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  1. #1
    VIENI AVANTI FASSINO!
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    Predefinito L'inettitudine Di Caselli E La Malafede Di Violante

    CARNEVALE ASSOLTO
    ASSOLTO
    CROCIFISSO PER ANNI KOME L'ANIMA NERA DELLA MAFIA
    AKKUSATO DA CASELLI DI CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA
    SI,KOME ANDREOTTI,ALTRO ESTERNO A COSA NOSTRA
    ASSOLTO GIULIO E ORA ASSOLTO PURE CORRADO
    PAGHERA' CASELLI PER I SUOI MISFATTI?
    IL CSM SE NE FOTTE ANZI L'HA PROMOSSO,VAI A FARE IL PROCURATORE GENERALE A TORINO ,KOME PREMIO PER IL PROCESSO ANDREOTTI,VAI CASELLUCCIO,ONORE E GLORIA A TE.
    VIOLANTE?
    QUESTO EMERITO IPOKRITA SOSTIENE KE LA DC SI E' FATTA PROCESSARE NON KOME PREVITI &C.
    SI,ANDREOTTI SI E' FATTO PROCESSARE,E' STATO ASSOLTO MA POLITIKAMENTE DISTRUTTO
    KOME LA DC
    E KOME CORRADO KARNEVALE
    SI SONO FATTI PROCESSARE E SONO STATI DISTRUTTI
    ASSOLTI MA ANNIENTATI
    KAPITO L'EMERITO IPOKRITA?
    KORAGGIO,FATTI PROCESSARE.
    ALTRO KE KOSA NOSTRA ,LA MAFIA,INTESA KOME ASSOCIAZIONE DEDITA A KURARE I PROPRI KAZZI,STA NEL CSM KE INVECE DI SBATTERE FUORI MAGISTRATI MINIMO MINIMO INKOMPETENTI LI PREMIA ADDIRITTURA
    DI VIOLANTE INUTILE AGGIUNGERE ALTRO,LA SUA STORIA DI AGUZZINO IPOKRITA DICE TUTTO

  2. #2
    VIENI AVANTI FASSINO!
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    Originally posted by damps
    gira e rigira, Giorgina,
    l'amore di Silvio
    parlare ti fa..

    quando lo senti vicino
    il tuo cuor sempre fa
    ticchetì ticchetà..

    FAMMOKKA A MAMMETA

  3. #3
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    IL PORTO DELLE NEBBIE TI PIACE EH???
    CI RAZZOLI BENE???
    PIù C'è BUIO PIù SI PUò INFILARE LA MANO NELLA MANGIATOIA E PASSARLA LISCIA......
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  4. #4
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    Questo testo è basato sulla lettura delle motivazioni della sentenza che condanna Corrado Carnevale per concorso esterno in associazione mafiosa (articolo 416 bis). Una sentenza firmata dai giudici Vincenzo Oliveri (presidente), Biagio Insacco (consigliere), Caterina Grimaldi di Terresena (consigliere), della sezione promiscua penale della Corte d’appello di Palermo.
    Sei mesi fa il giudice Corrado Carnevale stava per coronare il suo maggiore successo professionale: diventare Primo Presidente della Corte di cassazione. I suoi titoli e la sua anzianità lo avevano infatti collocato in cima a una lista di ventisei Professori Emeriti, stilata dal Consiglio superiore della magistratura, che avevano concorso alla carica. Il vincitore in pectore aveva però un piccolo, ma fastidioso intoppo da superare: la conclusione di un processo di appello presso il Tribunale di Palermo, dove figurava imputato di «concorso esterno con la mafia». Ma in realtà non c’erano problemi; il giudice era già stato assolto in primo grado (perché «il fatto non sussiste»), così come era stato assolto da diverse altre imputazioni nel corso degli ultimi dieci anni.
    Si permise quindi, l’Emerito tra i più emeriti giudici italiani, di chiedere cortesemente all’eccellente Tribunale di Palermo di sveltire i tempi della sentenza. Sarebbe stata davvero una beffa se avesse perso il posto a causa di una lungaggine giudiziaria.
    Il Tribunale venne incontro alle sue legittime esigenze: il 29 giugno 2001 pronunciò la sentenza: condanna a sei anni di carcere per concorso esterno con l’organizzazione Cosa nostra in base all’articolo 416 bis, interdizione perpetua dai pubblici uffici. L’avvocato difensore, suo genero Salvino Mondello, rimase letteralmente a bocca aperta. La moglie del giudice, Carmela Vadalà, reagì con veemenza. Richiesta di un commento a caldo, inveì telefonicamente: «È uno schifo, una vergogna, la prova che la giustizia non esiste». Sintetica, paradossale, ma non banale, la signora. Come avrebbe potuto essere suo marito, che aveva passato buona parte della sua vita professionale a dimostrare che nessuna Prova – se Lui voleva – poteva reggere alla critica. E che la Giustizia (e di converso il Crimine) raggiungono la perfezione assoluta nella dimostrazione di mancanza di Prova.
    C’era, in effetti, qualcosa di diabolicamente beffardo in quella condanna. Colpo di coda, frutto fuori stagione, scherzo della storia, pareggio a tempo scaduto, la condanna di Corrado Carnevale infatti interrompeva una lunga serie di assoluzioni eccellenti: accusati di aver favorito Cosa nostra, erano stati assolti in primo grado Giulio Andreotti (il più importante politico italiano, impegnato nel «processo del secolo»); Corrado Carnevale (il giudice accusato di essere suo sodale) in primo grado; Francesco Musotto (il presidente della Provincia di Palermo) in primo e in secondo grado; Bruno Contrada (alto dirigente della polizia e dei servizi segreti) in secondo grado dopo una condanna in primo grado a dieci anni; e stava per essere assolto in primo grado, come poi infatti avvenne pochi giorni dopo, Calogero Mannino (importante uomo politico democristiano ed ex ministro).
    Tutte queste sentenze confermavano che una «stagione» era finita: la stagione delle toghe rosse, dei giacobini, dei persecutori dei galantuomini, della feccia dei «pentiti» assunta ad oro colato. Nel mondo politico, il centrosinistra da lungo tempo non subiva più la fascinazione per il processo e il capitolo «lotta alla mafia» era scivolato in fondo ai programmi; il centrodestra, per conto, si proponeva di far avere, ai persecutori sconfitti, la giusta punizione. Di contro, gli assolti riprendevano, più o meno rapidamente, il loro ruolo (O cercavano di assumerne uno, come il dirigente di polizia Bruno Contrada che, appena assolto, si è prontamente candidato alle elezioni regionali siciliane nelle liste di Alleanza Nazionale e però, nel generale trionfo della Casa delle Libertà, è stato l’unico trombato eccellente. Forse a dimostrazione che in Sicilia lo «sbirro», soprattutto se assolto da accuse di collusione con la mafia, non tira voti).
    UN ABBOZZO DI ROMANZO NOIR. La motivazione della sentenza che condanna Corrado Carnevale – milletrecento pagine – è stata resa pubblica durante le feste di Natale e forse questa è la ragione per cui i quotidiani ne hanno dato resoconti davvero succinti. Ma leggere il volumone non è affatto noioso, anzi. Non si riesce a staccarsene. È l’abbozzo di un grande romanzo realista, dedicato alle radici dell’odio, alla potenza del denaro, alla vanità, al linguaggio e ai meccanismi del potere nell’Italia di dieci anni fa.
    Dalla fine degli anni Ottanta, però, il suo nome compare sui giornali come «l’ammazzasentenze», perché, come presidente della prima sezione penale della Cassazione, ha annullato centinaia di processi, mandando liberi centinaia di imputati condannati in appello e smantellando processi durati anni. La criminalità organizzata è la più beneficiata. In un periodo in cui i morti di mafia si contano a migliaia, Corrado Carnevale fa sapere in pubblico di disprezzare profondamente i pubblici ministeri siciliani, di dubitare dell’esistenza stessa della mafia, contro la quale egli non si sente assolutamente in lotta. Egli è Terzo, Superiore. Esamina le carte che gli vengono sottoposte e giudica se sono conformi al Diritto e alla Forma: se non lo sono, annulla. E, a suo parere, non lo sono il più delle volte, perché i giudici siciliani sono «ignoranti» e «analfabeti», se non dei veri e propri malfattori.
    Per i mafiosi è un idolo («È buono come papa Giovanni»), per Salvatore Riina «ci fussiru dieci Carnivali, ci fussiru venti Carnivali, fussero tutti Carnivali»...). Per una parte dell’establishment italiano – per esempio Francesco Cossiga, Filippo Mancuso, Marco Pannella, Giuliano Ferrara, Lino Jannuzzi – è un faro di giustizia. Per Giorgio Bocca è semplicemente un compare di Cosa nostra. Luciano Violante chiede di «monitorizzare» le sue dodicimila sentenze. Rossana Rossanda ne apprezza i principi garantisti.
    Le 1.322 pagine della sentenza di appello non entrano, in realtà, nel merito della sua dottrina. Si limitano a esaminare le accuse contro di lui e che lo vogliono uomo disponibile ad «aggiustare» sentenze per favorire Cosa nostra. Hanno, per decidere, trentanove pentiti della medesima Cosa nostra che raccontano, molto spesso in dettaglio, i loro personali casi di processi felicemente «aggiustati», una grande quantità di intercettazioni telefoniche e ambientali in cui il giudice parla senza sapere di essere ascoltato, le testimonianze di suoi colleghi e di numerosi uomini politici. Sulla base di queste notizie, in un’indagine durata più di dieci anni, questi giudici hanno concluso che Corrado Carnevale favorì effettivamente Cosa nostra. Non ne era un membro, ma l’organizzazione sapeva come arrivare a contattarlo e condizionarlo.
    Principalmente attraverso tre canali: un canale politico che partiva dalla Sicilia (i cugini Salvo, Salvo Lima) e arrivava a Roma (Claudio Vitalone e Giulio Andreotti); un canale di avvocati molto amici del giudice; un canale diretto di Cosa nostra, che aveva piazzato almeno due suoi uomini negli uffici della Cassazione. Quanti processi «aggiustò» in questa maniera il giudice? Decine e decine, a vantaggio di Cosa nostra, della ’Ndrangheta calabrese, del clan dei catanesi, dei «colletti bianchi» di Milano. Perché lo fece? Questo è il mistero, un mistero che coinvolge l’animo umano.
    UN MASSARO VESTITO A FESTA. Prendete, per esempio, la vicenda del famoso «processo Basile». Emanuele Basile era un giovane capitano dei carabinieri che svolgeva indagini antimafia e venne ucciso nel maggio del 1980 mentre, con la figlia di quattro anni in braccio, partecipava alla festa religiosa di Monreale, alle porte di Palermo. Lo uccise un commando di Cosa nostra formato da Francesco Madonia, Umberto Bonanno e Vincenzo Puccio che vennero presi, praticamente in flagrante. I tre killer, personalmente protetti da Salvatore Riina, vennero per due volte condannati in appello e per due volte la prima sezione di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale annullò la sentenza.
    Così racconta il «più brutto giorno dei suoi 43 anni di carriera» l’anziano giudice Antonio Manfredi La Penna. Il 7 marzo 1989 l’udienza Basile stava per cominciare (il magistrato stava indossando la toga) quando venne chiamato a voce dal dottor De Cato, dirigente della Cancelleria della prima sezione penale: «Il presidente le vuole parlare, è cosa urgente». La Penna raggiunse lo studio di Carnevale, dove la donna delle pulizie gli disse: «È da tanto tempo che è dentro con una persona». La Penna bussò alla porta a vetri. «Avanti!». Seduto di fronte a Carnevale c’era «una persona sui cinquanta, sessant’anni, colorito, vestito a festa. L’avrei definito un massaro vestito con il costume della festa. Si alzarono tutti due e il presidente Carnevale mi venne incontro: “Ecco il nostro La Penna”. L’altro mi fa: “I miei rispetti”. Intanto il presidente Carnevale dice a quest’uomo di allontanarsi, di favorire fuori, e ancora una volta quest’uomo passa davanti a me: “I miei rispetti”. Dall’accento – posso sbagliarmi, attenzione – lo avrei definito un siciliano». Carnevale non fa accomodare La Penna, ma gli parla in piedi vicino alla porta, a voce alta. Dietro la porta a vetri si intravedeva la sagoma del massaro. Lo blandisce e gli spiega che si aspetta da lui che si uniformi al relatore Toscani e che voti per l’annullamento della sentenza. La Penna si dimostra molto turbato. Esce e sulla porta trova di nuovo il cancelliere De Cato che gli dice: «Mi faccia un favore, quando arriverà Del Vecchio (il quinto consigliere) gli dica che il presidente lo desidera urgentemente». La Penna si volta bruscamente nel corridoio ed esclama: «A questo punto!». Il cancelliere De Cato gli grida dietro: «Si ricordi consigliere che l’ambasciatore non porta pena». Al termine di un’estenuante seduta di camera di consiglio, ai killer di Basile viene annullata la sentenza di condanna. La Penna si sfoga la notte con la moglie e poi chiederà di essere trasferito.
    UN’ALTRA VERITÀ SU CAPACI. Chi era «il massaro» non viene detto. Ma altri motivi di turbamento vengono al lettore che, più volte, trova citate nella sentenza le «agghiaccianti rivelazioni» sull’omicidio di Francesca Morvillo insieme a Giovanni Falcone, che il giudice Carnevale raccontava a magistrati suoi amici. A pagina 518 si capisce di che cosa si sta parlando. Carnevale (intercettato) nel 1994 sta parlando con il giudice Grassi. Gli racconta: «Giustamente dice Aricò che la mafia abbia voluto uccidere anche la moglie di Falcone, non fu un caso perchè io le posso citare almeno due episodi nel corso dell’attività professionale. La moglie stava alla prima sezione penale della Corte d’appello di Palermo, per farle fare certi processi che gli interessavano, processi per fregare qualche mafioso... Fu la mafia che lo volle, non fu un caso, perché potevano ucciderlo separatamente. U ficeru apposta».
    Abbastanza agghiacciante, non c’è che dire. L’avvocato Giovanni Aricò (secondo la sentenza è uno dei canali di Cosa nostra per arrivare a Carnevale, insieme all’avvocato Alfredo Angelucci e all’avvocato Vincenzo Gaito) confida all’amico giudice una lettura della strage di Capaci assolutamente inedita che evidentemente ha saputo nell’ambiente. Carnevale la reputa del tutto verosimile: parla tranquillamente di «mafia» (un parola che nella valutazione di una sentenza contesterebbe) e accusa la giudice Morvillo, che, su ordine del marito «voleva fregare qualche mafioso».
    Chissà, forse erano solo chiacchiere di addetti ai lavori, ma certo il linguaggio è specchio di un’appartenenza. Carnevale, nell’intimità, non ha un linguaggio dissimile da quello di Rina. Volutamente si spoglia del parlare aulico, che pure conosce, per riprendere la favella agrigentina, popolata di «cornutazzi, delinquenti, animali, quella gentildonna, eh, eh». Di Falcone e Borsellino dice che «sono stati uccisi per il male che hanno fatto e per gli abusi immensi che hanno commesso nel tempo», ai colleghi confida «ne devono passare ancora di bare dinnanzi a me», ai giudici in Tribunale spiega che il suo risentimento verso Falcone e Borsellino non si è placato neppure dopo la loro uccisione.
    E di bare, davante a lui, ne passano parecchie. Tutti colleghi. Passa la bara del giudice Antonino Saetta, che Cosa nostra uccide perché aveva condannato in appello i killer del capitano Basile; passa la bara del giudice Antonio Scopelliti, ucciso in Calabria perché avrebbe dovuto sostenere l’accusa in Cassazione per il maxiprocesso alla mafia; passano Falcone e Borsellino, che lui chiamava «i Dioscuri» e a cui augurava di andare all’inferno. È lo stesso uomo che quando si presenta in pubblico ama citare il cristianesimo delle origini e la prima lettera dell’apostolo Paolo a Timoteo: «Il giudice non deve mai giudicare per amore, per odio, né per preghiera, né per timore».
    Ci fu un trauma, nella sua vita, che abbia giustificato un odio così profondo verso i suoi colleghi, questa sua voglia di intingere le scarpe nel sangue dei suoi colleghi uccisi? Apparentemente no. Il giovane Corrado Carnevale, figlio di una stimata benché modesta famiglia, sbaragliò tutti negli studi. Sposato con Carmela Vadalà partecipò di una delle famiglie borghesi più stimate di Agrigento: cattolici molto tradizionali, grandi possidenti, usi da sempre all’elemosina e alla penitenza, i Vadalà vantano tra molte altre cose anche la prima donna laureata della città.
    Era odio politico, il suo? Non ce n’è traccia nella sua biografia e il giudice – ci ha sempre tenuto a precisarlo – non esercitò mai in Sicilia. Vide la mafia, da giovane? Non la vide, la schivò, ne restò impaurito? Arrivò ad augurare la morte a Falcone e Borsellino solo perché questi contestavano la sua dottrina giuridica? Li odiava perché erano più giovani? Perché non rispettavano la sua autorità? Perché erano sui giornali? Perché «facevano del male» alla mafia, alla Sicilia, agli equilibri? Nessuno sa rispondere: i suoi sono i lembi di terra in cui la mafia incombe invisibile, ma produce letteratura, da Luigi Pirandello a Leonardo Sciascia ad Andrea Camilleri. Dei primi due il giudice ha forse il paradosso e il dubbio, di Camilleri ha sicuramente il linguaggio, specie nell’intimità, quando torna al dialetto di casa, sicuro nei giudizi e nelle metafore, con la moglie che dà pragmatici consigli mentre gli uomini parlano di come schivare i nemici. Un linguaggio di certezze, come quelle che danno di lui i pentiti.
    Gaspare Mutolo, per esempio, uno di quelli che ha portato i soldi a Roma: «Era uno che sentiva la redinata»; come il cavallo che sente il piglio del fantino, così il giudice sentiva il volere di Cosa nostra. La sentiva talmente che si premurava addirittura di far sapere in anticipo agli uomini di Cosa nostra che avrebbe assolto. Quando, nel 1991, scarcerò 42 membri di Cosa nostra (praticamente tutti i capi) illegalmente calcolando la scadenza dei termini di carcerazione preventiva, tutta l’organizzazione lo sapeva. Tanto che venne comunicato a un killer, Giuseppe Lucchese, in galera da appena otto mesi, di presentare ugualmente ricorso, perché tanto la Corte avrebbe esaminato «superficialmente». E infatti anche Lucchese uscì dal carcere.
    TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE. Dunque, secondo la sentenza di condanna: commesso in Cassazione (nel cuore di Carnevale che lo volle portare con sé quando andò in Corte d’Appello) era un certo Paolo Costanzo, di Siracusa, a disposizione di Cosa nostra. Il cancelliere Schiavone era anche lui a disposizione dell’organizzazione. Un certo «Mastro Ciccio», ovvero Francesco Messina di Mazara del Vallo, era l’uomo che la mafia usava per le missioni importanti: si toglieva gli abiti di muratore con cui girava dimessamente in paese e andava a Roma. A Roma, peraltro, se c’era bisogno, Paolo Costanzo dava ospitalità ai picciotti se dovevano fare qualche omicidio. L’avvocato Giovanni Aricò, di cui, secondo la sentenza, Carnevale subiva il «fascino intellettuale», si procurava i clienti tramite Costanzo (cui ammollava la milionata) ed essendo noto che era nel cuore del giudice i capimafia di Palermo gli portavano le valigiette con la duecento milioni. Ah, la scuola giuridica dell’avvocatura siciliana! È probabilmente il più alto contributo dell’Italia alla giurisprudenza europea.
    Così andava il mondo, in Cassazione, mentre le più stimate persone del Paese discutevano del garantismo e del giustizialismo. In Cassazione poteva succedere che due giudici venissero convocati dal Presidente, nel suo studio, e che davanti si trovassero un massaro siciliano vestito a festa che gli porgeva i suoi rispetti. Ma lui, Corrado Carnevale, che cosa ci guadagnava? I pubblici ministeri hanno a lungo indagato per scoprire dei forzieri nascosti: non hanno trovato nulla. Si sono limitati a mettere in fila gli incarichi, di natura politica e di fonte andreottina, che il giudice ha ottenuto nel corso degli anni. Decisamente cospicui, visto che il giudice ha accumulato di tutto, nel corso degli anni. Arbitro tra la Compagnia meridionale costruzioni e l’ospedale consorziale di Bari; esperto presso la Commissione di vigilanza per l’Edilizia popolare ed economica; arbitro tra Compagnia generale di elettricità e ministero della Difesa; membro della Commissione di indagine circa gli adempimenti in materia antisismica; arbitro tra Società italiana condotte e Anas; esperto del ministero dell’Industria sui provvedimenti urgenti per le grandi imprese in crisi; capo dell’Ufficio legislativo del ministero dell’Industria; presidente del Comitato di vigilanza sull’amministrazione straordinaria del Cotonificio Rossi; esperto al ministero dell’Industria e del comitato per l’Edilizia residenziale; arbitro tra la ditta Costanzo e Anas; arbitro tra la ditta Farsura e il ministero dei Trasporti; membro del Consiglio di amministrazione dell’Isvap; componente del Comitato giuridico del Coni; arbitro per l’Achille Lauro, membro del Comitato brevetti e della Società autostrade, insegnante di Diritto penale tributario, insegnante alla Scuola sottufficiali della Guardia di finanza, componente del consiglio generale della fondazione Fiuggi.
    Carnevale era sicuramente un uomo molto ricco e che lavorava molto. Ai tempi l’avvocato Carlo Taormina lo denunciò pubblicamente, facendo presente che in quegli uffici si svolgeva «un mercato», dal quale si lamentava di essere escluso.
    D’accordo, sono storie d’altri tempi. Ma è curioso che la condanna di uno dei più importanti magistrati italiani sia passata praticamente sotto silenzio. Come usa dire adesso tra i perdenti: figuratevi se una cosa del genere fosse successa in Francia! L’alto magistrato può ancora salvare il proprio onore e quello delle istituzioni ricorrendo in Cassazione, e quindi il suo caso non è finito. Non è finito però neanche per il «riverbero» che la sua condanna può avere su altri processi in corso, per esempio quello a Giulio Andreotti, la cui corrente politica viene indicata come uno dei canali principali attraverso cui avveniva l’aggiustamento delle sentenze.
    Altri tempi, comunque. Quando i magistrati venivano ricusati con la lupara e con il tritolo. Quando i magistrati avevano le scorte armate (non Carnevale, però: nessuno mai pensò di dotarlo di protezione). Quando a essere imputati erano degli sconosciuti mafiosi e non uomini potenti.

  5. #5
    VIENI AVANTI FASSINO!
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    DA QUALE SITO HAI KOPIATO TALE SPAZZATURA?
    MA POSSIBILE KE NON SAI FARE ALTRO KE KOPIARE LE STRONZATE KE SKRIVE L'UNITA' PIUTTOSTO KE REPUBBLIKA?
    MA SAI SKRIVERE QUALOKSA DA SOLO?
    MANIFESTA LE TUE PATOLOGIE PSIKIATRIKE NON QUELLE DEI GIORNALISTI DI REPUBBLIKA,IL FORUM E' PER NOI UTENTI ,DA ANKE TU UN KONTRIBUTO,NON FARE SEMPRE LA FIGHETTA KE KOPI.

    PS
    MI VUOI SEMPRE BENE CARA?

  6. #6
    guardone
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    Originally posted by GEORGE
    DA QUALE SITO HAI KOPIATO TALE SPAZZATURA?
    MA POSSIBILE KE NON SAI FARE ALTRO KE KOPIARE LE STRONZATE KE SKRIVE L'UNITA' PIUTTOSTO KE REPUBBLIKA?
    MA SAI SKRIVERE QUALOKSA DA SOLO?
    MANIFESTA LE TUE PATOLOGIE PSIKIATRIKE NON QUELLE DEI GIORNALISTI DI REPUBBLIKA,IL FORUM E' PER NOI UTENTI ,DA ANKE TU UN KONTRIBUTO,NON FARE SEMPRE LA FIGHETTA KE KOPI.

    PS
    MI VUOI SEMPRE BENE CARA?
    FORSE KOPIA PERKE' E' TIMIDO,LASCIALO FARE GEORGE

  7. #7
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    quote:
    --------------------------------------------------------------------------------
    Originally posted by GEORGE
    DA QUALE SITO HAI KOPIATO TALE SPAZZATURA?
    MA POSSIBILE KE NON SAI FARE ALTRO KE KOPIARE LE STRONZATE KE SKRIVE L'UNITA' PIUTTOSTO KE REPUBBLIKA?
    MA SAI SKRIVERE QUALOKSA DA SOLO?
    MANIFESTA LE TUE PATOLOGIE PSIKIATRIKE NON QUELLE DEI GIORNALISTI DI REPUBBLIKA,IL FORUM E' PER NOI UTENTI ,DA ANKE TU UN KONTRIBUTO,NON FARE SEMPRE LA FIGHETTA KE KOPI.

    PS
    MI VUOI SEMPRE BENE CARA?
    --------------------------------------------------------------------------------

    Io posto i FATTI; documentati.
    Tu posti la spazzatura che produce la tua scatola cranica.

    Il fatto che siano tecnicamente copiati (dal mio archivio personale, tra l'altro) sta a dimostrare che IO, nel senso di "me come persona" che "cerca" di informarsi (da ben prima della discesa in campo, TRA L'ALTRO), rispondo alla spazzatura che TU, come "mentecatto cerebroleso mangiabanane", continui a riversare in questo forum.

    La spazzatura resta spazzatura.
    Prima o poi finisce incenerita o nella discarica.

    Come sei messo a sacchi neri, mentecatto??

  8. #8
    Alessandra
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    Quando la finirete di offendervi sarà sempre troppo tardi.

  9. #9
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    Originally posted by Alessandra
    Quando la finirete di offendervi sarà sempre troppo tardi.
    Quando smetteremo di trattare certi "personaggi" (questi di un qualsiasi forum come altri "legittimati" dal "voto popolare") come PERSONE degne di un qualsiasi credito e cominceremo a DIRE CHIARAMENTE che sono delle cacche con l'improprio uso della parola; forse, FORSE!!! NON sarà troppo tardi.

  10. #10
    Asteroids
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    Predefinito

    Papà hai vinto". Corrado Carnevale riceve la buona notizia dalla figlia. La Cassazione ha appena annullato senza rinvio la sentenza di condanna a sei anni di reclusione inflitta dalla corte d'appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, con la formula perché il fatto non sussiste

    Carnevale è stato assolto e questo è quello che conta, la cronaca del passato è stata spazzata via dalla sentenza.

 

 
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Permessi di Scrittura

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