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    stanziale
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    Question una sola domanda a Fausto Faccia...

    ..e ora cosa fai?
    ..cosa hai risvegliato?
    ..i veneti ti hanno seguito?
    -----------------------------------------------------------


    Padova
    NOSTRA REDAZIONE

    "I g'ha ciapà el putèo de Faccia...". Era la mattina del 10 maggio 1997 quando la voce iniziò a fare il giro di Agna. Che Fausto Faccia, allora trentenne, avesse simpatie leghiste lo sapevano tutti in paese. E conoscevano anche la sua passione autonomista visto che era l'autore delle scritte indipendentiste tracciate a spray su muri e lampioni della zona. Per il resto, un bravo ragazzo. Quattro fratelli, figlio di Benito, imprenditore nel settore delle macchine per l'agricoltura, titolare di un'impresa a Pontelongo. Madre casalinga, lo spritz della domenica nel bar della piazza, gli studi all'Istituto nautico di Venezia, la passione per le barche. Era lui il "comandante" dei Serenissimi protagonisti dell'assalto a San Marco.

    «Basta, g'ho finìo anca de triboar». ha detto ieri Fausto Faccia, nel suo primo giorno di libertà. Condannato a tre anni e mezzo di reclusione per l'assalto al campanile, un anno e quattro mesi patteggiati per le interferenze nei telegiornali di RaiUno, ha conosciuto il carcere prima di essere affidato in prova al servizio sociale. È stato il sindaco di Agna ad accoglierlo concordando il suo impiego in attività finalizzate alla protezione dell'ambiente. Il periodo di affidamento è durato sino a ieri. Ora è libero cittadino. «Adesso posso muovermi liberamente, non devo rendere conto a nessuno». Per la verità rimane un conto in sospeso con lo Stato: 5.200 euro, dieci milioni delle vecchie lire, che Fausto Faccia e gli altri componenti del commando devono pagare in solido a titolo di spese di giustizia.

    Ma fu vera rivoluzione? Cosa rimane di quella notte arrampicati sul "paron de casa", come lo chiamano i veneziani? Fausto Faccia non ha mai rinnegato quell'esperienza. «Fu un fatto straordinario, di una cosa nuova che nessuno di noi aveva provato prima di allora». L'emozione dello "sbarco", la promessa di restare lassù "il più a lungo possibile". Eppure sapevano tutti, lui compreso, il comandante, che l'operazione si sarebbe dovuta concludere con una resa. E avevano anche previsto le strumentalizzazionidel gesto: «Eravamo coscienti che prima tutti ci avrebbero sparato addosso e poi, quando la marea si sarebbe ritirata, tutti sarebbero venuti a tirarci per la giacca per guadagnare posizione politica». Ma pochi hanno capito i Serenissimi, di questo si doleva quattro anni fa Fausto Faccia, appena lasciato il carcere, e di questo forse si duole ancora oggi. «Gli altri sono venuti dopo, ma nessuno li ha chiamati... In tanti sono venuti avanti e indietro in prigione facendo finta di essere solidali, in realtà molti sono venuti solo per interesse». Cosa significano queste parole? Di Bossi non ne vuole sentire parlare. Ha dichiarato: «Di lui non penso niente, non sono leghista. Bossi non mi interessa». Una cosa che lo ha sempre infastidito è sentirsi chiamare "padano". «Per me la Padania è una cosa da prendere, gettare dove dico io, tirare l'acqua e via. Siamo veneti». Insomma niente camicie verdi, niente fantocci con bandiere e ampolle. «Abbiamo ben altro cui guardare, una storia piena di gloria e di grandi uomini». Come Paolo Sarpi, che sostenne la Repubblica persino davanti al Papa. Ma a suo figlio cosa racconterà? Ecco cos'ha dichiarato il "comandante" nel primo anniversario dell'assalto: «Che l'ho fatto per il riscatto del Veneto, per riportare in auge i valori ed il patrimonio storico della Serenissima».

    Che fine hanno fatto oggi quei "valori" che spinsero l'"armata" a scalare il campanile di San Marco?

    Alla vigilia dell'affidamento in prova al servizio sociale Fausto Faccia ha duramente criticato chi si "appropriava" del nome dei Serenissimi. «Noi abbiamo dei vincoli e li rispettiamo. Non facciamo più nulla, le nostre idee ce le teniamo per noi».

    Per quelle idee stanno ancora pagando il fratello Luigi, presidente del Veneto Serenissimo Governo, e Giuseppe Segato, l'ambasciatore-ideologo.

  2. #2
    stanziale
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    Predefinito Vicenza - concerie della valle del Chiampo

    Capita così che alle 10 di mattina Flaviano Dusi, socio della Fratelli Finetti, sia l'unico veneto presente nella principale conceria del paese, due stabilimenti con 100 dipendenti, di cui 35 extracomunitari, in maggioranza ghanesi e marocchini. «Ottimi lavoratori, se non fosse che spesso devono assentarsi per andare in questura a farsi rilasciare qualche carta o stanno a casa senza avvertire quando buscano il raffreddore» distingue Dusi. «Comunque li preferisco agli italiani. In questo momento mi servirebbe un autista con la patente C. Pazienza se non conosce le strade, tanto deve solo andare avanti e indietro da Arzignano. L'importante è che obbedisca, senza fare storie. Pensi che i musulmani, anche quelli che rispettano il Ramadan, non si fermano neppure per pregare».
    «Prego a casa, alla fine del turno» conferma Assane Seye, avvolto nel variopinto anango che gli scende fino ai piedi. Ex vu' cumprà arrivato dal Senegal, due anni fa ha reputato più conveniente smerigliare pelli alla Fratelli Finetti: «Guadagno mille euro al mese, abito con mio cugino, la gente del posto ci tratta bene».
    «Agli indiani riservo i lavori che gli italiani non vogliono più fare, quelli faticosi o ripetitivi, come il taglio delle mattonelle» ammicca Luciano Stefani, proprietario di una segheria di marmi. «Mi è appena andato via un ghanese che è rimasto qui 12 anni. Un'eccezione, perché di solito scappano dopo 12 mesi. Ma non c'è problema: quattro volte al giorno se ne presentano altri a chiedermi un posto». Nella scelta, Stefani si regola in base a un metodo infallibile e vagamente lombrosiano: «Basta osservare come camminano. Se tengono le braccia penzoloni e ciondolano la testa, girare al largo! Fannulloni garantiti al 100 per cento».

 

 

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