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SEGRETERIA POLITICA FEDERALE
FEDERALISMO
E
DEVOLUZIONE
Settembre 2002
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“Il federalismo è l’unica teorica della libertà”
(Carlo Cattaneo)
“Il federalismo è un’organizzazione politica nella quale le attività di
governo sono ripartite tra i governi regionali e governo centrale in
modo tale che a ogni tipo di governo sono attribuiti dei settori nei
quali ha potere di decisione finale”
(William H. Riker, politologo americano)
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Introduzione
Lo Stato nazionale, che è la forma di aggregazione giuridica che le
Comunità si sono date in Europa negli ultimi due secoli, pare
proprio che abbia fatto il suo tempo, tanto che da più parti si parla
ormai insistentemente di vera e propria crisi degli Stati nazionali
minacciati, è proprio il caso di dirlo, dalla globalizzazione.
Il processo di globalizzazione in atto , che costituisce il principale
carattere distintivo della fase storica che stiamo vivendo, si
manifesta, tra le altre cose, anche con l’omologazione delle diversità
culturali, etniche, religiose e sociali che costituiscono il fondamento
della democrazia moderna. Si sta creando il cosiddetto mondo uno,
il mondo globale in cui le differenze si appiattiscono e vanno
lentamente ad annullarsi. Accanto a questo fenomeno, considerato
non a torto come negativo, si fa sempre più largo quella che appare
come una tendenza in atto in molte parti del mondo: decentrare il
potere politico.
È un fenomeno evidente nella nostra epoca ed è f rutto dell’era postindustriale.
In altre parole è quella che Daniel J. Elazar (grande
studioso di federalismo) chiamò rivoluzione federalista . Quello che è
entrato in crisi è lo Stato moderno, imperniato sul centralismo e
sulla burocrazia. L’idea di Stato, infatti, sta lentamente perdendo
l’importanza che ha contraddistinto gli ultimi tre secoli della storia
europea. Si può affermare che gli Stati nazionali sono alla ricerca di
legami di vario tipo, a livello continentale, per governare almeno in
parte , f enomeni e processi che vanno al di là dei loro confini.
In altri termini, si nota un procedimento di risposta all’appiattimento
delle diversità prodotto dal pensiero globalista. I popoli reagiscono
e cercano in ogni modo di preservare e mantenere intatte le proprie
tradizioni, le proprie radici, le proprie identità. All’omologazione
incessante imposta dai poteri forti e dagli Stati appartenenti al primo
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mondo (mondo occidentale, Stati Uniti in primo luogo) si oppongono
i valori del tradizionalismo e del localismo, che hanno fatto sorgere
in molti Stati – soprattutto in Europa - dei movimenti che si
richiamano al valore del localismo, all’importanza delle comunità
locali. E cercano quindi di ridare importanza alla politica locale e
alle comunità locali: questi sono i partiti federalisti e regionalisti
che stanno sorgendo in molte parti d’Europa. È in pratica il globale
che promuove il locale. Come conseguenza di tutto questo si
manifesta pertanto dal basso una tendenza alla riduzione del ruolo e
del potere dello Stato nazionale. Si diffonde sempre di più la
tendenza a credere nel federalismo come nuovo modo di organizzare
la società, a credere nella bontà del modello federale.
Cerchiamo di rispondere ad una semplice domanda: che cos’è il
federalismo? Tutti ne parlano e dicono di desiderarlo. Ogni partito,
ormai, lo ha inserito nella propria agenda delle priorità politiche,
ma poi in concreto, il federalismo non arriva, anche perché nella
maggior parte dei casi se ne ha una conoscenza alquanto vaga. Ma,
soprattutto, ogni volta che bisogna votare delle leggi e delle riforme
che vanno verso il federalismo, questa propensione federalista,
scompare e i falsi federalisti vengono smascherati.
Più spesso concetti quali decentramento e regionalismo sono
utilizzati come sinonimo di federalismo. Ma, evidentemente, il
federalismo è una cosa, mentre lo Stato regionale e lo Stato
decentrato sono ben altra cosa.
Nonostante sia oggi uno dei termini più usati e abusati dalla classe
politica in generale, il significato del concetto non è chiaro ed
univoco, tanto che non è in alcun modo possibile avere a
disposizione una definizione teorica condivisa da tutti in senso
generale. Mario Albertini, uno dei più grandi studiosi di federalismo
che l’Italia abbia mai avuto, asseriva: “Va osservato, al riguardo,
che allo Stato dei fatti si sa solo molto vagamente di che cosa si
parla quando si parla di federalismo”.
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Il termine federalismo invoca sia un principio politico, la cosiddetta
ideologia federalista, sia un particolare tipo di istituzioni statali, gli
Stati federali. Nel primo caso, quello del pensiero federalista, ci si
riferisce direttamente a quella corrente di pensiero politico moderno
che crede che la soluzione per ottenere una società migliore sia
quella di organizzarla secondo il principio federale. Nel secondo,
invece, ci si rifà agli studi costituzionali sulle istituzioni che reggono
il cosiddetto Stato federale.
Se vogliamo compiere un’analisi etimologica della parola, ovvero
un’analisi dell’origine del suo significato, federalismo deriva dal
latino foedus che significa patto, alleanza, accordo, unione. Da qui,
dunque, si capisce come il federalismo, auspicato così a gran voce
dalla classe politica attuale del nostro Paese, abbia come fine quello
di far convivere in una realtà statale coesa e unita, le diverse entità
territoriali esistenti, ovvero le Regioni, le Province e i Comuni,
caratterizzate da una profonda diversità tra loro. In altri termini, si
desidera far convivere insieme le diversità nel patto federale.
Proprio qui sta la base del successo che oggi sta ottenendo l’idea
federalista un po’ dappertutto nel mondo, se solo si pensa che circa
il 70% della popolazione mondiale vive in Paesi che formalmente
hanno una Costituzione federale o che comunque hanno introdotto
dei principi e delle pratiche di tipo federale.
Tratto distintivo del termine è, quindi, l’origine pattizia, nonché la
capacità di coniugare insieme il principio dell’unità con il rispetto e
la tutela delle diversità, la capacità di contemperare tendenze
centripete e tendenze centrifughe, universalismo e localismo.
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FEDERALISMO: CONCETTO RECUPERATO
DALLA LEGA NORD
E’ bene ricordare che in Italia, l’idea federalista è sempre stata
presente nelle vicende storiche e politiche ma, purtroppo, non è mai
riuscita ad imporsi sull’idea centralista e statalista che ha finito col
prevalere e schiacciare, sotto il controllo statale, i principi
dell’autonomia regionale e locale. Il dibattito sul federalismo è stato
presente e, in alcuni momenti, anche molto vivace ma è stato quasi
sempre orientato in chiave europea. Al riguardo si possono ricordare
gli scritti di Altiero Spinelli, precursore dell’idea di Europa unita che
proprio oggi sta vedendo la sua nascita. La sua era, in ogni caso,
un’Europa unita ma confederale , unificata appunto attraverso il
principio federalista: un’Europa dei popoli e delle diversità , e non
certo l’Europa super-stato distruttore delle differenze, che sta
avanzando grazie all’operato della Sinistra europea.
Con l’unificazione nazionale (1861) , l’Italia si trovò compressa in
una struttura oppressiva, accentratrice e distruttrice delle differenze
regionali. In quella circostanza le voci di uomini che credevano nel
federalismo (Cattaneo, Ferrari, Gioberti) non vennero ascoltate e
l’idea federale venne accantonata perché, in quel momento, si voleva
creare ad ogni costo un’identità nazionale italiana. L’unificazione
politica sabauda e l’estensione indiscriminata a tutta la penisola di un
unico modello amministrativo fecero dunque fallire il progetto di
quanti credevano nell’ideale federalista-autonomista.
Di federalismo, poi, non si parlò più, fino al secondo dopoguerra
quando, con la caduta del regime fascista si aprirono i lavori
dell’Assemblea Costituente che doveva dare una nuova Costituzione
all’Italia. In tale sede, si doveva scegliere tra uno Stato federale, uno
Stato regionale e uno Stato unitario. E, nonostante vi fossero
personalità che si dichiararono apertamente per uno Stato federale
(Lussu e Salvemini), la scelta fu quella di uno Stato unitario con al
suo interno le varie Regioni (Stato regionale). La decisione che
venne presa dai costituenti fu comunque un rifiuto netto del
federalismo. Si temeva, infatti, che una soluzione federalista avrebbe
potuto dare forza a tendenze separatiste all’interno della Repubblica,
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presenti soprattutto in zone di confine, con grave rischio quindi per
l’unità nazionale, ancora troppo debole sotto molti aspetti.
Le Regioni vennero poi create con più di vent’anni di ritardo, ma mai
decollarono come organi di potere decentrato, tanto che ancora oggi
ci troviamo a discutere di attribuire più competenze e dunque più
autonomia alle stesse.
L’attuale struttura dello Stato è quindi ancora legata a quel modello
centralista e accentratore ed è proprio questo sistema statale che
vogliamo modificare. E’ questo l’obiettivo per cui la Lega Nord si
batte.
Finalmente, con l’arrivo impetuoso sulla scena politica di Umberto
Bossi, si è ricominciato a discutere di federalismo ed è solo merito
del Carroccio se oggi l’Italia sta per trasformarsi in uno Stato
federale.
Fin dagli inizi, il progetto leghista fu quello di creare un vero Stato
modellato sull’idea federale, ridando peso politico ed importanza alle
entità regionali che, come visto, previste direttamente in
Costituzione, furono però create con vent’anni di ritardo, nel 1970.
L’introduzione di questo “nuovo” vocabolo nella politica italiana è
quindi legato al sorgere e alla successiva affermazione elettorale
della Lega Nord: il nostro Movimento nasce proprio per l’ideale
federalista.
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LA RIFORMA DEL TITOLO V
DELLA COSTITUZIONE
Dopo il fallimento di ben tre Commissioni Bicamerali (Bozzi, Iotti-
De Mita, D’Alema), che avrebbero dovuto portare le tanto invocate
riforme al Paese, si è finalmente capita l’importanza storica
rappresentata dalla trasformazione federalista dell’Italia.
Giungiamo così alla XIII legislatura, che passerà alla storia per aver
modificato un intero titolo della Costituzione con il voto di una sola
parte politica (la sinistra).
Il giorno 8 marzo 2001, proprio quando stava per terminare la
tredicesima legislatura (quella dell’Ulivo), in Senato è stato
approvato in seconda lettura un testo di riforma del Titolo V della
Costituzione, dedicato a “Le regioni, le province, i comuni”.
L’approvazione della legge avvenne a strettissima maggioranza, con
l’opposizione di centro-destra (Polo e Lega ormai riunite nella Casa
delle Libertà) che uscì dall’Aula, rendendo ancora più evidente la
non volontà del centro-sinistra di giungere ad un accordo. La
maggioranza (Ulivo) in quell’occasione ritenne opportuno approvare
una modifica costituzionale con lo scarto di soli quattro voti,
credendo che quella modifica avrebbe dato allo schieramento di
centro-sinistra una patente federalista, da utilizzare come arma
importante nella imminente campagna elettorale per le politiche del
maggio 2001. E, su questo argomento, lo scontro tra il centro-destra
e il centro-sinistra in campagna elettorale è stato molto acceso.
Il nuovo Titolo V, che nonostante la scarsa affluenza è stato
confermato dal referendum costituzionale del 7 ottobre 2001, è il
frutto di un lungo processo di riforma dello Stato in senso federale,
attivo ormai da un decennio. La riforma nella sostanza si traduce in
un lieve aumento delle competenze legislative delle Regioni: infatti,
allo Stato restano ancora troppe materie sulle quali può legiferare.
Ma, a parte lo scontro maggioranza-opposizione sempre presente in
ogni discussione politica, se si volesse analizzare in maniera
obiettiva la riforma approvata dal centro-sinistra, ci dovremmo
domandare: “È o no vero federalismo?”. La risposta, ovviamente, è
negativa, almeno da un punto di vista federalista (punto di vista che
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manca completamente al centro-sinistra). Quello che si nota è un
cambiamento caotico, scarso e non certo sufficiente per essere
considerato federalismo. La riforma in questione (Titolo V) è stata
discussa in modo frettoloso e questa circostanza è la prima causa dei
gravi limiti che essa porta con sé.
Ciò nonostante alcuni cambiamenti e innovazioni che avvicinano il
nostro Paese ad una sembianza di Stato federale si notano, anche se
la struttura dello Stato italiano resta centralista, pur con alcune
componenti di autonomia riconosciute.
Le innovazioni del Titolo V e le lacune fondamentali
Per alcuni aspetti, oggi ci troviamo di fronte ad uno Stato mutato
rispetto ai primi anni ’90, ma si tratta di uno Stato che non ha
recepito nessuno degli elementi fondanti il federalismo: la
compresenza di più sovranità distinte, l’autogoverno e il governo
condiviso, che sono stati solamente delle semplice illusioni e temi di
dialogo politico, nient’altro.
Forse la novità più importante è nella modifica all’articolo 114 della
Costituzione: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle
Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. I
Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti
autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi
fissati dalla Costituzione (…)”.
Attraverso l’equiparazione degli enti che costituiscono la
Repubblica, aumenta l’importanza attribuita alle autonomie locali in
generale ma l’equiparazione può creare anche confusioni.
Se si passa ad analizzare il nuovo articolo 117 Cost., quello che viene
anche definito la prova di fedeltà, la cartina al tornasole di un vero
sistema federale, si nota che si è adottato il principio dell’inversione
delle competenze legislative. È, infatti, nell’articolo 117 che si testa,
si ottiene la prova diretta dell’accettazione di un vero sistema
federalista. In esso (nuovo 117) vengono elencate le materie di
competenza statale, per lasciare “tutto il resto” alla competenza
legislativa concorrente e regionale.
Occorre evidenziare che nei veri Stati federali le materie di
competenza statale sono meno numerose. Infatti, generalmente allo
Stato centrale restano assegnate solo poche materie e cioè quelle che
riguardano l’unità del sistema, o comunque, quelle che le realtà
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territoriali non sono in grado di gestire. Ma in uno Stato federale, il
potere centrale dovrebbe essere il più leggero e snello possibile,
altrimenti tanto varrebbe la pena di creare uno Stato centralista e
attribuire tutte le competenze al centro.
Nel nuovo Titolo V (riforma ulivista) le materie statali si estendono
fino alla lettera s); sono quindi moltissime. Tra esse figurano
l’immigrazione, la tutela dell’ambiente e dei beni culturali, l’ordine
pubblico e la sicurezza, tutte materie che, in un vero sistema federale
rientrerebbero sotto la competenza legislativa piena delle entità
territoriali periferiche (Stati, Regioni, Länder, Cantoni). Questo
significa che non vengono attribuite abbastanza competenze
legislative esclusive alle Regioni. Ma, soprattutto, ciò comporta
un’ulteriore sovrapposizione circa i ruoli attivi in campo legislativo
tra Stato e Regioni, con la previsione delle cosiddette materie
concorrenti. Al terzo comma del nuovo articolo 117 della
Costituzione, vengono infatti previste un certo numero di materie
concorrenti, con la specificazione che “Nelle materie di legislazione
concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per
la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla
legislazione dello Stato”. In pratica in tali materie lo Stato e le
Regioni legiferano in concorrenza, anche se in definitiva, è ancora lo
Stato che la fa da padrone.
Questa tecnica di suddivisione delle competenze legislative è
alquanto problematica, tanto che in Germania e in Austria, dove è
stata adottata, non comprende che una decina di materie. Mentre nel
nuovo Titolo V le materie concorrenti sono ben 20.
Il fatto di prevedere alcune materie dove Stato e Regioni legiferano
“insieme” è negativo e, di certo, non è un principio federalista.
Questo è un elemento che può portare una confusione istituzionale e
di ruoli, e può diventare una fonte di contraddizioni e profondi
squilibri.
Oltre a ciò, e questo non fa altro che aumentare le perplessità
generali sulla reale portata riformatrice del nuovo Titolo V, sono
poche le altre novità “importanti” che vengono introdotte in
Costituzione. La prima, è l’accettazione del principio di sussidiarietà,
peraltro cosa scontata dopo che esso è stato introdotto dal Trattato di
Maastricht a livello continentale. Il nuovo articolo 118 della
Costituzione, infatti, è nella visione generale dell’intero testo di
riforma fondamentale, perché in esso il principio di sussidiarietà è
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posto come cardine del riordino delle autonomie territoriali; esso
viene recepito nella sua duplice dimensione: verticale e orizzontale ,
con la seconda dimensione in grado di liberare grandi energie dalla
società civile e dall’intero mondo delle realtà locali. La seconda
“novità importantissima”, e qui ci sarebbe molto da discutere, è – a
detta dell’Ulivo – l’inserimento del federalismo fiscale in
Costituzione, e precisamente all’articolo 119 della Costituzione.
Il nuovo articolo 119 Cost. recita testualmente: “I Comuni, le
Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia
finanziaria di entrata e di spesa.
I comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno
risorse autonome […]”.
In questa delicata questione, che poi è cruciale per qualsiasi
costruzione federale, occorrerebbe introdurre il principio secondo cui
le risorse fiscali restano sul territorio, fatte salve le quote necessarie
per il finanziamento delle funzioni unitarie.
Quello che non risulta chiaro e definito dalla riforma dell’Ulivo è la
mancata previsione di una finanza locale adeguata a dare benefici ai
singoli territori in cui il reddito è prodotto. È necessario sganciare le
Regioni dalla cosiddetta finanza derivata, ovvero dal legame che le
univa al centro per la necessità di ottenere i trasferimenti finanziari
per coprire le opere da realizzare per le comunità territoriali. Tutte
questioni da sempre cavalli di battagli della Lega Nord, e che
finalmente sembra che stiano per concretizzarsi, grazie alla presenza
del Carroccio al governo del Paese.
Ma, nonostante i trionfalismi con cui è stata presentata la riforma
(una riforma regionalista, niente di più), le lacune sono del tutto
evidenti, mancando per l’appunto alcune caratteristiche fondamentali
ed irrinunciabili per uno Stato federale; la più importante è la
mancata previsione di una seconda Camera di stampo federalista, il
cosiddetto Senato delle Regioni o Camera delle autonomie. Come
sappiamo, infatti, questo è un organo fondamentale ed irrinunciabile
in qualsiasi sistema che voglia configurarsi come federale. È, infatti,
vero che una delle maggiori critiche che autorevoli esponenti hanno
rivolto alla riforma del Titolo V era rappresentata proprio dalla
denuncia della mancata previsione di una seconda Camera
autenticamente federale. Non esiste nessun sistema politico federale,
a cominciare dai due estremi (Stati Uniti e Svizzera) per finire con il
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più “invidiato” caso intermedio della Germania , nel quale non esiste
un’apposita Camera di rappresentanza territoriale. Il professor
Caravita, noto studioso di problemi federalisti e regionalisti, al
riguardo è stato molto esplicito: “L’esperienza degli Stati federali e
anche quella italiana dimostrano come non siano possibili forme di
federalismo ovvero di regionalismo avanzato in mancanza di luoghi
di raccordo tra Stato ed enti regionali”. Come dire: il federalismo
necessita assolutamente, e non se ne può fare a meno, di una Camera
delle Regioni. Altrimenti, la mancata accettazione di quest’organo
porta ad un sistema che può essere sì decentrato e regionale, ma che
con il principio federale ha poco in comune.
L’altra mancanza evidente, e che proprio ora viene rilanciata con
vigore dal Segretario Federale on. Umberto Bossi, è la riforma della
Corte Costituzionale in modo da renderla federalista, dando quindi
rappresentanza diretta, in tale organo di giustizia costituzionale, alle
entità territoriali della Repubblica (Comuni, Province, Regioni).
Nella riforma “federalista” dell’Ulivo, infatti, non si fa accenno
alcuno a una diversa composizione della Corte Costituzionale, tanto
che la stessa rimane invariata, mantenendo pertanto in vita il suo
comportamento centralista e prevaricatore delle autonomie.
Ecco quindi spiegati i motivi per i quali, la nuova maggioranza di
Governo, in cui la Lega Nord rappresenta la vera apportatrice di idee,
ha come impegno preciso quello di dare ai cittadini italiani il
federalismo compiuto, e quindi un vero Stato federale, che l’Ulivo si
è guardato bene dal creare.
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LA DEVOLUZIONE
L’attuale fase di costruzione dell’assetto federalista da dare alla
Repubblica si presenta complicata. Infatti, da un lato abbiamo la
riforma del Titolo V della Costituzione con tutti i problemi,
soprattutto legislativi, legati alla sua attuazione. Dall’altro, grazie
alla spinta della Lega Nord, sta emergendo una nuova visione
federalista che si concretizza nel federalismo per devoluzione.
La devoluzione indica un trasferimento di poteri e di competenze
legislative dal centro (in questo caso lo Stato centrale) alla periferia
(le Regioni e le entità sub-regionali) e non consiste in un semplice
decentramento di funzioni come quello realizzato recentemente dal
federalismo amministrativo di Bassanini (XIII legislatura).
La devoluzione può, infatti, condurre ad una trasformazione del
sistema unitario in una nuova entità statale modellata sui principi
federalisti.
Nel febbraio del 2000, a sei anni di distanza dalla caduta del primo
governo Berlusconi si è ridato corpo ad una nuova alleanza di
centro-destra, intenzionata a spodestare dal governo del Paese il
centro-sinistra.
Il motivo fondante (o valore aggiunto) che ha portato alla nuova
alleanza è stata la devolution, ovvero la devoluzione di competenze
legislative dallo Stato centrale alle Regioni. Senza l’accettazione
della devoluzione, infatti, il nuovo centro-destra non sarebbe mai
nato: la devoluzione è quindi l’essenza dell’accordo di Governo, ed è
il motivo che ha portato alla nascita dello schieramento federalista
(Casa delle Libertà).
Il modello di riferimento è la Gran Bretagna di Tony Blair, il leader
laburista che proprio in questi anni sta attuando una importante
riforma autonomista, devolvendo sempre più poteri alle entità
nazionali della Scozia e del Galles.
La devolution, acclamata fin dal 1999 dal Movimento leghista (fu
nella dieta di Acqui Terme che venne ritenuta attuabile) è stata
dunque accettata dalla nuova alleanza tra il Polo delle Libertà e la
Lega Nord, riunitisi nella Casa delle Libertà.
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Nel 1994 l’alleanza tra Polo e Lega non funzionò. Il Carroccio dopo
soli sette mesi di governo lasciò le poltrone ministeriali dando
dimostrazione di vicinanza al popolo, lasciando senza tentennamenti
il Governo. In quel caso, l’alleanza era stata creata appositamente per
battere la sinistra alle elezioni, mentre non esisteva alcun accordo
programmatico tra le parti. Il federalismo, in quella circostanza, non
rappresentò il collante che teneva unite forze così diverse come la
Lega Nord e Alleanza Nazionale. Oggi, al contrario, l’alleanza è
fondata su un patto sottoscritto, che prevede come punto centrale la
riforma dello Stato in senso federale da attuare attraverso la
devoluzione.
La parola devoluzione sta sempre di più entrando nel linguaggio
politico per indicare appunto un fenomeno che si potrebbe chiamare
di federalizzazione, di federalismo in movimento. In altri termini,
con la devoluzione, si vuole finalmente procedere a passo spedito
verso la definitiva creazione dello Stato federale, completando quindi
la recente riforma del Titolo V, non ancora compiutamente
federalista (come già visto prima).
Con il termine devoluzione, in Italia, si indica un trasferimento di
poteri e di competenze dal centro verso la periferia, e cioè verso le
Regioni. Nella terminologia inglese, il termine “devolution” indica
una delegazione di potere. L’origine però, ed è bene chiarirlo, è
latina (devolutio) ed implica un movimento dall’alto in basso, dal
centro (lo Stato) alla periferia (le Regioni). Non si tratta di un
semplice decentramento perché attraverso la concessione di ulteriori
poteri alle Regioni si può giungere alla riorganizzazione del sistema
su principi che si richiamano al federalismo. In pratica, lo Stato
attribuisce con legge alle Regio ni la completa autonomia legislativa
su un determinato numero di materie.
Nel Regno Unito, da lungo tempo retto come Stato unitario ma
composto in origine da tre regni diversi (Inghilterra, Scozia e Galles)
si sta compiendo un processo di questo genere.
In tale situazione è di grande interesse la legge di devoluzione che ha
consentito alla Scozia di diventare una regione largamente autonoma,
con ampi poteri legislativi ed amministrativi e con un Parlamento ed
un esecutivo (Governo) scozzesi. Quest’ultimo – i cui membri sono
nominati “Ministri scozzesi” – rappresenta il Governo della Scozia
per tutte le materie devolute.
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Il fatto che in Italia la devoluzione abbia acquistato grande rilevanza
non è casuale, soprattutto se si pensa all’integrazione europea in atto
che sta attribuendo sempre più importanza alla sussidiarietà. In base
a tale principio, sancito dal Trattato di Maastricht, allo Stato centrale
devono restare unicamente quelle competenze che i livelli inferiori
non riescono a gestire. Il legame stretto con la devolution è dunque
evidente, tanto che stiamo assistendo ad un processo di doppia
devoluzione : verso l’alto, e quindi verso la Comunità Europea, e
verso il basso, quindi verso le Regioni e le autonomie locali in
genere.
Ritornando brevemente al Regno Unito, con l’approvazione dei
progetti voluti dal governo laburista alla fine del 1997 per istituire
l’Assemblea del Galles e il Parlamento della Scozia e i referendum
che si sono svolti nel settembre dello stesso anno, è stato compiuto
un importante passo in avanti verso la trasformazione del carattere
unitario del sistema statale inglese. Ancora una volta, questo
dimostra come siano sempre più numerosi gli Stati che procedono
sulla via della decentralizzazione dei poteri, della costruzione
federalista, proprio perché maggiormente in grado di sviluppare
democrazia diretta e autogoverno nelle comunità territoriali.
Alla fine, dunque, la necessità di soddisfare insistenti richieste di
autonomia da parte di gruppi che rivendicavano una loro distinta
identità socio-culturale è stata avvertita e il Parlamento di
Westminster ha provveduto a devolvere con legge poteri autonomi a
Scozia e Galles.
Come si è già verificato in altre realtà nazionali, il processo di
devoluzione progressiva può portare alla creazione di un vero e
proprio Stato federale. È questo il caso della Nigeria, o del Pakistan.
Ciò viene proprio definito come federalismo per devoluzione, un
concetto che spiega come un paese centralizzato e comunque nonfederale
può trasformarsi gradualmente in uno Stato federale.
La Casa delle Libertà ha fatto propria questa possibilità. In base al
cammino che viene ipotizzato dall’attuale maggioranza, le Regioni
dovrebbero chiedere allo Stato la tanto auspicata devoluzione di
competenze in modo tale da conquistare quella più ampia autonomia
legislativa da tempo cercata e reclamata con insistenza.
Il progetto in corso non porterà ad una disgregazione dell’attuale
sistema e nemmeno alla cancellazione delle singole Regioni. Con un
intervento analogo a quanto attuato nel Regno Unito, si darà – senza
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ombra di dubbio – maggiore importanza ed autonomia alle realtà
locali, vero asse portante della vita democratica del nostro Paese. Il
Ministro Bossi ha, infatti, già predisposto un disegno di legge
costituzionale (N.1187), che va a correggere l’articolo 117 della
Costituzione (da poco modificato), introducendo la possibilità per le
Regioni di attivare la competenza legislativa esclusiva in alcune
materie definite che oggi rientrano invece nella competenza
concorrente.
Il processo, difficile sotto molti punti di vista, sarà lungo e
progressivo. Si avranno quindi diverse fasi devolutive, con le
Regioni che acquisiranno sempre maggiori poteri e diverranno vere
entità decentrate di potere politico e amministrativo, e quindi, più
responsabili ed efficienti. In un certo senso acquisiranno un certo
grado di sovranità che le renderà autonome sotto molti aspetti.
Nella prima fase di devolution, si prevede il trasferimento alle
Regioni della gestione totale di materie considerate dalla Lega Nord
Padania come fondamentali:
· assistenza e organizzazione sanitaria;
· organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e
di formazione;
· definizione della parte dei programmi scolastici e formativi
di interesse specifico della Regione;
· polizia locale.
La devoluzione alle Regioni configura il nucleo essenziale di quello
Stato (davvero) federale, che si intende costruire nel tempo, con
gradualismo, a piccoli passi e secondo un progetto lineare che vedrà
nel futuro anche la modifica della composizione dell’organo di
giustizia costituzionale (Corte Costituzionale) e la riforma del
sistema parlamentare bicamerale.
Diamo ora una breve occhiata a queste materie cercando di capire
perché sono così importanti per la Lega Nord.
La devoluzione sanitaria
Seguendo l’esempio della devolution britannica, verrà trasferita alle
Regioni la totale gestione della sanità. Il Parlamento scozzese, ad
esempio, tra le materie di propria competenza esclusiva, legifera
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anche in maniera completa (senza quindi la le gislazione concorrente
o il controllo di Londra) sulla health (salute).
Gli Stati si stanno dimostrando sempre più inadeguati a gestire in
maniera centralista alcuni settori, che tradizionalmente sono sempre
stati di loro competenza. Tale inadeguatezza è particolarmente
evidente e manifesta in tutte le funzioni relative ai servizi alla
persona. Ecco spiegata, quindi, la grande battaglia avanzata in questi
ultimi tempi dalla Lega Nord in favore del sociale, della famiglia e
della sanità.
Proprio il comparto sanitario si presta in modo perfetto ad una
devolution completa di poteri normativi e gestionali dallo Stato alle
Regioni nella convinzione che solo gli enti territoriali più vicini ai
cittadini sono maggiormente in grado di risolvere i problemi della
quotidianità delle persone, tra cui anche la sanità. Come è noto, la
vicinanza tra governo pienamente autonomo e governato consente di
acquisire una migliore conoscenza dei problemi presenti sul territorio
e di risolverli con efficacia.
A tale proposito, però, è utile considerare il fatto che devolvere
completamente alle Regioni le competenze in materia sanitaria,
comporta l’affrontare il problema, fortemente sentito, della spesa
sanitaria di ogni singola regione. Il problema è risolvibile solo con la
creazione di un vero sistema di federalismo fiscale , con la possibilità
quindi per ogni Regione di mantenere in loco un’elevata quota delle
tasse che vengono versate dai contribuenti, finanziando direttamente
il sistema sanitario regionale, altrimenti si avrà sempre a che fare con
il nefasto sistema dei trasferimenti da Roma alla periferia, con tutte
le conseguenze che ciò comporta.
Lo scopo è quello di responsabilizzare ogni Regione in materia di
spesa sanitaria migliorandone l’efficienza e dando alle stesse un
ruolo primario.
Tutto ciò, secondo la Lega Nord, è possibile solo in un sistema
fortemente e spiccatamente devolutivo in cui le Regioni che più si
renderanno pronte ad affrontare nuove sfide, potranno ottenere un
maggior numero di competenze legislative dallo Stato centrale.
Per queste motivazioni la Lega Nord è pienamente convinta della
bontà della riforma federalista-devoluzionista applicata al settore
sanitario. La sua realizzazione costituirà la dimostrazione più
efficace di come l’intero processo di riforma costituzionale generi
benefici e miglioramenti alla vita dei cittadini.
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La Lega Nord si impegna a realizzare un sistema sanitario che
preveda il rispetto dei diritti fondamentali garantiti dalla
Costituzione.
Il Mezzogiorno attraverso il federalismo, attuato con la devoluzione
dei poteri, avrà la possibilità diretta di liberare le proprie energie,
attuare un concreto sviluppo, e creare una sanità regionale efficiente.
Il nodo dell’intera questione resta comunque il federalismo fiscale e,
quindi, un vero sistema di autonomia finanziaria per ogni Regione.
Facendo riferimento alle modalità di finanziamento introdotte dal
nuovo Titolo V è necessario operare una svolta fondamentale. Nella
falsa riforma federalista voluta dall’Ulivo, infatti, lo Stato resta il
titolare del potere impositivo fiscale, applicato in maniera uniforme
su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dalle differenziate
esigenze delle singole Regioni. Non è ancora stato creato quel
sistema imperniato sull’autonomia fiscale indispensabile al
raggiungimento concreto del federalismo e all’avvento di un nuovo
modello di sistema sanitario.
La devoluzione scolastica
La seconda materia legislativa che rientrerà nella devoluzione è la
scuola. Da sempre il Movimento leghista è fortemente convinto che
uno degli ambiti fondamentali di intervento sia l’istruzione e quindi
la scuola e la cultura in generale.
L'assetto del sistema formativo del Paese è purtroppo ancora
caratterizzato da una struttura burocratica e centralizzata, articolata
in commissioni e gruppi di studio scelti dal Ministro che, in maniera
gerarchica, dettano gli input alle singole unità scolastiche attraverso
ordinanze e circolari (di norma 5 al giorno). Spetta poi alle singole
unità scolastiche interpretare le direttive ministeriali, adattandole alle
specificità culturali, socio-economiche e lavorative del territorio in
cui si trovano, per la realizzazione di strategie pedagogiche e
didattiche mirate all'integrazione sociale ed ambientale, senza
peraltro disporre di fondi e poteri sufficienti.
In altri termini la scuola italiana di oggi rappresenta ancora la
realizzazione dello statalismo che, attraverso di essa, controlla
l'educazione e l'istruzione nel Paese. Sono passati troppi pochi mesi
dalla nostra vittoria elettorale, perché si sia potuto incidere a fondo
nel sistema appena descritto.
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Da sempre la Lega Nord ha individuato nel sistema ministeriale -
burocratico il concreto impedimento al decollo di una politica
scolastica responsabile, in cui le risorse umane e finanziarie siano
utilizzate e finalizzate alla promozione della scuola quale valore
sociale irrinunciabile. Questo obiettivo potrà essere conseguito solo
con la devoluzione di sempre maggiori competenze in materia
d’istruzione dallo Stato agli Enti territoriali. Il tempo, quindi, dello
Stato padrone della società, di cui la scuola è l’espressione basilare, è
scaduto, ed è giunto finalmente il tempo del ribaltamento dei ruoli.
Con la devoluzione, infatti, la democrazia partecipativa territoriale si
coniugherà con le istituzioni locali anche per l’organizzazione
scolastica in tutta la sua complessità e varietà programmatica.
Non sono passati molti mesi da quando le nostre idee in materia di
istruzione (maggiori competenze alle Regioni, anche sul personale,
ruolo degli Enti locali, cultura e lingua locale, utilizzo del buono
scuola per arrivare ad una reale parità scolastica) facevano sorridere
o indignare gli interlocutori delle altre forze politiche. Ora di queste
proposte si discute sui giornali, nelle aule parlamentari e regionali, e
persino nelle assemblee sindacali: accanto alla constatazione che
siamo stati i precursori ed il traino della modifica di posizioni in
larghi strati della società, è adesso necessario, da parte di tutti noi,
esser consci del fatto che il nostro ruolo di vigilanza e incentivo al
cambiamento va confermato e consolidato, in virtù della nostra
partecipazione a questo Governo. La Lega Nord al Governo sta
realizzando le sue idee e la sua politica soprattutto di fronte a quello
che traspare dall’ idea di federalismo mostrata dall’ultimo Governo di
centro-sinistra, un’idea se possibile ancora più centralista rispetto
all’attuale Costituzione italiana. La recente riforma del Titolo V
riesce nel difficile intento di peggiorare l’articolo 117 della
Costituzione che prevedeva già scarse competenze scolastiche
attribuite alla Regione (istruzione artigiana e professionale, e
assistenza scolastica): la nuova legge prevede infatti che “le norme
generali sull'istruzione” siano di competenza dello Stato, fatta “salva
l'autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione
dell'istruzione e della formazione professionale". E’ evidente che
assegnare dignità costituzionale all'autonomia delle singole scuole
significa svuotare ogni ipotesi di devoluzione alle Regioni dei poteri
legislativi e tenere ben saldo il principio del monopolio dello Stato
centrale sull'istruzione.
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Gli Enti locali e regionali di tutta l'Unione Europea rivestono ormai
da lunga data il ruolo storico di iniziatori, pionieri, erogatori e
catalizzatori di ogni tipo di servizi nel settore dell'istruzione. In quasi
tutti gli Stati membri il ruolo di guida svolto dagli Enti locali e/o
regionali costituisce una tradizione encomiabile.
Cambiando le circostanze e le prospettive del ruolo delle istituzioni
pubbliche locali, la nuova funzione che si viene via via definendo
non dovrà ricalcare i modelli del passato. Le istituzioni locali
dovranno finalmente rivestire un ruolo importante, con un’effettiva
valorizzazione del contributo positivo che possono offrire nell'ambito
della collaborazione con altri operatori in campo sociale, economico
e dell'istruzione.
Gli Enti locali e regionali hanno un ruolo chiave da svolgere nella
fornitura di servizi in materia di istruzione e formazione; si rende
così disponibile una struttura per l'apprendimento lungo tutto l'arco
della vita mediante l'erogazione di servizi di educazione
prescolastica, scolastica, per giovani, adulti e comunità. Va anche
segnalato che gli stessi Enti sono in grado di garantire
l'apprendimento lungo tutto l'arco della vita offrendo servizi in tutti i
settori di loro competenza, quali l'edilizia abitativa, i servizi sociali,
le attività artistiche e del tempo libero, offrendo opportunità di
crescita autonoma e di partecipazione alla società civ ile grazie ad
attività educative di tipo socio-culturale.
Inoltre, nelle zone di loro competenza costituiscono spesso le
maggiori fonti di occupazione. Si trovano pertanto in una posizione
particolarmente adatta a mettere a punto iniziative, condividere le
buone pratiche su scala regionale e fornire una guida al resto del
settore commerciale. Sul fronte dell'istruzione, della formazione,
delle politiche della gioventù e dell'occupazione occupano una
posizione unica che ne farà il centro delle iniziative a favore di
un'Europa della conoscenza. Dato il loro ruolo strategico, dovranno
essere in grado di fungere da "intermediari", guidando organizzazioni
diverse verso forme di collaborazione fondate su strategie di
formazione anche non convenzionali, e di avviare la realizzazione di
misure atte a favorire l'accesso alle nuove tecnologie. Inoltre,
potranno creare condizioni favorevoli alla crescita economica nel
territorio di loro competenza.
Il Disegno di Legge ministeriale di riforma dei cicli scolastici, in
discussione al Senato ma ancora da migliorare soprattutto
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nell’armonizzazione dello stesso con il provvedimento sulla
devolution, ha il merito di garantire finalmente una vera dignità alla
formazione professionale, negatale invece troppe volte dai Governi
del passato. La formazione professionale avrà lo stesso valore dei
licei e potrà garantire l’accesso al diploma e all’università (pur con le
dovute integrazioni del caso), come la Lega Nord ha da sempre
previsto nei propri programmi.
La Regione, che già legifera ed organizza questa materia in concorso
con Province e Comuni, e stanzia con proprie leggi i fondi necessari
per l’assistenza scolastica, è dunque chiamata ad un maggiore
impegno economico ma soprattutto organizzativo, dato che la
formazione professionale acquisterà rilevanza e piena dignità. I
risultati delle gestioni regionali non sempre sono stati brillanti:
carenza di risorse, miopie politiche e tendenze accentratrici degli
apparati burocratici hanno talvolta impedito il necessario
collegamento delle scuole professionali al tessuto produttivo
territoriale e un impiego dispersivo delle risorse destinate
all’assistenza. Fortunatamente la situazione sta lentamente
cambiando in meglio, grazie anche alle pressioni degli
amministratori locali.
Il governo regionale dovrà predisporre gli atti legislativi,
regolamentari ed amministrativi necessari per l’assunzione di sempre
maggiori competenze in campo scolastico, derivanti dalla devolution.
Per quanto riguarda le competenze di Comuni e Province in materia
di fornitura e manutenzione degli edifici scolastici, crediamo utile
continuare a mantenere l’attuale distinzione tra scuole elementari e
medie ai Comuni e scuole superiori alle Province. Riteniamo però
che le competenze degli Enti locali debbano essere ampliate, nel
senso di affidare al Comune e alla Provincia l’incarico di raccordare
la singola scuola con la realtà sociale, economica e culturale del
territorio. Vedremmo bene un ruolo di vigilanza dell’Ente locale nei
confronti della scuola, o meglio dei suoi organismi direttivi; questo
per evitare un eccesso di autoreferenzialità, vizio antico delle
componenti scolastiche che troppo spesso ha relegato la scuola in un
comparto a sé stante, e anche perché siamo convinti che solo chi,
come i Sindaci o i Presidenti di Provincia, ha ricevuto un mandato
elettorale può farsi carico di rispondere direttamente, e in tempi
rapidi, alle istanze dei cittadini.
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Un sistema così regionalizzato ed improntato all’applicazione del
principio di sussidiarietà sarà lo sfondo ideale per superare l’annoso
problema della libera scelta della famiglia tra scuola pubblica e
scuola privata: è noto che la Lega Nord da sempre propone
l’introduzione del buono scuola, ovvero di un finanziamento diretto
alla famiglia (sulla base del costo medio per alunno) da accreditare
all’istituto scolastico prescelto, sia pubblico che privato. Alcune
regioni ordinarie, tra cui la Lombardia e il Veneto, hanno mosso dei
passi in questa direzione con l’introduzione di buoni scuola alle
famiglie i cui figli frequentano le istituzioni scolastiche. E’ evidente
che la devoluzione della “materia scuola” permetterebbe alla singola
Regione di attuare compiutamente il principio insito nella formula
del buono scuola, ossia la garanzia di scelta tra pubblico e privato,
risolvendo in un colpo solo il nodo del finanziamento diretto alla
scuola privata ed eliminando l’imbarazzante scappatoia della borsa di
studio ai meno abbienti mediante detrazione fiscale, introdotta dal
passato Governo con la legge sulla parità scolastica (L. 62 del 10
marzo 2000).
Un’ultima considerazione riguarda il valore legale del titolo di
studio, per la cui abrogazione la Lega Nord si è sempre battuta
proprio per il fatto che lo stesso rappresenta lo strumento principale
di impedimento alla crescita di un apparato amministrativo nel Nord.
L’istruzione regionalizzata permetterà di verificare con maggiore
facilità la preparazione degli studenti che escono dalla scuola e, per
questo motivo, i criteri di selezione dei concorsi pubblici dovranno
assolutamente tenere conto delle consolidate tendenze europee che
privilegiano titoli e competenze acquisite piuttosto che un mero
punteggio finale conseguito in scuole o università “compiacenti”.
Un sostanziale “svecchiamento” della struttura scolastica, in pieno
accordo con il governo territoriale, sarà in grado di dare risposte ad
esigenze fondamentali come quella dell’istruzione, a tutto vantaggio
degli attuali ma soprattutto dei futuri cittadini delle nostre Regioni.
La polizia locale
Anche in materia di polizia locale la Lega Nord chiede il
trasferimento di competenze esclusive alle Regioni.
Infatti, in qualsiasi sistema federale che si rispetti, la gestione
dell’ordine pubblico di rilevanza locale è attribuita direttamente alla
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competenza degli enti territoriali periferici. Ad esempio, negli Stati
Uniti, accanto alla Polizia federale esiste la polizia dei singoli Stati e
la polizia di contea (area territoriale simile alla nostra Provincia); in
Svizzera, invece, a fianco della polizia della Confederazione, opera
la cosiddetta Polizia Cantonale.
L’obiettivo è rendere più efficace ed immediata l’azione di
prevenzione e repressione dei cosiddetti piccoli crimini.
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UNA CORTE COSTITUZIONALE “FEDERALISTA”
Tra le riforme che dovranno essere approntate e di cui la Lega Nord,
nella persona del suo Segretario Federale, si è fatta interprete, vi è la
modifica della Corte Costituzionale. Alla fase devoluzionista che sta
per prendere il via, quindi, si affiancheranno altri momenti
riformatori fondamentali attraverso i quali l’Italia giungerà al
federalismo compiuto.
Tra le riforme in procinto di iniziare il loro cammino in Parlamento, i
cittadini italiani vedranno finalmente nascere una nuova Corte
Costituzionale che sarà costruita sui principi federalisti. Il massimo
organo di giustizia costituzionale che, tra gli altri, ha il compito di
risolvere i conflitti che emergono tra lo Stato e le Regioni, avrà una
nuova veste. Infatti, un certo numero di giudici costituzionali saranno
eletti dalle Regioni e la Corte Costituzionale verrà regionalizzata,
anzi, territorializzata. Tutto questo per dare valore e importanza alle
autonomie locali del Paese e creare un nuovo equilibrio all’interno
della Corte.
Il disegno che porterà alla nuova Consulta prevede un aumento del
numero dei giudici costituzionali, che passeranno da 15 a 21. Agli
attuali, infatti, verranno aggiunti quelli eletti dalle autonomie locali
con criterio proporzionale rispetto agli elettori presenti nelle tre
diverse aree del Paese: 3 al Nord, 1 al Centro e 2 al Sud
In questo modo le Autonomie territoriali avranno la possibilità, mai
avuta fino ad ora, di far valere le proprie motivazioni nei confronti
dello Stato centrale.
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IL SENATO FEDERALE E IL
COORDINAMENTO DELLE REGIONI
L’altra riforma fondamentale per giungere pienamente allo Stato
federale, e che partirà tra poco tempo, è la creazione di una seconda
Camera rappresentativa delle entità periferiche (Regioni ed
autonomie locali). Con questo passaggio, si supererà il
bicameralismo perfetto che si è avuto fino ad ora ed automaticamente
si abbrevieranno i tempi di approvazione delle leggi.
Il Senato, in questa visione, sarà dunque federale. Il punto
fondamentale è quello di creare una assemblea compensativa delle
decisioni inerenti il territorio vicina alle Autonomie e che non sia
incaricata solo di risolvere i conflitti burocratici tra i diversi poteri.
Quello che è nelle intenzioni del Ministro per le Riforme Istituzionali
e la devoluzione è un vero e proprio Senato federale che avrà una
competenza diretta sulle questioni finanziarie e che avrà il delicato
compito di risolvere le questioni relative alle materie di legislazione
concorrente. Inoltre, deve avere la possibilità di organizzarsi in sedi
distinte “sul territorio” con riferimento ad aree omogenee del Paese.
Uno degli aspetti positivi della riforma del Titolo V è contenuto
nell’ottavo comma dell’articolo 117 della Costituzione, che prevede
la possibilità di far nascere il coordinamento delle Regioni. Non c’è
quindi niente di eversivo, essendo una soluzione prospettata anche
dalla recente modifica costituzionale.
In tal modo, proprio sul modello inglese, si avranno tre distinti
coordinamenti: uno al Nord, uno al Centro e uno al Sud.
Si realizzerà in tal modo l’auspicata devolution che costituisce
solamente un primo passo verso ulteriori processi di spostamento di
poteri alle Regioni. Finalmente, dopo anni di battaglia, le idee del
popolo leghista stanno per essere concretamente realizzate.
Le parole del Segretario Federale on. Umberto Bossi non lasciano
dubbi in merito: “Una vera riforma del Titolo V non sarà mai
completa finché non ci sarà anche una Corte Costituzionale in parte
eletta dalle Regioni, per quel che poi riguarda le delimitazioni delle
istituzioni, si può pensare a una Camera che legiferi su quelle
competenze che riguarderanno esclusivamente lo Stato centrale,
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mentre le Regioni e la loro assemblea dovranno legiferare sulle
proprie competenze e le eventuali competenze miste residue tra Stato
ed Enti Locali dovranno essere esaminate dal futuro Senato
federale ”.
Le prossime tappe sono fondamentali e la Lega sarà la protagonista
indiscussa di questo appuntamento con la storia. È necessario
procedere a piccoli passi, costruendo quindi il federalismo con
gradualità.
E in questo la Lega Nord è, e sarà sempre, protagonista.
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IL DISEGNO DI LEGGE N. 1187
DEL MINISTRO BOSSI:
MODIFICHE ALL’ART. 117
DELLA COSTITUZIONE
DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE
Art. 1.
(Modifiche dell’articolo 117
della Costituzione)
1. Dopo il quarto comma dell’articolo 117 della Costituzione è
inserito il seguente:
«Le Regioni attivano la competenza legislativa esclusiva per le
seguenti materie:
a) assistenza e organizzazione sanitaria;
b) organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e
di formazione;
c) definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di
interesse specifico della Regione;
d) polizia locale».
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Sommario
Introduzione ………………………………………………………………………………………….……………………….. pag. 5
Federalismo: concetto recuperato dalla Lega Nord ……………… .…………….. pag. 8
La riforma del Titolo V della Costituzione ……………………………………………………….. pag. 10
Le innovazioni del Titolo V e le lacune fondamentali …………………… ………….. pag. 11
La devoluzione ……..………………………………………………………………………………………….. ………….. pag. 15
La devolutione sanitaria ………………………………………………………………………… ………….. pag. 18
La devolutione scolastica ……………………………………………………………………………………….. pag. 20
La polizia locale ………………………………………………………………………………………………… ……….. pag. 24
Una Corte Costituzionale “federalista” …………………………………………………………….. pag. 26
Il Senato federale e il coordinamento delle Regioni ………………………………….. pag. 27
Il disegno di legge n.1187 del Ministro Bossi:
modifiche all’art.117 della Costituzione …………………………………..……………………….. pag. 29
32
A cura del Dott. Roberto Marraccini
La devoluzione scolastica è a cura di Franco Quaglia
Segreteria Politica Federale
settembre 2002
Stampa: Boniardi Grafiche - Milano




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