A rischio disoccupazione 35mila, 40 mila lavoratori.
Fiat - Nazionalizzazione o svendita a GM
Caro Barone sulla questione della Fiat stiamo dicendo la nostra da diverse settimane. Ma ci torno sopra volentieri, anche alla luce degli ultimissimi avvenimenti. In queste ore sono partite le lettere di cassa integrazione a zero ore per la durata di un anno per 5.551 lavoratori e altri 2.057 subiranno la stessa sorte a partire dal giugno prossimo. Incombe la chiusura degli stabilimenti di Termini Imerese e di Arese. La ricapitalizzazione di Fiat Auto appare a tutti una partita di giro, non inganna gli operai e i sindacati e viene clamorosamente bocciata anche dalle agenzie finanziarie internazionali. Ogni giorno che passa la situazione diventa sempre più grave. Anche perché, non dimentichiamolo, per ogni operaio Fiat impiegato negli stabilimenti dell'azienda ve ne sono almeno 4 o 5 impiegati nell'indotto. Ma questi ultimi, facendo parte di piccole imprese, sono privi di cassa integrazione e di altri ammortizzatori sociali. In questo modo la cassa integrazione a zero ore per 8mila lavoratori equivale ad un salto nella disoccupazione per altri 35-40mila.Caro Bertinotti, le scrivo per avere una sua opinione in merito alla crisi della Fiat, che, come sempre, riverserà i suoi effetti negativi su chi si prodiga nel lavoro quotidiano, cioè gli operai. E' giusto che il governo intervenga per aiutare economicamente un'azienda, che è sì la più importante nel panorama industriale italiano, ma che, a causa di una pessima gestione ha avuto un tracollo? Quegli aiuti serviranno ad evitare i licenziamenti?
Marco Barone via e-mail
La dimensione del massacro sociale è enorme, come pure la distruzione del tessuto industriale e produttivo, nonché della presenza del nostro paese nei punti alti della divisione del lavoro internazionale. Se dopo l'Olivetti se ne va anche la Fiat non resta praticamente nulla di significativo, né dal punto di vista quantitativo né da quello qualitativo, dell'apparato industriale del nostro paese.
Di fronte a questa drammatica situazione ormai si fronteggiano solo due proposte, essendo ogni altra poco più di una variante delle medesime: da un lato quella di una svendita delle parti migliori della Fiat agli americani della General Motors, cui è funzionale il preventivo massacro occupazionale finanziato dallo Stato attraverso la cassa integrazione e la mobilità; dall'altro lato quella di un intervento pubblico che mantenga la Fiat entro il sistema industriale italiano, di cui la nazionalizzazione, l'istituzione di una public company, l'istaurazione di una golden share, ossia di un potere decisionale pubblico pur con una partecipazione di minoranza, sono le possibili varianti in ordine di impegno decrescente. Tra queste noi abbiamo proposto, anche con un emendamento in sede di legge finanziaria, la prima, la più secca e la più risolutiva, ma, ovviamente, siamo pronti a discutere altre varianti, purché si vada decisamente in questo senso.
Non vi è una terza soluzione: o si dà retta alla famiglia Agnelli, agli azionisti, alle banche che vogliono rientrare il più presto possibile dei loro crediti, e allora si finisce direttamente nelle braccia della General Motors, la quale ha interesse a comprare alle sue migliori condizioni, magari dopo un fallimento; oppure ci si muove in direzione opposta, ponendo un argine alla svendita tramite la proprietà pubblica e ripensando così progetti industriali e organizzazione del lavoro.
Non pensiamo affatto che la proprietà pubblica sia la soluzione miracolosa, ma è l'unica condizione dalla quale si può partire. L'altra, quella della svendita alla Gm porrebbe la questione Fiat del tutto fuori dalla nostra portata. Quella condizione deve servire a compiere due grandi operazioni. La prima è la riprogettazione dei sistemi della mobilità umana e delle merci nell'epoca contemporanea. Non proponiamo di sostituire l'automobile privata con gli autobus, ma certamente di riprogettare l'oggetto automobile, tenendo conto delle possibilità di integrazione fra mobilità urbana e extraurbana, fra mezzi di trasporto pubblici e privati, fra mezzi di trasporto individuali o di pochi e quelli collettivi. Proponiamo di intensificare la ricerca e la sperimentazione su motori, come quello all'idrogeno, di tipo ecocompatibile. Proponiamo di farci carico del problema della mobilità sull'intero pianeta, tenendo conto delle enormi differenze sociali e di reddito spendibile che esistono. Non è facile, lo so, ma non c'è altra strada se vogliamo soddisfare un bisogno umano quello alla mobilità, che va diffuso senza distruggere l'ambiente, senza provocare il suo esatto contrario, cioè l'immobilità, senza allargare il solco delle enormi differenze nelle condizioni di vita nel mondo.
Contemporaneamente, come è successo alla Volkswagen, che non a caso vanta una rilevante partecipazione pubblica nei suoi assetti proprietari, la attuale crisi può diventare l'occasione per una riduzione strutturale, cioè irreversibile, dell'orario di lavoro, almeno a 35 ore settimanali a parità di retribuzione.
Da una crisi profonda, come è quella della Fiat, che somma le condizioni in cui versa il settore auto a livello mondiale, alle specifiche e imperdonabili responsabilità della sua proprietà e del suo management, si può uscire o con una distruzione delle potenzialità economico-produttive e persino una spaventosa regressione nella cultura industriale o con un balzo in un possibile futuro nel quale proporre concretamente un profondo cambiamento dell'oggetto e dei modi della produzione e quindi anche del modello sociale e di vita.
Fausto Bertinotti
Liberazione 3 novembre 2002
http://www.liberazione.it


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