’accordo, il terrorismo è sempre, in qualsiasi circostanza, a Mosca come a Bali, e comunque lo si giustifichi, un’imperdonabile infamia. Sì, inutile dirlo, per quanto sia meglio dirlo, nessuna ragione al mondo, nessuna causa, nessuna lotta giustificano che dei civili siano presi a bersaglio, che degli innocenti siano presi in ostaggio: una causa giusta si disonora quando ricorre a simili metodi; e lungi dall’avere, come dicono certuni, «messo in guardia» l’opinione pubblica mondiale sul lungo supplizio dei ceceni, lungi dall’aver contribuito, anche minimamente, a infrangere la «cospirazione del silenzio» che soffoca i crimini russi, lungi dal «puntare i riflettori» su questa guerra tragica e dimenticata, il commando terrorista di Mosca probabilmente non ha fatto altro che sprofondarla un po’ di più nella notte.
All’indomani del sanguinoso epilogo della presa d’ostaggi (non dimentichiamo che la maggior parte delle 118 vittime sono morte gasate dalle forze d’intervento del Signor Putin! e che l’incredibile disprezzo per la vita umana è stato tale da far dimenticare di prevedere gli antidoti che, somministrati immediatamente dopo l’assalto, avrebbero permesso di salvare tutti!), restano due o tre altri fatti evidenti che è urgente ricordare, poiché la disinformazione, la logica dell’amalgama, l’isteria punitiva e guerriera rischiano di dilagare.
1. I ceceni non sono un «popolo terrorista». L’Islam ceceno - e quelli che conoscono questa terra lo sanno -, è un Islam più mistico che integralista, intessuto di paganesimo, rispettoso delle donne, tollerante. Il presidente Aslan Mashkadov, eletto nel 1997 con il 70 per cento di voti contro un candidato fondamentalista che ne raccolse, invece, soltanto il 20 per cento, è un musulmano moderato, sostenitore di uno Stato laico, piuttosto pro-occidentale, e che del resto ha condannato fin dal primo minuto il commando di Mosca. Stiamo attenti, quindi, a non far confusione. A non demonizzare un popolo assimilato tutto intero a un wahabismo che, certo, progredisce, ma al quale la popolazione di Grozny, come d’altronde quella dei villaggi, è per ora profondamente ostile.
2. I ceceni, al contrario, sono veramente un popolo martire. Da tre anni, la Cecenia è teatro di una guerra coloniale e non è da escludere che essa si trasformi - o che addirittura si sia già trasformata - in guerra di genocidio. Se, in altre parole, il presidente Mashkadov non è un terrorista, il presidente Putin, invece, lo è; e lo è dal primo giorno di un mandato conquistato - anche questo non bisogna dimenticarlo - sulla promessa di sradicare la resistenza cecena (nello strano linguaggio dell’ex uomo del Kgb: di «andare a eliminarla fin dentro i cessi»). Orrore di una guerra dove si prendono per bersaglio i civili. Orrore, mostruosità denunciati da tutte le organizzazioni che difendono i diritti dell’uomo e battezzati pudicamente operazioni di rastrellamento. Chi è il terrorista: colui che, da cinque anni, con patetica costanza, reclama l’apertura di negoziati che sfocino in una soluzione politica, ma che oggi è oltrepassato da un commando di folli di Dio che egli sconfessa; oppure quei generali che, dopo aver raso al suolo Grozny e dopo aver metodicamente distrutto centinaia di villaggi, hanno l’intenzione di spezzare quel che resta della resistenza praticando una presa d’ostaggi su grande scala, giustiziando o lasciando morire i loro prigionieri e restituendo alle famiglie cadaveri a pezzi, e in cambio di denaro?
3. Quel che è vero è che il dramma di Mosca è un terribile avvertimento, un messaggio, che la comunità internazionale avrebbe tutto l’interesse a decifrare. Infatti, ormai, delle due una: o continuiamo a chiudere gli occhi sui metodi del Signor Putin; lo incoraggiamo nei progetti di guerra totale che sembra più che mai sostenere; lo accogliamo in una Internazionale antiterroristica di cui egli si serve come di un sistema di riciclaggio dei suoi crimini e allora, in effetti, la logica della disperazione può avere la meglio, fra i ceceni, su quella della tradizione e dell’onore. E allora la presa d’ostaggi della settimana scorsa può ben presto apparire come il preludio ad atti di violenza ancora più grandi che non si limiteranno, siamone certi, al solo territorio della Russia. Oppure ci svegliamo; fermiamo il pompiere piromane; facciamo insieme con Mashkadov quello che non abbiamo voluto fare con Massud o che tanto abbiamo tardato a fare con il bosniaco Izetbegovic. In altre parole, tendiamo la mano all’altro rappresentante di un Islam moderato che, in Cecenia come altrove, rimane il nostro più prezioso alleato nella lotta contro il terrorismo. Allora sì, scongiureremo il peggio e sarà distrutto quell’ingranaggio che, quando si lasciano cadere i Massud, produce i talebani.
(traduzione di Daniela Maggioni)
Corriere della Sera, 30 ottobre 2002


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Esilarante.

