Sergio Romano: toccherà
alla Convenzione fissare i paletti in vista dell’allargamento
di Gianluca Savoini

«Credo che i timori espressi da alcune formazioni politiche europee nei confronti dell’allargamento dell’Ue ai paesi dell’est siano causati soprattutto da ragioni psicologiche. Ma consiglierei a tutti di dormire sonni tranquilli: l’Unione allargata non causerà problemi irrisolvibili per nessuno, Italia compresa».
Sergio Romano, storico ed ex ambasciatore italiano in Urss, non riesce a mostrare preoccupazione per l’ingresso nell’Unione dei dieci paesi dell’est. «È da più di un decennio che quei paesi sono in sala d’attesa - spiega Romano -. Hanno cercato di meritarsi l’adesione all’Ue cambiando le loro leggi, i loro mercati, sono paesi che hanno bisogno di essere aiutati a crescere economicamente, in quanto se fossero degli “handicappati” finirebbero per creare ripercussioni negative anche per noi».
Professor Romano, secondo lei sbaglia quindi chi pone dei paletti ben precisi sull’allargamento?
«Vorrei aggiungere che l’allargamento cade in un momento sicuramente difficile, soprattutto dal punto di vista economico. Quindi sono legittime le preoccupazioni sollevate da una parte della società europea, anche se probabilmente esagerate. Indubbiamente i problemi ci sono, specialmente dal punto di vista dello spostamento della manodopera. Si deve comunque prendere atto che non esiste un paese europeo senza al suo interno voci critiche nei confronti dell’allargamento. Da noi c’è la Lega, in Austria ci sono i liberalnazionali, nei paesi scandinavi operano gli euro-scettici. Poi c’è la posizione singolare, ma emblematica della Gran Bretagna».
Ce le può riassumere?
«Gli inglesi sono da sempre contrari all’Europa unita, ma sull’allargamento hanno assunto una posizione favorevole. Sono convinti che l’allargamento finirà per diluire l’Ue, trasformandola in una zona di libero scambio. Londra in pratica diffida dell’Ue come struttura sovranazionale, stato federale virtuale e quindi vede nell’allargamento la possibilità di un’Europa ingovernabile».
Non è detto che gli inglesi si sbaglino.
« La Convenzione Ue sta appunto cercando di riscrivere le regole di governabilità dell’Europa, quindi gli auspici britannici non dovrebbero realizzarsi».
È innegabile però che con l’ingresso nell’Ue di paesi con economie fragili, gli aiuti strutturali comunitari si sposteranno dall’asse nord - sud a vantaggio dell’asse ovest - est. Quindi il Mezzogiorno italiano rischierà parecchio. O no?
«Il problema di cui lei parla è legato al fatto che il bilancio dell’Ue è un bilancio limitato, di cui il 50 per cento finisce nella politica agricola comune adesso la “torta” andrà divisa fra un numero maggiore di paesi. Le regioni verranno aiutate proporzionalmente al loro grado di sviluppo e perciò è inevitabile che qualcuno ci rimetta. E qualcuno potrebbe addirittura non beneficiarne più per nulla. Certo, se il Mezzogiorno avesse fatto un uso completo dei benefici dei fondi strutturali che sono stati destinati a quelle regioni, non si troverebbe oggi a coltivare simili timori. Ho l’impressione che al Sud si sia fatta sempre troppa fatica ad utilizzare quei fondi europei».
Lei, professor Romano, giudica quindi positivamente l’allargamento ad est?
«Non credo avessimo scelte. Non si poteva fare diversamente, dopo aver tenuto per oltre un decennio quei paesi in sala d’aspetto. In politica non si sceglie tra il bene e il male, si sceglie sulla base di ciò che la storia ci mette di fronte. Se si considera poi quello che è accaduto negli ultimi 25 anni, allora non vedo motivi di preoccupazione».
Cosa è accaduto?
«Venticinque anni fa entrarono nella Cee Spagna e Portogallo e il loro ingresso creò paure e diffidenze negli altri stati. Si ebbe l’impressione che spagnoli e portoghesi si sarebbero riversati verso paesi economicamente più prosperi, ma ciò non è accaduto. Anzi, avvenne esattamente il contrario. Gli spagnoli e i portoghesi che erano precedentemente emigrati in paesi quali la Francia e la Germania, tornarono a casa. Peraltro alcuni paesi, come la Germania, si sono già cautelati sul versante immigrazione. I tedeschi hanno chiesto che il libero movimento dei polacchi verso la Germania sia ritardato di sette anni dal loro ingresso nell’Ue. E se vale per la Germania, varrà anche per tutti gli altri stati».