Il galateo del perfetto new global
Una ragazza manifesta contro la guerra a Firenze
Mangia datteri iracheni - importati illegalmente in Italia - non calza le Nike e non va da MCDOnald. Appende stracci contro la guerra, non sfascia vetrine e cambia banca, quando scopre che la sua finanzia il traffico d'armi
Da quando si alza la mattina a quando va a letto la sera, il perfetto new global (la versione riveduta e corretta del no global) si pone molti interrogativi: la fragola che sto per addentare non sarà per caso un pesce geneticamente manipolato? La colla usata per incollare le mie scarpe non avrà per caso avvelenato i polmoni di chi le ha prodotte? Il mio conto in banca non sarà forse stato investito in un traffico d'armi? C'è da restare senza fiato di fronte alle infinite complicità con le multinazionali e con le politiche delle banche nascoste in particolari apparentemente trascurabili della vita quotidiana. Ma il vero new global, contrario al neoliberismo, alla violenza, alla guerra, allo sfruttamento dei lavoratori, deve cercare di essere fedele al ritratto pacifico e consapevole che di lui fanno gli organizzatori del Forum sociale europeo.
Il perfetto new global, che chiameremo Giuseppe, perché è un nome locale senza brand extension, ha 25 anni e non di più perché più s'invecchia più si diventa inevitabilmente collusi con le multinazionali.
Non mangia mai il Kit Kat perché, come sanno anche i muri, il Kit Kat è prodotto dalla Nestlé, che insiste nel vendere latte in polvere in paesi dove l'acqua infetta causa gravi malattie ai bambini. Crede nel boicottaggio di certi prodotti, sa quali sono le aziende buone e quelle cattive, perché consulta la Nuova guida al consumo critico a cura di Francesco Gesualdi.
Se, non riuscendo a trattenersi, beve la Coca-Cola, o mangia un king burger, Giuseppe è comunque consapevole delle colpe delle multinazionali che sta arricchendo con i suoi soldi. Il suo è sempre un consumo critico. Quando regala, per esempio, tè verde, sceglie quello non imballato, perché sa quale tremendo effetto abbia il packaging sull'ambiente. Compra prodotti che arrivano da molto vicino, per il cui trasporto non si sono dovuti fare troppi chilometri inquinando la natura con la benzina.
Lui stesso non ha la patente e, comunque, nel caso ce l'abbia, ha l'accortezza di riempire la macchina di parenti e conoscenti, per ridurre l'uso indiscriminato e letale delle auto. Quando sceglie cose che arrivano da molto lontano, acquista nelle botteghe ecosolidali che saltano l'intermediario e fanno arrivare i soldi direttamente ai contadini del Nicaragua. Quando si veste, porta il di sopra della tuta Adidas, quello rosso con le tre bande bianche che va tanto di moda adesso, perché nei confronti dell'Adidas non sono stati accertati comportamenti scorretti.
Quando si lava i denti, non lascia scorrere l'acqua dal rubinetto, perché nel mondo un miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile. Non si fa di antibiotici alla prima linea di febbre, non gli importa se la banana che sta mangiando è corta, lunga, sottile o massiccia, conta solo che sia stata prodotta senza usare pesticidi pericolosi per i lavoratori che l'hanno coltivata. Non compra cd o dvd, preferisce l'ascolto e la visione «no copyright», cioè masterizza musica e film e li distribuisce agli amici.
Appena apprende che la sua banca esporta armi in paesi dove non c'è rispetto dei diritti umani, non va a sfasciare vetrine, ma cambia istituto di credito. Contrario alla guerra per il petrolio e solidale con i poveri del mondo, a Natale Giuseppe attuerà la sua disobbedienza civile: mangerà datteri iracheni, importati illegalmente in Italia, per ribadire il no all'embargo che «ha provocato un milione e mezzo di morti». Appende uno straccio bianco al balcone (uno straccio per non incentivare i consumi comprando una vera bandiera) finché non sarà definitivamente scongiurata la minaccia di una guerra all'Iraq.
E nel caso abbia figli, cerca in ogni modo di non farli giocare nelle gabbie della Nike, donate alle scuole da una multinazionale che fa lavorare i bambini del Terzo mondo. Solo così facendo, Giuseppe sarà fedele alla sua causa, dopotutto una delle «più buone» della Terra
Silvia Grilli
Una new global
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