Risultati da 1 a 9 di 9
  1. #1
    Simply...cat!
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    Arrow Libertarismo=frontiere spalancate

    Questo va detto per chiarire una volta per tutte che essere liberisti NON significa affatto essere libertari.
    Il liberismo e' un sistema di capitalismo puro,basato sulla concorrenza regolata esclusivamente dal Mercato che vuole il libero scambio di MERCI e PRODOTTI senza dazi doganali,ma NON di persone.
    I libertari negli Stati Uniti,ad esempio,sono i massimi fautori dell'immigrazione di massa dal Messico e spingono per una società multietnica.E lo stesso concetto vale per i libertari nostrani.
    Ci sarebbe da chiedersi come alcuni libertari nostrani sostengano la secessione e/o l'indipendenza della Padania per poi riempirla di immigrati: che senso ha parlare di celtismo e Repubblica Serenissima se praticamente nei fatti si spinge per neutralizzare tramite l'assimilazione massiccia di immigrati,gli eredi dei celti e della Repubblica Serenissima?

  2. #2
    Totila
    Ospite

    Predefinito Re: Libertarismo=frontiere spalancate

    Originally posted by Dragonball
    Questo va detto per chiarire una volta per tutte che essere liberisti NON significa affatto essere libertari.
    Il liberismo e' un sistema di capitalismo puro,basato sulla concorrenza regolata esclusivamente dal Mercato che vuole il libero scambio di MERCI e PRODOTTI senza dazi doganali,ma NON di persone.
    I libertari negli Stati Uniti,ad esempio,sono i massimi fautori dell'immigrazione di massa dal Messico e spingono per una società multietnica.E lo stesso concetto vale per i libertari nostrani.
    Ci sarebbe da chiedersi come alcuni libertari nostrani sostengano la secessione e/o l'indipendenza della Padania per poi riempirla di immigrati: che senso ha parlare di celtismo e Repubblica Serenissima se praticamente nei fatti si spinge per neutralizzare tramite l'assimilazione massiccia di immigrati,gli eredi dei celti e della Repubblica Serenissima?

    Dragon, sei in polemica con il Generale Stonewall?
    Cmq, il liberismo è l'anticamera del libertarismo...

    Dai retta a noi, Dragon: anche il "libero mercato" ha bisogno di regole...

  3. #3
    Globalization Is Freedom
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    Predefinito

    Dragonball: ciò che dici è NON VERO. Alcuni libertari americani sono favorevoli alle frontiere aperte; molti altri sono contrari. In particolare, quelli più coerenti (gli eredi di Murray Rothbard, che si raccolgono intorno al Ludwig von Mises Institute, www.mises.org) sono fermamente contrari.
    Il vero problema dell'immigrazione è un problema di proprietà pubblica: come va gestita la proprietà pubblica di fronte a estranei che chiedono di entrare? I "left-libertarian" ritengono che la proprietà pubblica vada letta come "res nullius", e che quindi non possa essere esercitata su di essa alcuna forma di discriminazione. I "paleo-libertarians" (di cui io faccio parte) pensano invece che la proprietà pubblica sia in qualche maniera un "condominio" dei residenti, e che quindi vadano su di essa esercitate politiche fortemente discriminanti (a partire, si capisce, dal ferreo controllo dei "non residenti", cioè degli "stranieri", che intendono farne uso). Vale comunque la pena sottolineare che nè i left nè i paleo sono favorevoli allo stato sociale, e questo significa che anche se tra i libertari prevalessero i primi, l'immigrato perderebbe comunque gran parte degli incentivi a trasferirsi.
    Peraltro, è interessante su questo punto la riflessione di Hans-Hermann Hoppe. Lo studioso tedesco mette in primo luogo in evidenza che la libera circolazione dei beni e delle persone non possono essere assimilate, in quanto i beni circolano in virtù di un consenso, implicito o esplicito, tra mittente e destinatario, mentre le persone ovviamente vanno dove vogliono. Secondariamente, egli sottolinea che in un regime capitalistico puro (libera circolazione dei beni), la migrazione di massa è fortemente disincentivata, perché sono i mezzi di produzione stessi a muoversi dove è necessario.
    Per inciso, il 99% dei libertari italofoni sposano la posizione di Hoppe. Basterebbe fare un salto di tanto in tanto sul Forum Libertario per capirlo. A meno che questo intervento non fosse dettato dalla volontà di scatenare una pura polemica, di cui peraltro non capisco il senso. (Potrei comprendere che Totila o Der Wehrwolf lo facessero, perché siamo in qualche maniera "avversari": tu invece stai, generalmente, dalla mia stessa parte della barricata, quindi non vedo lo scopo del tuo gesto su questo forum. Del resto, ognuno è padrone del suo tempo e può sprecarlo come crede. Anch'io rispondendoti).
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

  4. #4
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    Predefinito

    Il Volto Disumano Della Globalizzazione
    Una “globalizzazione dal volto umano” è un’assurdità che si contraddice nella sua stessa formulazione di base; l’ennesima riformulazione di un riformismo interno al Sistema Globale che ne perpetua le ingiustizie, cercando di convogliare l’istintiva rivolta autodifensiva dei popoli in un vicolo cieco.
    Banche e istituzioni finanziarie, lobbies industriali e supergoverno mondiale si dimostrano “umani” solo quando ciò coincide con i loro interessi.
    Un solo esempio: l’annullamento del debito è certamente una causa giustissima, un minimo atto riparatore per paesi depredati da decenni delle proprie ricchezze.
    Il debito totale delle nazioni in via di…”sottosviluppo” ha largamente superato l’astronomica cifra di 2.500 miliardi di dollari ma.. non è un “dono umanitario” dei governi bensì una necessità vitale delle Banche Mondiali che ne determinano la politica interna ed estera. Il credito vantato sarebbe comunque inesigibile, anche solo negli interessi maturati, date le condizioni disastrose delle economie del Sud del mondo.
    Una generale dichiarazione di insolvibilità della maggioranza dei paesi della Terra getterebbe nel panico i mercati e potrebbe persino determinare il crollo di tutto il sistema finanziario, accelerando l’inarrestabile declino del capitalismo, che è sempre più fragile quanto più è globale.
    L’”umanitario” azzeramento del debito oltre ad evitare scenari apocalittici per l’Alta Finanza Mondiale, ha poi come contropartita l’accettazione da parte degli stati debitori di ulteriori vincoli, anche politici, e l’abbattimento di ogni difesa contro la liberalizzazione dei mercati che è proprio la causa prima che ha determinato la miseria e l’indebitamento.
    L’utopia dell’eguaglianza mondiale nel benessere e nell’abbondanza, propria di chi auspica una globalizzazione dal basso, non solo è in sintonia con gli interessi delle multinazionali ad espandere il mercato in verticale, in profondità, ma determinerebbe un livellamento culturale e politico totale, nonché la distruzione dell’ecosistema.
    Dev’essere ben chiaro al Nord del mondo che una più equa redistribuzione di beni e servizi nel mondo, passa soltanto attraverso un processo rivoluzionario, locale e generale, che rovesci i parametri culturali ed economici di riferimento anche nei paesi ricchi; rivoluzione che li renderebbe meno “ricchi” in termini di Pil e di consumi pro capite, certo più “spartani” nel vivere, ma anche più liberi dai potentati mondiali, in un ritrovato rapporto armonioso con la natura e la propria comunità d’appartenenza.
    Quello invece auspicato da tutti i cultori della globalizzazione, comunque intesa, sarebbe alla fine un
    rimedio peggiore del male.
    La “cura” proposta, se avrà successo…ucciderà il paziente. Non prima però di averlo depredato di tutto.
    L’astuzia di un sistema globale che proclama di migliorare le condizioni di vita delle classi e dei popoli subalterni è infatti anche quella di renderli tutti comunque produttori-consumatori del sistema capitalista globale, per allargare il mercato unico dei prodotti standardizzati: non solo in senso orizzontale e geografico, ma verticale interclassista, aumentando nei minimi accettabili al Sistema stesso il credito e la disponibilità monetaria per l’acquisto di nuovi beni o servizi.
    In termini marxiani diminuire la “pauperizzazione assoluta”, per aumentare il profitto espandendo il mercato, e quindi allargare la forbice della “pauperizzazione relativa”.
    In termini informatici il “Digital Divide”, il gap tecnologico-informatico che allontana strati sociali e popoli che accedono alla realtà virtuale o no.
    Gli antiglobalizzatori della “sinistra” moderata, (per quanto ancora contino certe definizioni ottocentesche oramai superate), riciclatisi dall’internazionalismo proletario a quello liberista di mercato, sono d’accordo nel volere e/o accettare (cosa che all’atto pratico è la stessa), la globalizzazione.
    Quella che auspicano costoro è solo una GLOBALIZZAZIONE DI SEGNO CONTRARIO e non il CONTRARIO DELLA GLOBALIZZAZIONE.
    In termini politici sono dei riformisti interni al Sistema Globale e non dei rivoluzionari ad esso opposti.



    MONDIALISMO E GLOBALIZZAZIONE
    La prima battaglia da combattere è quindi quella terminologica, perché essa assume valore sostanziale nelle scelte di una realistica contrapposizione antagonista al Nuovo Ordine Mondiale.
    La globalizzazione, lungi dall’essere una “fatale necessità”, una tappa irreversibile ed anzi auspicabile sulla “via del progresso”, non è che l’effetto di una causa o, se si vuol essere meno genericamente deterministi, lo strumento di una strategia mondiale condotta, coscientemente e volutamente per decenni se non per secoli.
    E se di determinismo si deve parlare, è su un piano metapolitico e persino metafisico che si deve spostare l’attenzione, come diremo in seguito trattando della concezione Ciclica della Storia.
    La globalizzazione dei mercati non avrebbe potuto realizzarsi senza una preventiva opera preparatoria politica e culturale spesso imposta con l’uso delle armi e l’invasione militare: solo nel secolo scorso ci sono volute due guerre “mondiali” (appunto) e decine e decine di guerre locali, colpi di stato, stragi e genocidi, per realizzare l’One World americanocentrico.
    Noi definimmo, e non da ora, questo progetto a respiro planetario MONDIALISMO.
    Una delle più complete esplicazioni di questo termine ce la offre Giuseppe Santoro nel suo “Dominio globale. Liberoscambismo e globalizzazione”, un volumetto di cento pagine che dovrebbe rappresentare il “libretto rosso” di ogni vero rivoluzionario antimondialista.
    Scrive Santoro:
    “Il Mondialismo, in sintesi, è un’ideologia (e una prassi culturale, sociale e politica) universalista promossa da istituzioni internazionali politico-militari (ONU, NATO) ed economico finanziarie (Banca Mondiale, Fondo Monetario, WTO, Nafta, ecc…), da associazioni private (Council on Foreign Relations, Trilateral, Bilderberg, massoneria ecc..) [aggiungeremo noi anche religiose: Vaticano con la sua “pupilla”, l’Opus Dei, Consiglio Mondiale ebraico, sette varie protestanti e non] e da una fitta rete di lobbies e di organizzazioni internazionali di “consulenza” politico-sociale-culturale e massmediale (agenzie d’informazione, industria cinematografica ecc…), la cui principale base tattica è costituita dagli Stati Uniti”
    Ed ancora:
    “L’obiettivo del mondialismo è la creazione di un unico governo o amministrazione (il Nuovo Ordine Mondiale), di un unico assetto politico, istituzionale e sociale (il liberalismo), di un unico sistema di valori (l’individualismo-egalitarismo-dottrina dei “Diritti dell’Uomo”), e quindi di un unico insieme di costumi e di stile di vita (il consumismo) estesi a tutta la Terra e funzionali al dominio assoluto da parte delle forze politiche, economiche e culturali che lo incarnano: le élites della finanza mondiale”.
    Santoro è anche autore di “Il mito del libero mercato”, approfondito studio sugli “economisti classici”.
    E’ evidente da quanto scritto finora che il Mondialismo non è un meccanismo anonimo, senza volto, senza capo né coda, metastaticamente autoriproducentesi; un dato oggettivo scisso dall’intervento di idee, di pochi uomini e ben identificate istituzioni, che in tal caso sarebbero esse stesse oggetto e non soggetto del processo. Chi la pensa così ragiona in termini di un fuorviante determinismo meccanicista che la dice lunga sui devastanti effetti della falsificazione storico-ideologica condotta per secoli: dall’Illuminismo, al liberismo e al marxismo, passando per l’hegelismo di “destra” o di “sinistra”.



    RAZZA PADRONA
    Del resto, per fare un solo esempio, anche in termini di credito, pochi supercapitalisti posseggono fortune ben superiori a molti stati: gli americani Bill Gates, Larry Hallison, Warren Buffett e Paul Allen sono proprietari di fortune che corrispondono a quelle delle 42 nazioni più povere messe insieme, cioè 600 milioni di uomini, un sesto degli abitanti del pianeta!
    I “decision makers” della politica mondiale, possessori di tutte le banche, di interi settori industriali e commerciali, delle fonti energetiche e strategiche, i suggeritori più o meno palesi della politica dei governi e delle istituzioni internazionali, appartengono a 13 clan familiari. In ordine alfabetico:
    Astor, Bundy, Collins, Dupont,, Freeman, Kennedy, Li, Onassis, Rockfeller, Rothschild, Russell, Van Duyn, Windsor.
    La “razza padrona mondialista” vive in posti esclusivi, frequenta solo i propri simili, salvo quando deve concedersi a folle osannanti; essa si incrocia tra sé e decide per tutti.
    La razza padrona non ha patria, solo passaporti , spesso più d’uno. Sua patria è appunto il mondo.
    Sono apolidi di lusso, cosmopoliti per vocazione ed interesse, pària che, nell’epoca del rovesciamento delle caste, si trovano ai vertici della piramide politica e sociale.
    Sono loro i ” padroni di casa” nelle riunioni del Bilderberg, della Trilateral, del CFR. Talvolta guidano direttamente stati e governi, come i Kennedy ed i Windsor.
    A loro tutto è permesso: dalle guerre alle crisi economiche e finanziarie guidate, fino ai più prosaici omicidi per motivi di corna (chi ricorda il caso Palme?).

    Per costoro riservatezza, menzogna e segreto sono strumenti assolutamente indispensabili di dominio.
    Parlare dell’ineluttabilità “oggettiva” e amorfa del processo di globalizzazione in atto è il loro strumento per nascondere la causa, manifestando l’effetto. Nella più generosa delle ipotesi imporre al mondo i propri parametri di riferimento, la propria visione cosmopolita delle relazioni internazionali.
    Il semiologo ebreo americano Noam Chomsky, teorico antiglobal pur usufruendo della cattedra al MIT (Massachussets Institute of Technology) è da sempre uno dei critici più feroci del capitalismo e imperialismo e definisce i padroni della finanza mondiale un “Senato virtuale”, cui i governanti del mondo devono rendere conto, alla faccia dei cittadini che li hanno eletti:
    “Il senato virtuale è un gruppo di investitori capaci di governare nazioni tramite i flussi di capitale, le oscillazioni di borsa e la regolazione dei tassi di interesse. Appena uno stato ipotizza scelte nell’interesse collettivo come il welfare o l’autodeterminazione, loro minacciano di portare all’estero i capitali. Gli USA e tutti i governi più potenti sono fantocci manipolati da questi senatori mascherati. Un tempo c’erano i dittatori, adesso ci sono i tiranni privati. Fanno gli stessi danni, ma non hanno responsabilità pubbliche”.
    Eccoci finalmente in buona compagnia con un uomo che certo non sarà accusato di “cospirazionismo complottista”, tipo “Savi Anziani…” ecc..
    Semmai aggiungeremo che il “Senato Virtuale” ha ben altre armi che quelle finanziarie, per piegare governi e popoli al suo volere: dai media all'informatica, dai moti di piazza ai golpe militari, fino alla guerra dichiarata, con tanto di “armi intelligenti”.
    In Serbia recentemente è stato usato di tutto: rivolte etniche, guerriglia, guerra dichiarata (anzi..” intervento umanitario”), anche se alla fine l’ha vinta il denaro. E si sono letteralmente venduto il capo!

    Ma è ancora una volta il Santoro a offrirci il giudizio più netto sulla pretesa ineluttabilità ed impersonalità del processo storico che stiamo vivendo:
    “Infatti la cosidetta globalizzazione – economica, politica, culturale e dei costumi di tutti i popoli della Terra – non è in alcun modo un fenomeno ‘naturale’ o necessario o ineluttabile determinato dalle leggi interne di un qualche inarrestabile ‘sviluppo’ del mondo (da un punto di partenza ad uno di arrivo: Nuovo Ordine Mondiale, Fine della Storia, Regno di Dio, Comunismo mondiale o chissà che altro delirio apocalittico); essa non è ‘nella logica delle cose’ (quale logica e quali cose ?); essa non è la condizione oggettiva ed autonoma cui occorre adeguarsi come ad una irrevocabile volontà divina (di quale dio ?); la globalizzazione è solo l’obiettivo pratico e deliberato che uomini concreti, tramite organizzazioni con tanto di nomi e di sede legale, sistemi informativi, massmediali ed editoriali – non forze oscure e imperscrutabili dell’universo – vogliono raggiungere per il proprio tornaconto personale e di gruppo (anche se ciò non esclude, anzi, la presenza di conflitti interni o di resistenze esterne). Tutto qui”.
    [Giuseppe Santoro, “Banchieri e camerieri. Sovranità monetaria e sovranità politica”].
    Semplice, no?…

    IL NOME DELLA MONDIALIZZAZIONE: AMERIKA
    Il Mondialismo moderno è la fase estrema dell’imperialismo capitalista americanocentrico nella sua manifestazione più degenerativa, antitradizionale, conservatrice e sovversiva al tempo stesso.
    Gli Imperi tradizionali d’Europa, nonostante avessero mitridatizzato il veleno di una religione aliena allo spirito indoeuropeo in forme politico-sociali d’impostazione tradizionale, si trasformarono alla fine del loro ciclo vitale in imperialismi e nazionalismi coloniali, invadendo ed infettando il mondo.
    Ancora una volta la legge del contrappasso ha voluto che l’Europa sia stata vinta e sottomessa da un frutto venefico del suo seno: l’America ha affrontato e vinto l’Europa (tutta l’Europa, anche quella degli alleati di ieri), l’ha privata del suo potere e delle sue colonie, sostituendovi un neo-imperialismo politico, economico, mediatico.
    In termini geopolitici il “Mare” ha vinto la “Terra”, e continua ad avanzare al suo interno.
    L’America infatti si è oggi imposta anche sulla rivale Russia e i confini della NATO si spostano sempre più verso il cuore d’Eurasia, l’Heartland logistico della ex potenza antagonista.
    Il Mondialismo e la sua manifestazione economica e mentale, la globalizzazione, non potrebbero esistere senza il dominio di una ed una sola superpotenza che ha imposto al mondo il suo predominio militare sulla terra, sopra e sotto i mari, nei cieli e nello spazio esterno. Non esisterebbero senza una moneta unica valida ovunque per i pagamenti internazionali, senza una lingua comune di comunicazione, dalla diplomazia ai computer, senza una pseudocultura accettata o subita da tutti, senza la tv, il cinema, la stampa, internet ecc…tutto facente capo alle lobbies ed alle multinazionali con base negli Stati Uniti d’America; fortezza continentale irraggiungibile, braccio armato mondiale del SIM, il super Stato Imperialista delle Multinazionali.
    “Gli Stati Uniti sono grandi difensori della globalizzazione e dove essa è stata messa in pratica, come nelle relazioni col Messico, ha portato un gran bene. [agli Stati Uniti- nostra nota]… Penso che gli Stati Uniti siano stati finora i primi a baneficiare della globalizzazione e che si trovino, dal punto di vista della concorrenza, nella posizione più forte rispetto a chiunque altro”; parola di Henry Kissinger, “l’ebreo volante” delle Amministrazioni repubblicane, premio Nobel per la pace (dopo aver favorito la guerra Iran-Iraq con oltre un milione di morti), autore del recente libro “L’America ha bisogno di una politica estera?” e sponsor dell’attuale ministro degli esteri italiano nel governo Berlusconi.
    Gli fa eco il confratello,George Soros, ebreo di origine ungherese, speculatore internazionale capace di affondare in una sola operazione borsistica l’economia di interi paesi (nel’92 costò all’Italia una perdita di quarantamila miliardi di lire!) ed attuale co-presidente del World Economic Forum di Salisburgo (“fratello minore estivo di quello di Davos”):
    “Io penso che la globalizzazione porti grandi benefici ad un gran numero di uomini e donne…La liberalizzazione dei mercati e del movimento dei capitali produce soprattutto benefici privati e ai privati. Ma non si preoccupa né può farlo di per sé, dei benefici collettivi” (da: “La globalizzazione è un bene, i governi imparino a usarla”-“Repubblica”, 3.07.2001).Viva la sincerità!
    Certo per il sig. Soros e affini la globalizzazione è stata una vera “manna dal cielo”, tipo quella elargita da Javhé ai suoi correligionari. Ma ora ha deciso di lasciare la finanza e dedicarsi ai “problemi della democrazia nell’Europa dell’Est”. Tremate slavi!
    Del resto è noto che uno degli strumenti che l’America ha per imporre la sua politica economica al mondo, oltre il dollaro, è quello della cosiddetta GLOBALIZZAZIONE ASIMMETRICA, che mentre impone alle economie più deboli, comprese quelle dei partners ricchi del Nord del mondo, il liberismo quasi assoluto negli scambi internazionali, applica al contrario altissime tariffe doganali alle merci straniere più competitive sul mercato interno statunitense, a difesa degli interessi lobbistici dei produttori americani. Una politica economica che applicata ai prodotti del Terzo e Quarto Mondo risulta devastante per le economie più deboli, costrette poi ad indebitarsi per importare prodotti americani sui quali gli USA pretendono di non pagar dazio.




    COME L’AMERICA PREPARA LA III GUERRA MONDIALE
    Ma c’è anche un nuovo pericolo, accentuatosi con l’avvento dell’attuale Amministrazione repubblicana di Bush Jr.: il rilancio della corsa agli armamenti per creare un gigantesco apparato militar-industriale, inattaccabile da qualsiasi eventuale nemico (scudo stellare) e capace di colpire ovunque in tempi brevissimi (bombardiere spaziale, utilizzo militare del sistema satellitare civile attuale).
    Questo soprattutto per favorire le lobbies belliche ed il Pentagono, che hanno portato all’elezione di un nuovo Bush con il vecchio staff repubblicano del padre o anche precedente.
    A prescindere dai rischi evidenti di una tale politica per la pace e la stabilità internazionali, essa rischia di far collassare un’economia già oggi in piena crisi, con la creazione di un arsenale costosissimo e ipertrofico, per di più completamente inutile in un sistema internazionale che vede gli USA già al giorno d’oggi quale unica superpotenza mondiale.
    E’ questa la tesi di Chalmers Johnson ne “Gli ultimi giorni dell’impero americano”.
    In questo libro si prospetta infatti una fine degli Stati Uniti molto simile al collasso implosivo dell’ex URSS nel momento in cui fu palese che il suo sforzo militare non era stato compatibile con la tenuta delle strutture economiche interne e si era per di più dimostrato inadatto alla geostrategia contemporanea (sconfitta in Afghanistan, Polonia, Medio Oriente ecc…)
    Il crollo dell’impero americano non sarebbe certo una perdita per il resto del mondo, ma al contrario l’inizio della rinascita di popoli e nazioni, se non fosse per il fatto che la globalizzazione americanocentrica ha vincolato tutti all’economia e alla politica statunitense. Tanto che la crisi generale del capitalismo USA rappresenterebbe contemporaneamente LA Crisi Mondiale per antonomasia, di fronte alla quale quella del ’29 sarebbe stata una tempesta in un bicchier d’acqua.
    Inoltre è sicuro che l’America, di fronte alla prospettiva del disastro economico interno (che, in quel tipo di società, rappresenterebbe semplicemente la fine degli Stati Uniti come entità politica unitaria) sarebbero pronti a scatenare un conflitto mondiale sul quale scaricare le tensioni interne e nel quale gettare gli armamenti la cui costruzione avrebbe determinato la crisi stessa.
    Il libro di Johnson aveva anticipato la crisi con la Cina proprio nell’area del Mare Cinese Meridionale e per la questione cruciale di Taiwan.
    Ancora una volta l’imperialismo militarista ed interventista è la fase suprema e la valvola di scarico del capitalismo nella sua fase estrema. Con la variante che stavolta è l’Alta Finanza a condurre il gioco ed il teatro è più che mai l’intero pianeta, il quale rischia di essere trascinato nell’olocausto nucleare totale, seguendo il crollo dell’Impero Americano.
    Se il Mondialismo è dunque frutto degenerato del nazionalismo, dell’imperialismo coloniale rovesciatosi nel suo apparente opposto, ma in realtà tutto interno alla logica mercantilistica anti-tradizionale che presiedette alla nascita ed affermazione degli imperi coloniali europei, la soluzione al problema non può che trovarsi alla radice di partenza: l’Europa.




    COMUNITA’, NAZIONE, IMPERO
    Né, al contrario, si può restare in attesa di una crisi strutturale del Sistema mondialista, che certamente E’ nel destino del Capitalismo Finanziario Internazionale, ma di cui bisogna favorire il collasso, come giustamente dice il Goldsmith.
    Persino le nazioni nate dalla Rivoluzione Francese e dalla decolonizzazione del dopoguerra sono diventati strumenti politici inadeguati ad affrontare il fenomeno; tantomeno potrebbero esserlo microcomunità d’ogni genere, se non inserite organicamente in un’unità più grande, più complessa, garante delle specificità locali e della difesa comune.
    Sul problema del rapporto tra “nazionalità”, “nazionalismo” e “impero” rimandiamo ancora una volta all’ Evola di “Rivolta contro il mondo moderno”, che anche in questo campo anticipava di decenni le critiche al nazionalismo che, tra isterismi di massa e guerre civili europee, già si scavava la fossa nel secolo trascorso.
    Su di essa il Mondialismo ha posto la sua pietra tombale.
    La soluzione del problema di superare la Globalizzazione mondialista difendendo dall’omologazione planetaria del capitalismo finale le specificità locali, non può che essere l’Europa Unita dall’Atlantico al Pacifico, dal Polo al Mediterraneo-Mar Nero-Caucaso-Siberia: l’Europa di cento bandiere, di mille piccole comunità sempre più particolari e specifiche nella loro cultura.
    Ma un’Europa che sia comunque omogenea, unitaria nelle sue radici etniche e spirituali più antiche, in un vasto spazio geopoliticamente delineato ed economicamente autarchico.
    Del resto è proprio questa l’essenza dell’Imperium tradizionale , descritto da Evola e conosciuto da tutte le Civiltà autentiche.
    Perché l’unità dell’Impero è data dalle élites spirituali, politiche e militari tratte dai popoli componenti l’Impero stesso portatore di una visione anagogica, spirituale, metapolitica e metafisica, che compenetra ma supera idealmente gli interessi e le tradizioni dei popoli compresi nei confini imperiali, ciascuno dotato del suo spazio geografico particolare.
    Ancora una volta la soluzione più realistica e avveniristica del dramma del nostro tempo risiede nella saggezza della Tradizione che, in quanto tale, non è né antica né moderna perché eterna.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Se Il Libero Mercato Diventa Ideologia
    Dopo il crollo del muro di Berlino ed il conseguente fallimento del comunismo da un punto di vista militare ed economico, il capitalismo e gli inerenti processi di globalizzazione si stanno affermando, da vincitori, in quasi tutto il pianeta. Tuttavia occorre analizzare se tale affermazione si espanda spontaneamente, in virtù di una maggiore efficacia rispetto alla pianificazione economica di stampo marxista, oppure se sia indotta non tanto da iniziative e provvedimenti legislativi o governativi quanto da caratteristiche intrinseche al capitalismo. Non si tratta qui di celebrare le doti e le virtù del libero mercato bensì di individuare e possibilmente prevenire le degenerazioni che un dato tipo di sistema economico incorre lungo il suo cammino storico. Se il marxismo riconduceva ed esauriva ogni dinamica storica, sociale, religiosa, culturale in un àmbito meramente economicistico di pretesa scientificità, il capitalismo pare seguirne le orme tramutandosi, da dottrina economica fallibile e finita, a sistema conchiuso ed autoreferenziale attraverso l’assolutizzazione delle sue componenti principali ed il progressivo estendersi di queste alle altre variabili sociali. Come vedremo di seguito liberismo e marxismo si incontrano spesso nella riaffermazione di una volontà di plasmare il reale e la società al fine di giungere ad un "mondo migliore" e "nuovo" rispetto al precedente. Esemplare in questo senso il più importante teorico del liberismo moderno, Ludwig von Mises, punto di riferimento essenziale per la corrente americana dei libertarians rilanciata decenni fa da Murray Rothbard, che nella sua "Politica economica" afferma: "Il requisito indispensabile per il raggiungimento di una maggiore uguaglianza economica nel mondo è l’industrializzazione. Ciò è possibile solo attraverso l’incremento dell’investimento o dell’accumulo di capitali. "Anche in Marx l’industrializzazione era ritenuta un processo storico indispensabile affinché il proletariato giungesse a maturazione della propria consapevolezza di classe sfruttata e imponesse la sua dittatura come approdo alla società senza classi. In quest’ottica per il marxismo erano ineluttabili quei processi di industrializzazione che consentivano alle contraddizioni insite nella produzione di esplicitarsi ed esplodere per via rivoluzionaria. Mises condivide, con Marx, l’idea che il processo industriale coincida con il progresso infinito e continuo e che debba essere esteso a tutti i popoli ai quali, successivamente, secondo Mises, si applicheranno "valide politiche economiche" onde raggiungere prosperità e ricchezza. Questa visione misiana affonda le proprie radici nella certezza taumaturgica di uno sviluppo economico progressivo ed incessante dimenticando che esso, viceversa, risulta essere il prodotto di una storia, di una cultura, di una tradizione specificatamente europee. Molti popoli, oggi, vivono seguendo modelli di sviluppo cosiddetti arcaici: distruggere il loro sistema economico imponendone uno a loro incompatibile significa distruggere un patrimonio etno-culturale specifico ed inimitabile. La penetrazione di McDonald’s, in questo senso, è sintomatica. Un’altra caratteristica comune alle due ideologie politico-economiche è il carattere universalistico, transnazionale ed apolide su cui convergono. Se la dottrina marxista reputa indispensabile procedere all ’ "emancipazione" di "realtà" come l’etnia, il carattere culturale specifico di un popolo, le tradizioni che lo animano, la religione che lo caratterizza, al fine di "abolire il dominio di tutte le classi insieme con le classi stesse", il liberismo segue la medesima strada utopistica. Von Mises: "In assenza della libertà di migrazione i capitalisti tendono a spostarsi verso quei Paesi in cui è disponibile molta manodopera a costo ragionevole. Questo metodo è la migrazione del capitale"…"Tuttavia le restrizioni all’immigrazione, e su questo non esiste il minimo dubbio, riducono la produttività del lavoro umano" .Mises teorizza ed invoca così la necessità del melting-pot e della società multirazziale poiché essa offrirebbe ai capitalisti maggiore scelta, in fatto di manodopera, di quanto non sia in grado di fare una società etnicamente omogenea. Anche in questo caso è soppresso il fattore umano e si esalta la produzione fordista su scala planetaria dove l’individuo si trasforma in "materiale biologico" da plasmare, utilizzare ed accantonare secondo un procedimento di inesausta produttività. E’ evidente allora il carattere apolide e sradicato di un tale modello economico laddove la complessa rete di interazioni sociali si riduce ad una sciatta dicotomia produttori-consumatori nell’illusione, crudele, di una interscambiabilità fra i due status, in realtà congelati entro un circuito totalitario perché totalizzante e "perfetto". E a nulla valgono le tesi di alcuni(pochi) anarco-capitalisti che postulano restrizioni all’immigrazione in base a supposti "diritti di proprietà". L’immigrazione va respinta perché sul piano etno-culturale vi sono profonde incompatibilità fra i vari popoli tali da ritenere difficoltosa la ricomposizione ad unità(integrazione) delle naturali ed inevitabili conflittualità interetniche. Il liberismo invece considera i vincoli etnici, antropologici, culturali e religiosi di impedimento allo sviluppo capitalistico e ne pretende il superamento a favore di una struttura sociale atomizzata ed individualistica attorno alla quale si riorganizzeranno i rapporti sociali su basi prettamente capitalistiche. Per ottenere ciò è necessario abbattere le frontiere nazionali e modellare il mondo secondo i criteri liberisti. Von Mises al riguardo è chiarissimo: "Non sono assolutamente l’inferiorità né l’ignoranza a fare la differenza: la differenza la fanno l’offerta e la qualità dei capitali disponibili. In altre parole la quantità di capitali è maggiore nei cosiddetti Paesi avanzati rispetto a quelli in via di sviluppo". "Si potrebbero redigere degli statuti internazionali, che non siano solo semplici accordi, che sottraggano gli investimenti stranieri alla giurisdizione nazionale. Questo potrebbero farlo le Nazioni Unite. Per far sì che i Paesi in via di sviluppo diventino prosperi come gli Stati Uniti manca una sola cosa: il capitale, e ovviamente la libertà di poterlo gestire in base alle regole di mercato e non a quelle imposte dai governi" .La drammatica implicazione che segue il ragionamento di Mises si è concretizzata in questi anni: la nascita del mondialismo ha sancito la morte degli Stati nazionali. Tuttavia invece di procedere ad una ridefinizione degli stessi su basi etno-culturali che facessero sorgere confederazioni di patrie identitarie, il mondialismo, grazie al capitalismo, ha edificato un superstato mondiale che regge le sorti del pianeta imponendo leggi, provvedimenti e politiche economiche. Queste ultime rappresentano, in definitiva, l’ideologizzazione del capitalismo e la sua imposizione ai vari Paesi, la trasformazione dei parlamenti nazionali in consigli di amministrazione, la morte della politica e la sua sostituzione con manager aziendali che rispondono non agli elettori ma ai consiglieri di amministrazione del governo di quel determinato Stato. Ovviamente il superstato in questione non possiede un territorio, dei confini, non è riconosciuto come tale ma esiste ed è incarnato da una sparuta e potentissima schiera di finanzieri e banchieri che ricattano, attraverso i capitali immensi che detengono, nazioni e continenti interi decidendone le sorti. Il liberismo si è così imbattuto in due aporie insolubili: la prima consiste nell’aver espropriato il diritto decisionale e di controllo dei cittadini per riporlo nelle mani di anonimi banchieri svincolati dal vaglio elettorale, dimostrando così la profonda antidemocraticità dell’ideologia capitalistica e con ciò contraddicendo l’assioma libertario secondo cui ad una sempre più vasta libertà di mercato corrisponde automaticamente un analogo ampliamento delle libertà democratiche e civili. La seconda aporia consiste nell’aver prodotto un superstato centralizzato ed avulso dal potere decisionale degli individui smentendo così la teoria anarco-capitalista che postula la soppressione dell’entità statuale attraverso la radicalizzazione delle politiche capitalistiche. Un ultimo punto congiunge liberismo e marxismo: la certezza che il dipanarsi della Storia e dei suoi eventi segua le medesime dinamiche materialistiche e quantistiche dei processi economici. Von Mises:" L’affermazione dell’economia come un nuovo ramo della conoscenza è stato uno degli eventi più portentosi della storia dell’umanità. Nel preparare il terreno per l’impresa capitalistica privata, essa ha trasformato in poche generazioni tutte le faccende umane in maniera più radicale di quanto non sia stato fatto nei precedenti duemila anni". Ne scaturisce quindi una concezione messianica e perfettistica dell’agire umano che trova il suo corrispondente nella pretesa scientificità del pensiero marxista, nell’infallibilità della sua dottrina perché unica disvelatrice dei reconditi meccanismi storici. Alla luce di tutto ciò è pertanto impossibile non individuare una tendenza culturale che si va progressivamente imponendo nel ventunesimo secolo. Il liberismo si appresta, da efficace dottrina economica, a divenire un sistema politico-ideale che informa la società sottoponendola ai propri meccanismi ripercorrendo, di fatto, la strada che ha intrapreso il marxismo nel secolo precedente. Non si tratta qui di rifiutare il libero mercato in sé o di rivalutare il marxismo: si tratta di contrastare l’ideologia del libero mercato impedendo che il mondialismo divenga per il liberismo quello che il comunismo era stato per il marxismo.


    Davide Gianetti


    tratto da La Padania
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  6. #6
    Paul Atreides
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    x stonewall

    Qual è il titolo dell'opera [o delle opere] di Hoppe in cui sono contenute quelle tesi?

    Ed eventualmente, come procurarsele?

    Saluti

  7. #7
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    Generale,ti risponderò con calma.
    Comunque non era un attacco personale

  8. #8
    Paul Atreides
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    Grazie

  9. #9
    Globalization Is Freedom
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    Qual è il titolo dell'opera [o delle opere] di Hoppe in cui sono contenute quelle tesi?
    Il libro suggerito da Nanths è perfetto. Inoltre, se non hai problemi con l'inglese, sul sito di Hoppe ci sono diversi articoli in merito. In particolare, ti suggerisco The Case for Free Trade and Restricted Immigration e Natural Order, the State, and the Immigration Problem

    PS Io parlo di Hoppe perché penso che sia oggi l'esponente più rappresentativo e originale di questa corrente del pensiero libertario. Però potrei farti molti altri nomi. Lo stesso Rothbard nella sua conferenza "Nations by Consent" (riprodotta in italiano nel volume "Nazione, cos'è") affronta l'immigrazione muovendo da considerazioni analoghe, e utilizza come punto di partenza proprio "Il Campo dei Santi" di Raspail, romanzo che aveva apprezzato moltissimo.
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

 

 

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