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    Arrow Dolomiti della Sardegna, Capo Caccia, Grotte di Nettuno

    Nell'estate 2001 sono stato in vacanza una decina di giorni ad Alghero. L'ho trovato un posto fantastico e molto affascinante, più di molti altri posti della Sardegna. In prossimità di Capo Caccia ci sono delle montagne molto belle e mi hanno detto che sono chiamate le Dolomiti della Sardegna per la loro particolare forma.


  2. #2
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    A pochi chilometri da Alghero un grande triangolo calcareo si incunea nel mare. Sulla punta sud c’è Capo Caccia, sul lato occidentale immense falesie alte quasi trecento metri, al suo interno una riserva con fauna e flora straordinarie. E, nelle viscere, un labirinto di misteriose caverne.
    Non v’è in Italia ciò che v’è in Sardegna, né in Sardegna v’è quel d’Italia, scriveva già nel Settecento il naturalista padre Francesco Cetti, affascinato dal carattere peculiare della splendida natura dell’isola. Aveva pienamente ragione: ogni viaggio nell’antica isola dei mufloni e degli avvoltoi non fa che confermarlo.

    A volte, però, una descrizione scientifica o un’impressione ecologica non possono dare neppure una pallida idea dello spirito magico d’un luogo. Capo Caccia, per esempio. Siamo all’estremità nord-occidentale della Sardegna, questa è davvero la fine della terra.

    Qui il calcare poderoso si spacca all’improvviso e precipita per centinaia di metri nell’azzurro del mare. Più verticale e brusco di così sarebbe persino difficile immaginarlo: candidi bastioni digradanti e in certi tratti, come Punta Cristallo, addirittura lembi sospesi, massi sporgenti nel vuoto come fantastici trampolini aerei.
    Fra terra e mare, è facile socchiudere gli occhi e aver quasi la sensazione di rivivere nella preistoria. Le onde che s’ infrangono sulla roccia drammatica non sembrano neppure scalfirla; eppure, con il paziente lavorìo di migliaia d’anni, sono state proprio loro a modellarla. E a creare miracoli unici quali grotte, cavità marine e persino finestre orografiche, archi e gallerie naturali, come quella famosissima dell’Isola Foradada, perforata a livello del mare.
    La celebrità di Capo Caccia è legata soprattutto alle grotte, e specialmente alla Grotta di Nettuno immortalata da Paul Valéry (delle grotte parlerà subito dopo Giulio Badini). Vi si accede dal mare, oppure da un’interminabile rampata di 656 gradini detta Escala del Cabirol. Curiosa denominazione, che manifesta assonanze catalane: qui si parla infatti quasi come a Barcellona, perché Alghero divenne colonia di Catalogna nel lontano 1354. E per di più "Cabirol" non si riferisce al capriolo vero e proprio, mai vissuto nell’isola: bensì a quel daino, ormai scomparso, di cui si dirà tra breve.
    Capo Caccia deve il proprio nome a battute venatorie tanto fruttuose da passare alla storia. Vi si faceva strage soprattutto di piccioni torraioli e selvatici, parenti stretti e antichi ascendenti di quelli che oggi popolano le piazze e i centri storici delle città. Qualche cacciatore sparava alla rinfusa negli stormi, sicuro d’ottenere molte prede, altri non sprecavano neppure un colpo e penetravano negli anfratti naturali, riuscendo ad afferrare i confidenti uccelli addirittura con le mani.

    Dalla cresta che collega Capo Caccia a Punta Cristallo, ci si può affacciare su Cala dell'Inferno su Cala Tramariglio, sull’Isola Piana. Oppure spaziare verso Porto Conte, l’antico porto romano delle Ninfe, o al di là di Punta del Giglio, fino ad Alghero, oggi rinomata stazione turistica.


  3. #3
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    Viene da sorridere pensando che, alla fine dell’Ottocento, il naturalista e viaggiatore Costa vi trovò il soggiorno assai sgradevole per i grossi mucchi d’alghe, sparsi qua e là in piena putrefazione. Questi vegetali marini sono ormai scomparsi dalla terraferma, ma il nome di Alghero è rimasto. E se da Capo Caccia par di sovrastare un immenso paradiso - immaginate cento, duecento, trecento metri di strapiombi a picco sul mare o, dal basso, la costa alta a scarpata piu' verticale d'Italia-, sui pochi tratti di litorale pianeggiante incombono già i primi pericoli. Sono le propaggini d’una edilizia nefasta, che sembrano pronte a espandersi per ghermire ogni incanto di questa perla naturale. Oggi duemila posti-letto, domani forse il doppio o il triplo, secondo le stesse tendenze che hanno già compromesso oltre mille dei 1.900 chilometri di costa sarda.
    E’ un posto di sogno, ma può essere anche un posto d’orrori. Dipende se vi si capiti al sole d’una serena giornata estiva, oppure nella bufera invernale o sotto il maestrale dell’autunno. Da qui, comunque, non si riparte senza aver captato luci, suoni e colori, assorbito forti sensazioni, penetrato un mondo remoto e affascinante.
    L’ascensione alla vetta del promontorio è stata per la prima volta descritta con vivacita' da Alberto La Marmora nel suo Viaggio in Sardegna nel 1826: Se poi si vuol recarsi sul punto culminante, riferiva l’ufficiale-naturalista piemontese, si può arrivarvi solo per un passo obbligato, che non ha un metro di larghezza, mentre di sotto, da ogni lato, stanno due precipizi verticali spaventosi, di parecchie centinaia di metri di profondità, che arrivano fino al mare. Solo dopo superato questo passaggio, che fa impallidire il viaggiatore più intrepido, si arriva a godere un panorama magnifico, di cui nessuna descrizione saprebbe dare un’idea esatta.

    Siamo nella Nurra, terra assolata e silenziosa, dalla geologia tanto ricca e complessa che tutte le ere, dal Paleozoico al Quaternario, vi sono rappresentate. Pensate che, appena trent’anni fa, quest’angolo d’Italia era praticamente intatto: severo e deserto, regno impenetrabile della macchia mediterranea e della gariga. La prima colonizzazione fu infatti intrapresa dall’Ente di sviluppo, l’ETFAS, nel 1951: le cronache raccontano della dura lotta delle macchine contro la natura selvaggia della Nurra nera, degli intricati meandri, delle palme nane, del lentisco, del mirto, degli asfodeli, degli orridi macigni e dei misteriosi nuraghe. Chi avrebbe mai pensato che proprio quella natura inospitale sarebbe diventata tanto preziosa?

    Lo sconquasso fu tale che la prima azienda agraria della zona venne dai pastori battezzata Corea. E prima ancora al posto della macchia c’erano stati, quasi in ogni avvallamento, boschi compatti e secolari.
    Vittima predestinata della trasformazione ambientale fu subito la più innocente delle creature selvatiche, il daino, ancora ricordato da parole e toponimi (come crapola, crabolu o cabirol). Inutilmente, nel convegno del 1956 a Copenaghen, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura raccomandava la tutela dell’importantissima fauna sarda, costituita quasi integralmente da endemismi d’ogni genere, fra cui il daino di Sardegna ormai divenuto rarissimo. Qualche anno dopo, sotto la persecuzione d’un irresponsabile bracconaggio perpetrato a volte con la complicità di chi avrebbe dovuto stroncarlo, il daino scompare definitivamente.

    Una criminale fucilata abbatte, forse intorno al 1969 l’unico individuo di questa popolazione insulare mirabilmente adattata all’ambiente estremo mediterraneo. Tutto ciò che ne resta oggi è la struggente ripresa d’un corteggiamento tra maschi e femmine nella sbiadita pellicola d’uno sconosciuto cineamatore.
    Quasi contemporanea dovette essere la sparizione del più singolare mammifero marino, la foca monaca. Una foca nel cuore del Mediterraneo già sembra un avvenimento fantastico: ma se la immaginiamo destreggiarsi ai piedi delle falesie bianche o tra le acque color cobalto delle cavità marine, il quadro risulta più fedele e completo. Quando, nella prima metà dell’Ottocento, Alberto La Marmora cominciava a interessassi delle foche di Sardegna, la situazione era però diversa da quella attuale. Abitano specialmente le caverne marine nei dintorni di Dorgali e di Orosei, egli scriveva, se ne vedono talvolta a Sant’Elia presso Cagliari, nell’isola di San Pietro e sulle rocce della Nurra battute dalle onde. Gli isolotti del Catalano o Coscia di Donna e quelli del Toro della Vacca sono quasi sempre abitati da questi animali. Ma poi la persecuzione dei pescatori e l’invadenza d’un certo tipo di turismo balneare segnarono il declino inesorabile di questo pacifico animale: presso Capo Caccia qualche foca è stata ancora sporadicamente avvistata fino a qualche anno fa. Poi è calato il silenzio.

    Per fortuna, vive ancora a Capo Caccia un’altra creatura eccezionale, relitto di tempi lontani e sicuro indicatore d’un equilibrio ecologico ancora non compromesso del tutto.
    E’ lo smisurato grifone, un avvoltoio capace di raggiungere i tre metri d’apertura alare. In tutta la Sardegna, dove un tempo era abbondantissimo - l’ornitologo Helmar Schenk stima che intorno al 1945 ve ne fossero ancora 1.000-1.400 esemplari -, è oggi in preoccupante declino: se ne contano forse un centinaio di individui. Ma questo tratto della costa nord-occidentale sembra uno dei più frequentati dai grossi rapaci: per sopravvivere, si sono rifugiati tra pareti inaccessibili e orizzonti marini, un ambiente alquanto insolito per chi sia abituato a incontrarli nelle aride steppe e tra le gole dell’entroterra. Sta di fatto che a Capo Caccia si offrono sempre nel più magico scenario: padroni dell’aria, esploratori della terra e dominatori del mare. Accompagnarli con l’occhio, allorché si librano sfruttando le correnti termiche ascensionali, significa davvero dimenticare i propri limiti, uscire dalla piccolezza della vita di tutti i giorni e volare con loro. Almeno per qualche minuto.

    Anche se il vandalismo che li minacciava fino a qualche anno fa - si racconta che qualche pilota della locale base militare li abbia persino mitragliati - sembra sconfitto dalla graduale presa di coscienza protezionistica, il futuro di questi anacronistici uccelli non è tranquillo. E i giovani naturalisti della LIPU di Alghero e del WWF sono costretti a nutrirli con speciali carnai, depositando in luoghi segreti carcasse di animali e cascami di macelleria, per evitare che i grifoni alla ricerca del cibo si allontanino troppo dai luoghi più sicuri. La zona di Capo Caccia è stata infatti dichiarata oasi permanente di protezione faunistica.

    Questa tutela gioverà non solo al grifone, ma anche alle brigate di pernici sarde che frullano dalla macchia o saltellano fra i bassi cespugli, all’aquila del Bonelli, al falco pellegrino, al gabbiano reale e corso, alla berta maggiore e minore, al cormorano dal ciuffo e alle altre creature della fauna sarda scampate alla distruzione.
    Ma Capo Caccia non è soltanto un rifugio faunistico privilegiato nella più grandiosa delle cornici: è anche uno splendido giardino spontaneo di piante uniche al mondo, con un complesso di endemismi, cioè di specie che non esistono altrove, eccezionalmente ricco e variato, vi si contano infatti 20 entità, di cui 6 tirreniche, 9 sardo-corse, una sardosicula (Dianthus arrostiti) e 3 prettamente sarde: il limonio lieto, il limonio dalle foglie acute e l’orobanche denudata. Tanto che la Società Botanica Italiana ha proposto fin dal 1970 di istituirvi una riserva naturale integrale di circa tremila ettari. Ed è incredibile che la Sardegna, forse la regione più ricca di patrimonio ambientale, non vi abbia ancora provveduto né del resto tuteli ancora, in forma adeguata e completa, neppure un metro quadrato dei suoi splendidi 23.813 chilometri quadrati di estensione.

    Senza una vera riserva integrale la natura sarà condannata prima i poi a soccombere. Basti l’esempio di ciò che è accaduto ai danni dei pulvini delle centaurea orrida, una pianticella spinosa apparentemente insignificante, ma in realtà una esclusività botanica di valore assai superiore a quello di vegetali locali più belli e vistosi come la ferula, l’euforbia arborea o la scilla dalla foglie ottuse. Proprio per il loro aspetto selvaggio e quasi esotico, i campi di centaurea vennero scelti qualche anno fa per girare uno dei tanti spaghetti western nostrani, e la straordinaria vegetazione spensieratamente devastata e bruciata con gravissime conseguenze.
    Ma la pianta che spicca di più su tutte e colpisce l’osservatore in questa bassa macchia frugale è la palma nana, vero frammento di flora tropicale alle latitudini mediterranee. Capo Caccia ospita uno dei popolamenti più notevoli di questa miniatura d’albero, a volte quasi un cespuglio strisciante, relitto delle flore calde dell’Era Terziaria, che ormai sopravvive soltanto in poche circoscritte zone del nostro Paese, dal litorale tirrenico alla Sicilia. Non si tratta, come fino a qualche tempo fa credevano i naturalisti, dell’unica specie di palma indigena presente nel continente europeo: perché a Creta è stata recentemente scoperta un’altra specie, battezzata palma di Teofrasto in onore del noto filosofo e botanico dell’antichità greca. Ma ciò nulla toglie al valore scientifico della palma nana, una tra le più curiose particolarità mediterranea, che certo ebbe in passato maggiore diffusione lungo le coste della nostra penisola.

    Non si può tornare da un’escursione a Capo Caccia senza un bottino ricchissimo: negli occhi contrasti e verticalità, nei polmoni aromi d’essenze mediterranee, nelle orecchie frullare e gridi di animali selvatici. Però secondo il codice non scritto in vigore per chiunque ami davvero la natura: senza lasciar altro che l’impronta del proprio piede, e senza portar via che immagini, impressioni e ricordi. Una caccia che dà immensamente più soddisfazioni di qualsiasi altra.

  4. #4
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    Predefinito GROTTE DI NETTUNO


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    Predefinito IL TERRITORIO: La grotta di Nettuno

    All'interno della massa calcarea del Capo Caccia, sul versante più battuto e sconvolto dalla violenza del mare, si trova una vera perla della natura, una di quelle meraviglie geologiche che stupiscono, affascinano e lasciano un ricordo indelebile a chi abbia avuto l'opportunità di visitarla.
    E' questa la Grotta di Nettuno, che ad Alghero richiama ogni anno più di 150 mila visitatori di varie nazionalità, attratti da uno scenario di incomparabile bellezza creato da eccezionali concrezioni e dalla trasparenza del suo lago interno, oltre che dalla risonanza storica. E' una grande grotta che ha uno sviluppo totale di 2.500 metri, con numerose sale, ampie gallerie, limpidi laghetti, profondi pozzi, angusti cunicoli che la rendono molto complessa.
    Nel suo interno riunisce una serie di peculiarità naturalistiche senza eguali che la rendono una delle più interessanti e pregevoli dell'intero bacino del Mediterraneo.
    Geologicamente il promontorio di Capo Caccia appare costituito da rocce del periodo Cretaceo, la cui età è compresa tra 135 e 65 milioni d'anni.


  8. #8
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    Predefinito Itinerario

    Dalla città di Alghero, la Grotta di Nettuno può essere raggiunta per due itinerari distinti. Via mare, con partenza dal porto, tramite il servizio di barche che con un viaggio di circa 1 ora permette di ammirare tutta la suggestiva Riviera del Corallo, costeggiando le scogliere di Capo Galera e di Punta Giglio, doppiando poi la punta del Capo Caccia e sbarcando infine direttamente all'ingresso della grotta, posto alla base di un'altissima falesia in un bellissimo scenario cui fa da cornice l'isoletta della Foradada.
    Via terra con un percorso in auto di 24 km si raggiunge il promontorio di Capo Caccia, uno straordinario punto panoramico su un tratto di mare tra i più belli della Sardegna, che spazia sulla incantevole baia di Porto Conte, sulla città di Alghero e più a sud sino alla costa di Bosa.
    Dalla piazzola terminale di Capo Caccia si discende nel lato occidentale lungo la Escala del Cabirol, una pittoresca scalinata costruita sugli aerei e orridi strapiombi nel 1954, che un dislivello di 110 metri porta sino all'entrata della grotta.

  9. #9
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    Predefinito La grotta

    La parte rustica interessa il grande salone iniziale della grotta che è attrezzato con sentieri e scalinate per le visite. Il tragitto si snoda lungo la sponda di un bellissimo lago salato dalle acque straordinariamente limpide e poi in ambienti superiori riccamente ornati di concrezioni, con un percorso totale di 200 metri. Turisticamente la grotta è gestita dall'Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Alghero, che dispone di un servizio di guide per le visite. L'ampio ingresso della grotta, davanti al quale attraccano le barche con i passeggeri, immette in un vestibolo che accoglie i visitatori in sosta prima di dirigersi verso l'interno. Il primo contatto visivo è con il Lago Lamarmora, formato dall'acqua del mare, che occupa gran parte del grande salone iniziale. Lo sguardo può spaziare sulle sponde del lago e sul primo tratto di grotta, le cui pareti, parzialmente illuminate dall'esterno, appaiono colorate di un singolare verde-azzurro originato da incrostazioni vegetali.

    L'attenzione di chi si appresta a visitare la grotta è subito attratta da una curiosa e monumentale stalagmite, l'Acquasantiera, alta un paio di metri, che si erge al centro del vestibolo verso la sponda del lago, descritta e decantata da molti poeti, scrittori e geografi che numerosi hanno potuto osservarla nel secolo scorso.
    Investita da un eterno stillicidio, questa stalagmite presenta sulla sua sommità alcune piccole vaschette in cui si raccoglie poca e preziosa acqua dolce, probabilmente l'unica esistente nella zona, cui vanno a dissetarsi gli uccelli che nidificano negli anfratti delle falesie di Capo Caccia.

    Il percorso turistico ha inizio con una scalinata che si diparte sulla sinistra del vestibolo iniziale, tramite la quale il visitatore lascia la luce del sole e si dirige verso l'interno, dove le tenebre hanno celato per millenni bellezze incomparabili. Dopo una breve discesa, la prima tappa è rappresentata dalla Sala delle Rovine, ornata di grandi stalattiti, da dove è ancora visibile una debole luce proveniente dall'esterno che dà alle pareti una leggera colorazione azzurrognola.

    Superata la Sala delle Rovine, si prosegue in discesa sino al Lago Lamarmora, che in quel punto appare poco profondo, e si costeggia la sua sponda sinistra.
    E' proprio la presenza delle acque limpidissime ad attribuire con la loro superficie statica un particolare fascino a questo ambiente, rendendo magica l'atmosfera. Nelle giornate di mare mosso si può godere maggiormente questo contrasto tra la burrasca esterna e la calma del lago interno.
    Si raggiunge così la Reggia, dove la Natura ha creato lo scenario più vistoso della grotta, davanti al quale qualsiasi visitatore proverà una grande emozione.

    Al centro del lago, sulla destra , si possono osservare degli grandi colonne calcitiche che si specchiano sulle limpide e placide acque e che si innalzano per 9 metri sino al soffitto, quasi come a sorreggerlo.
    Subito dopo la volta è solcata da una grande frattura e si eleva fino a 18 metri di altezza, in quello che è il punto più alto di tutta la parte turistica.
    La grande parete del fondo completa lo scenario con grandi colate a canne d'organo, festoni calcitici e una caratteristica formazione stalagmitica chiamata l'Albero di Natale che risalta nella parte più lontana dello scenario. Proprio qui termina il Lago Lamarmora con una spiaggetta sabbiosa visibile sotto il sentiero, caratteristica per il suo colore chiaro, che appare più o meno evidente a seconda del livello di marea.

    Essa veniva anticamente chiamata Spiaggia dei Ciottolini, perché formata interamente di sassolini, di cui però, forse a causa dell'erosione operata dal mare, oggi non rimane più traccia.
    E' in questa spiaggetta che in passato, dopo aver attraversato tutto il lago, approdavano le piccole imbarcazioni, scaricando i passeggeri sotto le luci tremule che rischiaravano l'ambiente. Ed è qui che gli stessi visitatori attendevano poi il proprio turno per essere traghettati e riportati a vedere la luce del sole.

    Il magico silenzio della Reggia è appena turbato dal debole sciacquio del lago, mentre, guardando in direzione dell'uscita, sullo sfondo si riesce ancora a intravedere la curiosa luce azzurrognola che proviene dall'ingresso creando un singolare effetto cromatico. Dalla Reggia si procede in salita lungo una scalinata e i visitatori proseguono in avanti, allontanandosi dal lago e portandosi ad un livello superiore da cui è possibile volgersi indietro per uno sguardo panoramico sulle parti già viste.

    La tappa successiva è la Sala Smith, dal nome di un capitano inglese che agli inizi dell'800 fu tra i primi esploratori della grotta, che non deve essere considerata come una sala a sè stante, ma come la prosecuzione del grande salone visto in precedenza.
    Al centro di questa sala si erge maestoso il cosiddetto Grande Organo, un'enorme e imponente colonna con colate simili alle canne di un organo che, con una larghezza di 12 x 4 e un'altezza di 11 metri, è la più grande dell'intera Grotta di Nettuno.

    L'osservatore, rapito dalla grandiosità di questa concrezione, resta attonito al solo pensare a quanti millenni siano trascorsi da quando la prima goccia d'acqua iniziò, nella notte dei tempi, la lunga opera di creazione che ha portato alla sua configurazione attuale.
    Subito dopo si raggiunge la Cupola, costituita da una singolare formazione stalagmitica dalle pareti perfettamente lisce, raccordata al soffitto con una sovrastante colonna che stuzzica la fantasia del visitatore perché ricorda proprio la cupola di una cattedrale.

    Nelle vicinanze il pavimento si presenta concrezionato da grandi vasche stalagmitiche oggi asciutte, ma che anticamente erano ricolme d'acqua e dovevano costituire uno spettacolo eccezionale di gorgoglianti cascatelle che discendevano verso il Lago Lamarmora. Tutto intorno è ornato di altre colonne e stalagmiti.
    Davanti alla Cupola si dipartono sulla destra le vie che danno l'accesso alle parti più interne della grotta, non attrezzate turisticamente e quindi non accessibili ai visitatori.

    Proseguendo, il sentiero descrive una curva verso sinistra e procede in lieve salita, lungo la parete opposta della Sala Smith. In questo tratto il soffitto diviene più basso ed è possibile ammirare da vicino una infinità di stalattiti. Numerose piccole colonnine adornano l'ambiente, chiamato Sala delle Trine e dei Merletti, creando numerose nicchie e arcate naturali. Da qui è possibile spaziare con lo sguardo e il visitatore può ammirare il Grande Organo da una diversa angolazione, con una visuale più ampia.

    Pone termine alla visita la cosiddetta Tribuna della Musica, una balconata che consente di affacciarsi sulla zona della Reggia e del Lago Lamarmora che ora è possibile dominare dall'alto.
    Il nome deriva da una piccola orchestra che veniva qui sistemata in occasioni di particolare importanza e che consentiva ai visitatori di organizzare delle danze nella sottostante spiaggetta. E il risultato sonoro, in uno scenario così particolare, doveva essere straordinario.
    Dalla posizione elevata della Tribuna della Musica si può godere una magnifica vista panoramica sul lago e su gran parte della grotta, che conclude in modo incantevole il percorso turistico.

    I visitatori ripercorrono quindi tutto il sentiero e riguadagnano l'uscita della grotta, da dove chi è arrivato via mare può prendere posto sulla barca e chi è arrivato via terra può risalire la Escala del Cabirol.



  10. #10
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    Predefinito IL lago Lamarmora

    Il lago Lamarmora occupa tutta la parte iniziale della grotta e con la sua lunghezza di 100 metri viene considerato uno dei più grandi laghi salati d'Europa.
    Formato dal mare, che tramite un sifone esistente sotto l'ingresso, ha acque trasparentissime sulle quali si riflettono le numerose concrezioni calcaree che adornano le pareti ed il soffitto.
    Quando la scogliera viene investita da forti mareggiate, l'acqua del mare penetra con violenza all'interno della grotta, spazzando tutto l'atrio d'ingresso con gigantesche ondate accompagnate da tremendi boati.
    Peccato che in queste condizioni non sia possibile accedere alla grotta nè sostare nel suo interno, perché si potrebbe godere di uno spettacolo della natura veramente unico

    Il collegamento col mare fa sì che le acque non siano completamente immobili, ma risentono dei movimenti esterni e quindi si mantengono in continuo debole ondeggiamento.
    Il Lago Lamarmora è interamente navigabile con una piccola barchetta a fondo piatto o con un canotto sino alla spiaggetta terminale. Ed è seguendo questo percorso sull'acqua che in passato venivano effettuate le visite.

    La parte iniziale del lago è quella più profonda, raggiungendo gli 8-9 metri nel punto da cui si diparte il sifone di collegamento col mare. Dopo 50 metri un isolotto crea un restringimento oltre il quale il lago si amplia, con una larghezza massima di 25 metri, mentre l'acqua diventa molto bassa tanto da poterci camminare.
    Superati numerosi scogli con formazioni stalagmitiche, si arriva al colonnato della Reggia, che visto dall'interno del lago, con tutti i riflessi che si creano sulla sua superficie, appare ancora più spettacolare. Si approda infine alla spiaggetta terminale, ponendo fine alla traversata.
    Si potrebbe pensare che nelle acque buie del lago non possa esistere alcuna forma di vita, mentre in realtà vi si trova un certo tipo di fauna, che si è adattato alle condizioni ambientali qui esistenti e che non sembra risentire della presenza dei visitatori.

    E' quindi possibile osservare con facilità gamberi, stelle di mare, ricci, oloturie e qualche grongo, nonché diversi molluschi gasteropodi. Ed è in queste stesse acque trasparenti che in passato guizzava la Foca Monaca, oggi purtroppo scomparsa e rifugiatasi in altre località più tranquille del Mediterraneo.



 

 
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