di Mauro Bottarelli
A ormai poche settimane dall’attacco contro Saddam - resta infatti da decidere solo il “quando” non più il “se” - l’Europa è corsa in Iraq per concludere gli ultimi affari con il rais e piantare radici in caso di un cambiamento di regime. Tra squilli di trombe e atmosfere solenni, si è infatti aperta a Bagdad la International Trade Fair, un incontro tra il governo iracheno e le imprese di ben 49 Paesi che malgrado l’embargo e il rischio di un attacco non rinunciano a fare affari col “nemico”. Per capire quale sia l’aria che tira attorno al Paese più chiacchierato (e ricco di petrolio) del mondo, basti dire che il numero di compagnie e Paesi presenti è a un livello che non si vedeva dal 1991, anno della prima guerra del Golfo. Anche se a livello formale le aziende e gli esponenti presenti a Bagdad non rappresentano in veste ufficiale i propri governi, basta dare un’occhiata al “registro” e confrontare le provenienze con le rispettive posizioni nei confronti di una guerra contro l’Iraq per mandare in frantumi il gioco di specchi: Cina, Francia, Germania, Iran e Arabia Saudita guidano la pattuglia seguite da Grecia, Danimarca, Austria, Turchia, Jugoslavia e Bulgaria. In gran segreto era presente anche una delegazione italiana la quale, nel miglior spirito democristiano, ha chiesto l’anonimato all’ Associated Press prima di far rilasciare a un proprio rappresentante la seguente dichiarazione: «Il commercio andrà avanti con o senza Saddam. Noi siamo qui per ampliare il nostro mercato e il mercato sarà qui anche dopo Saddam. Spero solo di tornare a casa prima dell’attacco americano». Da notare come tutte le altre rappresentanze abbiano limpidamente detto, con tanto di nomi e cognomi, di essere a Bagdad per business. Per la maggior parte di tratta di piccole o medie imprese che cullano la speranza di aprirsi un varco economico dopo la fine dell’embargo ma non mancano anche le aziende più grandi in grado di fornire materiale che il regime iracheno può acquistare in base agli accordi Onu. Ovvero, medicinali, cibo e generi di prima necessità. Capito, il nemico pubblico numero uno fa talmente tanta paura che le imprese di 49 Paesi sono approdate alla sua corte per fare affari, alla faccia di Enduring Freedom e delle presunte armi di distruzione di massa. L’economia comanda, c’è poco da fare. Tanto più che se la sacra legge del mercato porta molti europei a fare affari col “diavolo”, è la stessa regola aurea a spingere gli americani a fargli guerra il prima possibile.
Vediamo perché. La guerra deve fungere da volano per l’economia Usa ma affinché questo avvenga sono necessarie alcune condizioni. 1) Che la guerra sia di massa, con milioni di uomini al fronte e milioni di donne in fabbrica e nei campi a produrre. Insomma l’intera popolazione deve essere impegnata nello sforzo di guerra affinché essa abbia un'incidenza congrua sul Pil. 2) Che la guerra sia sufficientemente lunga ed estesa in modo da impegnare mano a mano l’intero Paese nello sforzo per sostenerla. 3) Che il Paese abbia la capacità tecnologica per sostenere una ricostruzione profonda del sistema produttivo e la popolazione sia convinta della giustezza della guerra e quindi sia disposta ai sacrifici che le vengono richiesti. 4) Che il sistema economico abbia raggiunto il fondo o lo raggiunga per effetto della guerra, in modo da consentire all’apparato produttivo di riconvertirsi pressoché interamente alle necessità della guerra. 5) Che lo Stato abbia la possibilità di indebitarsi e quindi, se è gravato da precedenti debiti, che questi possano venire cancellati in qualsiasi modo. Paradossalmente, per il processo di ripresa economica, non ha molta importanza che la guerra sia vinta alla grande o “pareggiata” come accaduto in Afghanistan contro i talebani. La guerra del Vietnam, che rispose solo in parte alle condizioni sopracitate, fu però sufficiente a generare una certa ripresa economica negli Stati Uniti. La crisi verticale della borsa durante il 2001, e segnatamente del Nasdaq, ricorda molto quella dell’autunno del 1929, che fu poi seguito da tre anni di depressione e di continue discese dell’indice fino a che il Dow Jones di allora arrivò a quotare nell’autunno del 1932 un decimo del massimo raggiunto nel 1929. Non siamo a questo livello di caduta, ma i 1300 punti attuali sono circa un quarto del livello raggiunto dal Nasdaq nel marzo 2000, e la discesa non sembra essere finita qui. D’altra parte, il problema, ora come allora, è che i soldi non ci sono. Si tratterebbe di indebitarsi contando su una ripresa del mercato, ma la cosa è troppo rischiosa e, peraltro, le imprese e le famiglie sono troppo indebitate per poter sopportare ulteriori quote di indebitamento.
Paradossalmente sono occorsi circa trent’anni affinché le operazioni di pura speculazione finanziaria aumentassero di volume in misura tale da superare le operazioni legate a contratti reali, e pochissimi anni perché le attività di speculazione arrivassero a coprire pressoché la totalità delle operazioni finanziarie. Adesso il lago della virtual economy (il cui bacino è stato riempito dalle promesse truffaldine della new economy clintoniana) è pieno e non c’è più spazio per un’ulteriore espansione speculativa. Siamo alla fine del bluff. Come uscire dal tunnel, quindi?
Niente di meglio che una bella guerra, che riattivi l’economia almeno del settore militare dando un segnale positivo e cercando di sfruttare congiunture sfavorevoli all’estero: la Boeing ha già ricevuto l’ordine dal Pentagono di raddoppiare la produzione delle bombe “intelligenti” Jdam, passando da 700 al mese a 1500 al mese; negli ultimi mesi la Raytheon ha triplicato la produzione delle bombe aria-terra Paveway e dei missili Tomahawk; alla Raytheon e presso altre industrie belliche californiane è stato raccomandato ai dipendenti di non prendere ferie per i prossimi 3-4 mesi; le azioni delle maggiori industrie belliche statunitensi sono in forte e costante rialzo: nell'ultimo anno Raytheon + 30%, Northrop + 55%, TRW + 75%. L’America reagisce così ai venti di guerra. In caso di conflitto noi europei (ma soprattutto l’Italia), invece, con l’euro sempre più forte, saremo tra i primi a pagarne le conseguenze. Se dovessero calare le esportazioni per via della forza della valuta europea - e contrarsi ancora la principale industria italiana, il turismo - ci si potrebbe trovare in una situazione “argentina”, costretti nella camicia di forza dell’euro e impossibilitati a creare moneta in altro modo. Il vecchio sistema della svalutazione non è più percorribile, poiché la moneta è saldamente nelle mani della Bce, vale a dire degli interessi tedeschi, in primo luogo, e francesi in seconda battuta. Guarda caso, proprio chi si oppone di più alla guerra...




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