Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Armistizio storiografico? - un articolo di Pierluigi Battista

    da www.lastampa.it

    " (Del 13/11/2002 Sezione: Cultura Pag. 22)



    ASPETTANDO L´ARMISTIZIO


    VERRÀ siglato a Roma l´armistizio? Verrà decretata una tregua nella guerra storiografica che da anni ormai agita le acque delle polemiche culturali e politiche italiane? O addiritura il primo Salone del libro storico di Roma sancirà una pace finalmente ritrovata dopo un periodo di veementi schermaglie e aspri duelli che ha fatto della storia uno dei campi più incandescenti dello scontro politico, la manifestazione più clamorosa di quella «guerra civile culturale» che in Italia alimenta incessantemente, nella sfera politica come in quella intellettuale, l´urto frontale tra schieramenti contrapposti?
    La discussione, verte, in Italia, sull´«uso pubblico della storia». Da una parte portati sul banco degli imputati i «revisionisti», accusati di voler mettere programmaticamente sottosopra i pilastri della tradizione ricevuta, e che userebbero la storia per scardinare il «patriottismo della Costituzione» nato dalla Resistenza. Dall´altra vengono presi a bersaglio i custodi di una storia «sacra», i sacerdoti di quella che De Felice definiva «vulgata storiografica», accusata a sua volta di usare la storia per legittimare mitologicamente il «paradigma antifascista» . Si scontrano interpretazioni diverse, differenti modi di utilizzare le fonti archivistiche e di selezionare un immenso patrimonio documentario. Ma, al fondo, nell´asprezza della disputa storiografica ribolle il reciproco sospetto che la storia venga usata a fini politici. Recentemente sono arrivati segni di disgelo. Bruno Bongiovanni e Paolo Mieli hanno proposto di accantonare il termine «revisionista», troppo inflazionato e troppo intimidatorio per potere davvero definire una tendenza dalle caratteristiche precise e circostanziate . Nelle pagine del Dizionario einaudiano sul fascismo, curato da Sergio Luzzatto e Victoria De Grazia, appaiono firme di studiosi che appartengono a diverse scuole storiografiche e si caratterizzano per una differente collocazione politico-culturale. Aleggia ancora un clima di scomunica e delegittimazione imperniata sulle regole lugubri del «processo alle intenzioni». Ma forse la virulenza delle polemiche del passato non appare al suo acme come è accaduto fino a pochissimo tempo fa. A Roma il Salone del libro storico metterà a confronto le collane editoriali, costringerà gli storici a confrontarsi con le tesi altrui. Non sarà pace, e forse nemmeno un armistizio e non è detto che, in una cultura che non demonizza il conflitto e la contrapposizione delle idee, questo sia necessariamente un male. Ma almeno si avrà un menu completo da giudicare. E da soppesare con la forza degli argomenti e non degli improperi .
    Pierluigi Battista
    "

    Saluti liberali

  2. #2
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    un commento da storico. La storiografia, in quanto scienza sociale, non dovrebbe piegarsi ad altre esigenze fuorchè quella comune a tutte le scienze di far progredire il sapere umano (in questo caso sul passato, o meglio sulla traiettoria umana nel tempo).
    Gli "storici" che invece fanno della loro professione una leva per ottenere fini politici, deviano e tradiscono l'etica professionale. Sono, in poche parole, dei cattivi storici.
    Quindi queste beghe tra storici "militanti" sono assurde e ridicole. Le dispute storiografiche devono vertere esclusivamente su problemi storiografici, non su affiliazioni ideologiche. La "guerra" tra revisionisti ed ortodossi non appartiene dunque alla storiografia, ma alla politica. Lo storico serio deve respingere queste affiliazioni, che sono estranee alla sua professione.

    Per esperienza propria posso dire che, a livello internazionale, l'eco della disputa "revisionisti versus ortodossi" è quasi inavvertibile. Chi si occupa di storia italiana a livello mondiale si mantiene generalmente al margine di quella che appare -da fuori- una modesta guerriglia interna di alcuni storici italiani, irrilevante per la storiografia e indice sicuro (purtroppo) di provincialismo scientifico.

    saluti

  3. #3
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    Originally posted by Felix
    Gli "storici" che invece fanno della loro professione una leva per ottenere fini politici, deviano e tradiscono l'etica professionale. Sono, in poche parole, dei cattivi storici.
    saluti
    Sono d'accordo con te, Felix, è tu ne sei un esempio.

  4. #4
    SENATORE di POL
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    Se si pensa alle controversie suscitate nella storiografia europea e mondiale da storici come Nolte, Furet....o gli stessi autori del "Libro Nero del Comunismo", per limitarci a pochi esempi eclatanti, ci si accorgerà senz'altro che "il provincialismo"....è proprio internazionale, almeno quando si parla di storia contemporanea, di storia politica e delle ideologie.

    Shalom!

  5. #5
    SENATORE di POL
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    dalla rete:

    " Sabato 20 luglio 2002

    Revisionismo e antirevisionismo
    di Francesco Perfetti


    --------------------------------------------------------------------------------

    Questo articolo è la sintesi dell’intervento svolto dal Professor Francesco Perfetti al convegno “L’uso politico della storia” promosso da “L’opinione” che si è tenuto lo scorso anno a Roma. La relazione sarà inserita in un volume di prossima pubblicazione che conterrà tutti gli atti del convegno.

    Il termine revisionismo ricorre ormai quotidianamente sulla stampa periodica e nella pubblicistica storica, parastorica o pseudostorica e la discussione sul cosiddetto “revisionismo storiografico” si attecchisce, sempre di più, di interventi che hanno nulla, o ben poco, di scientifico e, invece, molto, se non tutto, di politico. Se, anzi, si volesse rintracciare, un esempio paradigmatico di “uso politico della storia”, esso andrebbe proprio cercato e verificato nel dibattito sul revisionismo storiografico e nella utilizzazione acritica del termine revisionismo, una utilizzazione che, ormai, dilaga, senza possibile controllo, tanto sui mezzi di comunicazione di massa quanto nel linguaggio della politica. Le parole, tutte le parole, hanno una forza intrinseca legata al loro contenuto semantico. Quando questo contenuto fuoriesce da limiti ben precisati, allora le parole perdono di significato - perché acquisiscono troppi significati - e di “scientificità”: diventano contenitori vuoti da riempire con i contenuti più svariati ovvero strumenti da utilizzare per la battaglia ideologica.

    E' quanto è accaduto, per esempio, alla parola “fascismo”, la quale da termine identificativo di un preciso fenomeno storico tipico di un preciso momento storico e di una precisa e assai ben identificata area geografica ha finito per assumere, di volta in volta, l’accezione di una categoria morale o moralistica (per esempio: fascismo uguale male assoluto; fascismo uguale incultura; fascismo uguale violenza e così via) ovvero quella di un tipo di regime politico del quale si definiscono aprioristicamente le caratteristiche o alcune caratteristiche in modo così rigido e immodificabile da consentire l'accostamento o l'assimilazione, addirittura, di tipi di regimi che, a una attenta verifica storica, risultano profondamente diversi fra loro, sia sotto il profilo della ispirazione ideologica sia sotto il profilo delle realizzazioni concrete e delle modalità e tecniche di gestione del potere politico.

    Il termine “revisionismo” (quanto è accaduto, ancora, con il termine “revisionismo”), è la storia della cui fortuna o sfortuna interessa più ambiti. Il termine, come è ben noto, ha avuto origini politiche. A prescindere da una sua lontana utilizzazione per indicare le posizioni e le idee dell’antiritualismo liturgico anglicano e protestante nella Gran Bretagna dell'età vittoriana, in particolare medio vittoriana, ovvero le aspirazioni largamente diffuse nei primi decenni della Francia della Repubblica a rivedere la carta costituzionale del 1875 in chiave plebiscitaria, esso cominciò a conoscere una fortuna per così dire “transnazionale” quando, un secolo fa o poco più, fu usato da Eduard Bernstein nel suo libro presupposti del socialismo e i compiti della social-democrazia (1899) per sostenere la necessità di rivedere le tesi di Marx, messe in crisi dal mancato verificarsi delle condizioni che avrebbero dovuto portare a un previsto e catastrofico crollo del capitalismo e per affermare l'opportunità di una politica gradualistica e riformistica capace di migliorare le condizioni di vita e la situazione sociale dei lavoratori.

    Com'è comprensibile, in una tale accezione, resa popolare dal dibattito che vi si sviluppò intorno nell'Europa tutta e al quale l'Italia partecipò con protagonisti di primo piano, tanto politici quanto intellettuali, dai sindacalisti rivoluzionari a Antonio Labriola, da Benedetto Croce a Giovanni Gentile il termine venne subito contestato, censurato, condannato senza possibile appello dai custodi della ortodossia marxista. I revisionisti vennero assimilati a veri e propri eretici e la stessa parola “revisionismo” entrò a far parte del lessico marxista come se fosse una ingiuria infamante. Dopo la rivoluzione russa, la vittoria dei bolscevichi sui menscevichi e la costruzione del "paradiso terrestre" comunista, il termine "revisionismo" fu utilizzato per liquidare quanti mettevano in dubbio il primato ideologico di Lenin e dei suoi seguaci. Durante gli anni del terrore, nel periodo staliniano, l'accusa di revisionismo non fu più solo infamante, né divenne lo strumento che trasformava l’avversario politico in “nemico oggettivo”, in criminale pericoloso e irrecuperabile da eliminare per il bene e il futuro della società comunista, secondo la logica e la fenomenologia, studiate da Domenico Fisichella, tipiche di un regime totalitario.

    Il “revisionismo”, insomma, diventò una brutta, bruttissima parola, carica di valenze negative. E lo divenne per colpa o per merito, comunque a causa, dei marxisti più ortodossi e irriducibili. Renzo De Felice ha sintetizzato efficacemente tutto questo processo ricordando come all'origine dell'uso negativo del termine “revisionismo”) ci fosse stato proprio il comunismo. Ha affermate in proposito in un faccia a faccia con Norberto Bobbio: “Sono le polemiche fra le varie correnti del pensiero marxista che l'hanno fatto diventare un'offesa mortale. Chiunque metteva in discussione la linea vincente del partito, chiunque pretendeva di discutere i fondamenti della teoria marxista diventava automaticamente un pericolo politico. Per questo revisionismo è diventato un termine spregiativo. Chi non ricorda il revisionista Bernstein o il rinnegato Kautsky?

    Il momento cruciale fu costituito dalla vittoria dei bolscevichi sui menscevichi, che portò con sé la critica a tutti i socialismi che non riconoscevano la supremazia ideologica del partito di Lenin. Con Stalin il revisionismo diventa addirittura un crimine contro lo stato guida, il comunismo in un paese solo, l'internazionalismo proletario". Il richiamo a questi precedenti, relativi alla genesi e alla prima utilizzazione del termine revisionismo, è importante per far comprendere perché la qualifica di storico revisionista sia divenuta di fatto un insulto e sia stata caricata di una valenza negativa tanto forte da portare alla emarginazione dalla comunità storiografica di chi, a torto o a ragione, tale qualifica si ritrova sulla pelle. Il cosiddetto storico revisionista sarebbe colui che, obbedendo a una ideologia, imposterebbe tutto il proprio lavoro di ricerca sulla intenzione - dichiarata o, spesso, non dichiarata - di voler riscrivere la storia stravolgendo o capovolgendo i risultati già acquisiti, tanto sotto il profilo dell'accertamento dei fatti quanto sotto il profilo della interpretazione degli stessi.

    Va subito precisato che questo tipo di discorso, peraltro, è di per sé ideologico, in quanto promana dalla volontà di preservare la purezza di una vulgata storiografica, cioè di una interpretazione canonica o ufficiale dei fatti storici. Il prevalere in Italia, nell'Italia repubblicana, di una cultura marxista supportata dalla supponenza di una cultura radical-azionista che si caratterizza per la intolleranza e per la chiusura totale nei confronti di qualsiasi discorso che possa porre in discussione le certezze ritenute acquisite ha fatto sì che, proprio sul terreno storiografico, il termine revisionismo sia stato (e sia tuttora) brandito come un'arma polemica, quasi al limite dell'insulto, nei confronti di chi non condivide la vulgata storiografica.

    Il caso De Felice

    Quanto accadde in Italia, a partire dalla seconda metà degli anni sessanta, cioè da quando uno storico, già allievo di Delio Cantimori e allora relativamente giovane, Renzo De Felice, iniziò a pubblicare i volumi della sua ponderosa biografia dedicata a Mussolini, è assai indicativo. La figura dello studioso fu demonizzata fino al limite del linciaggio morale e della richiesta di un suo allontanamento dalla cattedra; e poco importa che oggi gran parte delle sue tesi - a cominciare dalla famosa distinzione tra fascismo regime e fascismo movimento e dalla individuazione del ruolo dei ceti medi emergenti per finire con il riconoscimento della esistenza di un consenso diffuso e con la precisazione delle differenze tra il fascismo e il nazionalsocialismo siano, ormai, divenute patrimonio acquisito della più avvertita storiografia internazionale, e non solo italiana; e poco importa, ancora, che alcuni di coloro che, all'epoca, furono tra gli “aggressori” negano l'aggressione e richiamano l'attenzione sulla pericolosità delle tesi dello studioso che avrebbero avuto una implicita valenza politica portando alla riabilitazione e rivalutazione del fascismo, nonché allo “sdoganamento” culturale e politico dell'estrema destra e alla sua legittimazione. Che è, come ben si vede, un discorso di natura squisitamente politica.

    Quel che conta è il fatto che, poco alla volta, De Felice finì per essere arruolato di autorità nelle schiere revisioniste, senza neppure tenere presente il fatto che egli, fino alla scomparsa, rifiutò di definirsi o autodefinirsi “revisionista”. Più volte, anzi, fece notare come la sua storiografia non si muovesse affatto alla ricerca di “assurdi revisionismi”. Egli sosteneva, al più, che “qualsiasi storico è un revisionista”, come lo fu, per esempio un Tito Livio rispetto a un Polibio, ma solo nella misura in cui “lo storico comincia il suo lavoro dal punto in cui sono arrivati i suoi predecessori, per completare e modificare, aggiungere e cambiare, chiarire e approfondire".

    De Felice riconosceva l'esistenza di un revisionismo tedesco - che comprendeva studiosi come Ernst Nolte o Andreas Hillgruber -, un revisionismo inteso come un "complesso di reinterpretazioni della storia ideologica del Novecento”, ma negava che esistesse un revisionismo italiano relativo allo stesso periodo: “La ricostruzione del fascismo non ha niente di revisionistico: per lungo tempo ci si è basati su un numero limitato di fonti e di testimonianze. Man mano che si è andati avanti sono venuti alla luce fatti nuovi e nuove analisi si sono aggiunte a quelle precedenti. Si è trattato di riempire buchi nello studio dei fatti. Il fascismo fino a un certo punto è stato studiato attraverso gli articoli di giornale, qualche testimonianza orale, i ricordi personali. A un certo punto pertanto si è sentita la necessità di andare più a fondo, di entrare dentro la realtà del fascismo, che fino ad allora veniva presentato come una monade compatta. Così si è capito che al contrario essa fu fatta di tante cose: uomini, gruppi di interesse, situazioni storiche in evoluzione, idee e utopie. Solo sulla base di questi dati reali oggi si può cominciare a giudicarlo e criticarlo”.

    Ciò non di meno, nel linguaggio comune, nella bassa polemica storiografica e nella brutale e semplicistica volgarizzazione dei mass-media, alle opere di De Felice venne accostato dai suoi critici l'aggettivo “revisionista” e questo aggettivo, come ha notato bene Sergio Romano, “conteneva una nota di biasimo, era pronunciato a bocca storta suggeriva implicitamente ai lettori la stessa cautela che i preti raccomandano ai loro allievi nel momento in cui debbono autorizzare la lettura di un libro interdetto”. La utilizzazione, in una chiave demonizzante, dell'aggettivo “revisionista” per l'opera di De Felice è un esempio di “uso politico della storia”, che si rivelava e si rivela tanto più efficace quanto più all'orizzonte si sviluppava una confusione delle lingue dovuta all'apparire sulla scena pubblicistica di opere del tutto prive di dignità scientifica e di consistenza storiografica, quelle dei cosiddetti negazionisti - i quali si auto qualificavano e si auto qualificano revisionisti - nonché di studiosi, in particolare francesi e tedeschi, che, invece, a pieno titolo, potevano e possono essere qualificati revisionisti, nel senso migliore e non nella accezione negativa del termine, nella misura in cui si confrontavano e si confrontano con interpretazioni storiografiche precedenti proponendone una verifica a seguito della scoperta di nuove fonti ovvero di nuovi paradigmi culturali .

    Era, dunque, una polemica pretestuosa e mistificatoria che non è andata placandosi con il tempo, ma che, anzi, si è estesa a tutti coloro che si richiamano legittimamente al metodo storiografico defeliciano. La polemica antirevisionista, quale si sviluppa oggi in Italia, è il frutto di una mentalità totalitaria, è l'esito di un modo di pensare che comporta il “divieto di porre e porsi domande”, è il punto di arrivo di una concezione che considera il virtuismo (tutto il bene da una parte, tutto il male da un'altra parte) come l'unico criterio di corretta valutazione degli eventi. Così come, in politica, l'accusa di revisionismo serviva ai custodi della ortodossia marxista e ai loro reggi coda per espungere dal corpo sociale i devianti e gli eretici, essa serve, sul terreno storiografico, a interdire oggi non soltanto la possibilità di porre in discussione le certezze raggiunte e ritenute politicamente corrette ma anche la liceità di produrre materiali documentari nuovi che potrebbero provocare una lettura diversa da quella canonica o ufficiale.

    Proprio per il suo intrinseco carattere ideologico, la polemica antirevisionista, non è in grado di sceverare il loglio dal grano e tende a confondere le acque, a far sì che cali, ovunque, una notte nella quale tutte le vacche appaiono nere. E' una polemica che si propone artatamente di fare confusione mettendo sullo stesso piano pseudo studiosi e studiosi di grande valore, accomunati tutti dall'accusa di essere revisionisti. E si tratta di una accusa, come ha osservato Paolo Mieli, che equivale, al solo sentirla pronunciare, alla trasformazione di un gioco regolare in una mischia: “Allorché qualcuno accusa qualcun altro di revisionismo, per un'assai vasta comunità è come se fosse comparso il segnale che è venuto il momento in cui si mette da parte il confronto delle idee e si sale sul ring”.


    Cosi, si ritrovano insieme, in una assurda comunità ideale costruita dai guru della sinistra culturale italiana - o quanto meno da una parte cospicua di tale sinistra, quella marxista e radical-azionista, improvvisamente dimentica che il “revisionismo” del processo risorgimentale, per esempio, nasce proprio dalle loro parti con le lamentazioni di un Gramsci e di un Gobetti -, si ritrovano insieme, per riferirsi a un periodo storico più recente, i cosiddetti negazionisti - ovvero coloro che sulla scia di Robert Faurisson hanno sostenuto l'irrilevanza dell'Olocausto o sono giunti persino, contro l'evidenza delle prove e contro ogni logica , a mettere in dubbio l'esistenza dei campi di sterminio nazisti - e studiosi come [ Ernst Nolte, François Furet, Andreas Hillgruber, Zeev Sternhell, Renzo De Felice, che hanno fatto fare alla storiografia, ognuno a suo modo e nel suo campo di specifica ricerca, veri e propri salti di qualità .

    Eppure anche a questi ultimi studiosi citati - studiosi veri -non può essere attribuita in maniera acritica la qualifica di revisionista e, a maggior ragione, non può essere individuato un concetto generale di “revisionismo” che si risolverebbe, di fatto, in una operazione politica volta a demolire, come si vuol sottilmente e subliminalmente far intendere, i valori etici dell'antifascismo e della resistenza. La polemica antirevisionistica è, in sostanza, una polemica contro la ricerca storica e, soprattutto, contro la libertà dello storico, che non deve essere affatto, per usare la pregnante espressione del grande Marc Bloch, "una specie di giudice degli Inferi, incaricato di distribuire elogi o condanne agli eroi morti", quanto, piuttosto, un indagatore appassionato il quale - rifuggendo dal travisamento ideologico che tende a sostituire i fatti con le interpretazioni e da ogni forma di moralismo - sia in grado di aggiungere elementi importanti alla conoscenza dei fatti e a quella delle dinamiche che tali fatti hanno provocato.

    L'unica strada percorribile per ricondurre la ricerca storica nel suo alveo naturale è quella di abbandonare la politicizzazione della storia, che tanti guasti ha fatto e continuerà a fare; di separare il momento dell'indagine storiografica da quello dell'interpretazione moralistica; di evitare una pretestuosa e menzognera lettura del passato in funzione del presente; di garantire allo storico libertà dai condizionamenti ideologici e dalle mistificazioni interessate della storia "canonica" o "ufficiale" che ha diritto di cittadinanza solo nei regimi di tipo totalitario. Un passo in questa direzione potrebbe essere, a ben vedere, quello di espungere lo stesso termine "revisionismo" dal lessico storiografico e riaffermare, al tempo stesso, l'antico (e, purtroppo, dimenticato) ideale rankiano della storia intesa quale racconto delle cose "come propriamente sono state".

    Un grande studioso italiano, nemico della prevaricazione della politica sulla storia, Rosario Romeo, osservò che questa formula tanto invisa agli intellettuali à la page rappresentava un "ideale irrinunciabile per qualunque lavoro storiografico serio" e aggiunse che l'abbandono di quell'ideale equivaleva "alla rinuncia all'autonomia del giudizio critico e alla sua indipendenza di fronte all'urgere delle esigenze pratiche e politiche del presente". La sua conclusione è più che mai condivisibile in questo momento storico: " la difesa di quella autonomia e di quella indipendenza minaccia di diventare oggi un compito nuovamente attuale per la storiografia, insidiata non più dai mezzi brutali della persecuzione poliziesca, ma dalle suggestioni artificiosamente alimentate dalle moderne comunicazioni di massa". La polemica antirevisionistica, con tutto il furore ideologico che la sottende e il livore che la alimenta, è proprio una di quelle "suggestioni" denunciate da Romeo, alle quali si può assai ben replicare ignorandola del tutto e continuando a lavorare in assoluta e piena libertà al fine, per usare le parole di Renzo De Felice “di emancipare la storia dall'ideologia, di scindere le ragioni della verità storica dalle esigenze della ragion politica ” e, così, realizzare il sogno di una “storia normale”.

    Francesco Perfetti
    "


    E pensare che qui c'è chi attacca De Felice accusandolo di essere un marxista-leninista.....o poco meno, per difendere una critica "storiografica" militante di marca schiettamente neo-fascista.

    Cordiali saluti

  6. #6
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    Originally posted by Pieffebi
    Se si pensa alle controversie suscitate nella storiografia europea e mondiale da storici come Nolte, Furet....o gli stessi autori del "Libro Nero del Comunismo", per limitarci a pochi esempi eclatanti, ci si accorgerà senz'altro che "il provincialismo"....è proprio internazionale, almeno quando si parla di storia contemporanea, di storia politica e delle ideologie.

    Shalom!

    è vero purtroppo. In diversi paesi esiste un tipo particolare di provincialismo scientifico. Gli USA, per esempio, hanno la loro versione delle dispute "revisionisti versus ortodossi" (cioè tra quegli storici che fanno ricerca seria in modo spregiudicato, e quelli che difendono la storia di Stato, o i paradigmi ortodossi). * Nel paese dove abito (in America Latina) è stata viva una controversia analoga a partire dalla fine degli anni sessanta. Esisteva da un lato la storiografia "di Stato", legittimatrice dell'ordine politico esistente, e dall'altro le correnti innovative, che premevano per una "revisione" a fondo dei paradigmi storiografici in nome del progresso della conoscenza scientifica e della libertà di ricerca; in questo caso, i marxisti stavano dalla parte dei "revisionisti", assieme ad altre correnti marcate politicamente (cattolici) e ad un gran numero di storici giustamente a-ideologici.
    __________
    *per fare un solo esempio concreto. Ci sono gli ortodossi che difendono l'operato degli USA nella IIGM, giustificando persino i massacri atomici di Hiroshima e Nagasaki, e ci sono invece altri storici che -scrollandosi di dosso la soffocante Ragion di Stato- arrivano a mettere in dubbio l'utilità, la razionalità e la moralità di certe scelte, includento i massacri di civili compiuti durante la guerra.

  7. #7
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    Originally posted by Pieffebi
    dalla rete:

    " Sabato 20 luglio 2002

    Revisionismo e antirevisionismo
    di Francesco Perfetti


    --------------------------------------------------------------------------------

    Questo articolo è la sintesi dell’intervento svolto dal Professor Francesco Perfetti al convegno “L’uso politico della storia” promosso da “L’opinione” che si è tenuto lo scorso anno a Roma. La relazione sarà inserita in un volume di prossima pubblicazione che conterrà tutti gli atti del convegno.

    Il termine revisionismo ricorre ormai quotidianamente sulla stampa periodica e nella pubblicistica storica, parastorica o pseudostorica e la discussione sul cosiddetto “revisionismo storiografico” si attecchisce, sempre di più, di interventi che hanno nulla, o ben poco, di scientifico e, invece, molto, se non tutto, di politico. Se, anzi, si volesse rintracciare, un esempio paradigmatico di “uso politico della storia”, esso andrebbe proprio cercato e verificato nel dibattito sul revisionismo storiografico e nella utilizzazione acritica del termine revisionismo, una utilizzazione che, ormai, dilaga, senza possibile controllo, tanto sui mezzi di comunicazione di massa quanto nel linguaggio della politica. Le parole, tutte le parole, hanno una forza intrinseca legata al loro contenuto semantico. Quando questo contenuto fuoriesce da limiti ben precisati, allora le parole perdono di significato - perché acquisiscono troppi significati - e di “scientificità”: diventano contenitori vuoti da riempire con i contenuti più svariati ovvero strumenti da utilizzare per la battaglia ideologica.

    E' quanto è accaduto, per esempio, alla parola “fascismo”, la quale da termine identificativo di un preciso fenomeno storico tipico di un preciso momento storico e di una precisa e assai ben identificata area geografica ha finito per assumere, di volta in volta, l’accezione di una categoria morale o moralistica (per esempio: fascismo uguale male assoluto; fascismo uguale incultura; fascismo uguale violenza e così via) ovvero quella di un tipo di regime politico del quale si definiscono aprioristicamente le caratteristiche o alcune caratteristiche in modo così rigido e immodificabile da consentire l'accostamento o l'assimilazione, addirittura, di tipi di regimi che, a una attenta verifica storica, risultano profondamente diversi fra loro, sia sotto il profilo della ispirazione ideologica sia sotto il profilo delle realizzazioni concrete e delle modalità e tecniche di gestione del potere politico.

    Il termine “revisionismo” (quanto è accaduto, ancora, con il termine “revisionismo”), è la storia della cui fortuna o sfortuna interessa più ambiti. Il termine, come è ben noto, ha avuto origini politiche. A prescindere da una sua lontana utilizzazione per indicare le posizioni e le idee dell’antiritualismo liturgico anglicano e protestante nella Gran Bretagna dell'età vittoriana, in particolare medio vittoriana, ovvero le aspirazioni largamente diffuse nei primi decenni della Francia della Repubblica a rivedere la carta costituzionale del 1875 in chiave plebiscitaria, esso cominciò a conoscere una fortuna per così dire “transnazionale” quando, un secolo fa o poco più, fu usato da Eduard Bernstein nel suo libro presupposti del socialismo e i compiti della social-democrazia (1899) per sostenere la necessità di rivedere le tesi di Marx, messe in crisi dal mancato verificarsi delle condizioni che avrebbero dovuto portare a un previsto e catastrofico crollo del capitalismo e per affermare l'opportunità di una politica gradualistica e riformistica capace di migliorare le condizioni di vita e la situazione sociale dei lavoratori.

    Com'è comprensibile, in una tale accezione, resa popolare dal dibattito che vi si sviluppò intorno nell'Europa tutta e al quale l'Italia partecipò con protagonisti di primo piano, tanto politici quanto intellettuali, dai sindacalisti rivoluzionari a Antonio Labriola, da Benedetto Croce a Giovanni Gentile il termine venne subito contestato, censurato, condannato senza possibile appello dai custodi della ortodossia marxista. I revisionisti vennero assimilati a veri e propri eretici e la stessa parola “revisionismo” entrò a far parte del lessico marxista come se fosse una ingiuria infamante. Dopo la rivoluzione russa, la vittoria dei bolscevichi sui menscevichi e la costruzione del "paradiso terrestre" comunista, il termine "revisionismo" fu utilizzato per liquidare quanti mettevano in dubbio il primato ideologico di Lenin e dei suoi seguaci. Durante gli anni del terrore, nel periodo staliniano, l'accusa di revisionismo non fu più solo infamante, né divenne lo strumento che trasformava l’avversario politico in “nemico oggettivo”, in criminale pericoloso e irrecuperabile da eliminare per il bene e il futuro della società comunista, secondo la logica e la fenomenologia, studiate da Domenico Fisichella, tipiche di un regime totalitario.

    Il “revisionismo”, insomma, diventò una brutta, bruttissima parola, carica di valenze negative. E lo divenne per colpa o per merito, comunque a causa, dei marxisti più ortodossi e irriducibili. Renzo De Felice ha sintetizzato efficacemente tutto questo processo ricordando come all'origine dell'uso negativo del termine “revisionismo”) ci fosse stato proprio il comunismo. Ha affermate in proposito in un faccia a faccia con Norberto Bobbio: “Sono le polemiche fra le varie correnti del pensiero marxista che l'hanno fatto diventare un'offesa mortale. Chiunque metteva in discussione la linea vincente del partito, chiunque pretendeva di discutere i fondamenti della teoria marxista diventava automaticamente un pericolo politico. Per questo revisionismo è diventato un termine spregiativo. Chi non ricorda il revisionista Bernstein o il rinnegato Kautsky?

    Il momento cruciale fu costituito dalla vittoria dei bolscevichi sui menscevichi, che portò con sé la critica a tutti i socialismi che non riconoscevano la supremazia ideologica del partito di Lenin. Con Stalin il revisionismo diventa addirittura un crimine contro lo stato guida, il comunismo in un paese solo, l'internazionalismo proletario". Il richiamo a questi precedenti, relativi alla genesi e alla prima utilizzazione del termine revisionismo, è importante per far comprendere perché la qualifica di storico revisionista sia divenuta di fatto un insulto e sia stata caricata di una valenza negativa tanto forte da portare alla emarginazione dalla comunità storiografica di chi, a torto o a ragione, tale qualifica si ritrova sulla pelle. Il cosiddetto storico revisionista sarebbe colui che, obbedendo a una ideologia, imposterebbe tutto il proprio lavoro di ricerca sulla intenzione - dichiarata o, spesso, non dichiarata - di voler riscrivere la storia stravolgendo o capovolgendo i risultati già acquisiti, tanto sotto il profilo dell'accertamento dei fatti quanto sotto il profilo della interpretazione degli stessi.

    Va subito precisato che questo tipo di discorso, peraltro, è di per sé ideologico, in quanto promana dalla volontà di preservare la purezza di una vulgata storiografica, cioè di una interpretazione canonica o ufficiale dei fatti storici. Il prevalere in Italia, nell'Italia repubblicana, di una cultura marxista supportata dalla supponenza di una cultura radical-azionista che si caratterizza per la intolleranza e per la chiusura totale nei confronti di qualsiasi discorso che possa porre in discussione le certezze ritenute acquisite ha fatto sì che, proprio sul terreno storiografico, il termine revisionismo sia stato (e sia tuttora) brandito come un'arma polemica, quasi al limite dell'insulto, nei confronti di chi non condivide la vulgata storiografica.

    Il caso De Felice

    Quanto accadde in Italia, a partire dalla seconda metà degli anni sessanta, cioè da quando uno storico, già allievo di Delio Cantimori e allora relativamente giovane, Renzo De Felice, iniziò a pubblicare i volumi della sua ponderosa biografia dedicata a Mussolini, è assai indicativo. La figura dello studioso fu demonizzata fino al limite del linciaggio morale e della richiesta di un suo allontanamento dalla cattedra; e poco importa che oggi gran parte delle sue tesi - a cominciare dalla famosa distinzione tra fascismo regime e fascismo movimento e dalla individuazione del ruolo dei ceti medi emergenti per finire con il riconoscimento della esistenza di un consenso diffuso e con la precisazione delle differenze tra il fascismo e il nazionalsocialismo siano, ormai, divenute patrimonio acquisito della più avvertita storiografia internazionale, e non solo italiana; e poco importa, ancora, che alcuni di coloro che, all'epoca, furono tra gli “aggressori” negano l'aggressione e richiamano l'attenzione sulla pericolosità delle tesi dello studioso che avrebbero avuto una implicita valenza politica portando alla riabilitazione e rivalutazione del fascismo, nonché allo “sdoganamento” culturale e politico dell'estrema destra e alla sua legittimazione. Che è, come ben si vede, un discorso di natura squisitamente politica.

    Quel che conta è il fatto che, poco alla volta, De Felice finì per essere arruolato di autorità nelle schiere revisioniste, senza neppure tenere presente il fatto che egli, fino alla scomparsa, rifiutò di definirsi o autodefinirsi “revisionista”. Più volte, anzi, fece notare come la sua storiografia non si muovesse affatto alla ricerca di “assurdi revisionismi”. Egli sosteneva, al più, che “qualsiasi storico è un revisionista”, come lo fu, per esempio un Tito Livio rispetto a un Polibio, ma solo nella misura in cui “lo storico comincia il suo lavoro dal punto in cui sono arrivati i suoi predecessori, per completare e modificare, aggiungere e cambiare, chiarire e approfondire".

    De Felice riconosceva l'esistenza di un revisionismo tedesco - che comprendeva studiosi come Ernst Nolte o Andreas Hillgruber -, un revisionismo inteso come un "complesso di reinterpretazioni della storia ideologica del Novecento”, ma negava che esistesse un revisionismo italiano relativo allo stesso periodo: “La ricostruzione del fascismo non ha niente di revisionistico: per lungo tempo ci si è basati su un numero limitato di fonti e di testimonianze. Man mano che si è andati avanti sono venuti alla luce fatti nuovi e nuove analisi si sono aggiunte a quelle precedenti. Si è trattato di riempire buchi nello studio dei fatti. Il fascismo fino a un certo punto è stato studiato attraverso gli articoli di giornale, qualche testimonianza orale, i ricordi personali. A un certo punto pertanto si è sentita la necessità di andare più a fondo, di entrare dentro la realtà del fascismo, che fino ad allora veniva presentato come una monade compatta. Così si è capito che al contrario essa fu fatta di tante cose: uomini, gruppi di interesse, situazioni storiche in evoluzione, idee e utopie. Solo sulla base di questi dati reali oggi si può cominciare a giudicarlo e criticarlo”.

    Ciò non di meno, nel linguaggio comune, nella bassa polemica storiografica e nella brutale e semplicistica volgarizzazione dei mass-media, alle opere di De Felice venne accostato dai suoi critici l'aggettivo “revisionista” e questo aggettivo, come ha notato bene Sergio Romano, “conteneva una nota di biasimo, era pronunciato a bocca storta suggeriva implicitamente ai lettori la stessa cautela che i preti raccomandano ai loro allievi nel momento in cui debbono autorizzare la lettura di un libro interdetto”. La utilizzazione, in una chiave demonizzante, dell'aggettivo “revisionista” per l'opera di De Felice è un esempio di “uso politico della storia”, che si rivelava e si rivela tanto più efficace quanto più all'orizzonte si sviluppava una confusione delle lingue dovuta all'apparire sulla scena pubblicistica di opere del tutto prive di dignità scientifica e di consistenza storiografica, quelle dei cosiddetti negazionisti - i quali si auto qualificavano e si auto qualificano revisionisti - nonché di studiosi, in particolare francesi e tedeschi, che, invece, a pieno titolo, potevano e possono essere qualificati revisionisti, nel senso migliore e non nella accezione negativa del termine, nella misura in cui si confrontavano e si confrontano con interpretazioni storiografiche precedenti proponendone una verifica a seguito della scoperta di nuove fonti ovvero di nuovi paradigmi culturali .

    Era, dunque, una polemica pretestuosa e mistificatoria che non è andata placandosi con il tempo, ma che, anzi, si è estesa a tutti coloro che si richiamano legittimamente al metodo storiografico defeliciano. La polemica antirevisionista, quale si sviluppa oggi in Italia, è il frutto di una mentalità totalitaria, è l'esito di un modo di pensare che comporta il “divieto di porre e porsi domande”, è il punto di arrivo di una concezione che considera il virtuismo (tutto il bene da una parte, tutto il male da un'altra parte) come l'unico criterio di corretta valutazione degli eventi. Così come, in politica, l'accusa di revisionismo serviva ai custodi della ortodossia marxista e ai loro reggi coda per espungere dal corpo sociale i devianti e gli eretici, essa serve, sul terreno storiografico, a interdire oggi non soltanto la possibilità di porre in discussione le certezze raggiunte e ritenute politicamente corrette ma anche la liceità di produrre materiali documentari nuovi che potrebbero provocare una lettura diversa da quella canonica o ufficiale.

    Proprio per il suo intrinseco carattere ideologico, la polemica antirevisionista, non è in grado di sceverare il loglio dal grano e tende a confondere le acque, a far sì che cali, ovunque, una notte nella quale tutte le vacche appaiono nere. E' una polemica che si propone artatamente di fare confusione mettendo sullo stesso piano pseudo studiosi e studiosi di grande valore, accomunati tutti dall'accusa di essere revisionisti. E si tratta di una accusa, come ha osservato Paolo Mieli, che equivale, al solo sentirla pronunciare, alla trasformazione di un gioco regolare in una mischia: “Allorché qualcuno accusa qualcun altro di revisionismo, per un'assai vasta comunità è come se fosse comparso il segnale che è venuto il momento in cui si mette da parte il confronto delle idee e si sale sul ring”.


    Cosi, si ritrovano insieme, in una assurda comunità ideale costruita dai guru della sinistra culturale italiana - o quanto meno da una parte cospicua di tale sinistra, quella marxista e radical-azionista, improvvisamente dimentica che il “revisionismo” del processo risorgimentale, per esempio, nasce proprio dalle loro parti con le lamentazioni di un Gramsci e di un Gobetti -, si ritrovano insieme, per riferirsi a un periodo storico più recente, i cosiddetti negazionisti - ovvero coloro che sulla scia di Robert Faurisson hanno sostenuto l'irrilevanza dell'Olocausto o sono giunti persino, contro l'evidenza delle prove e contro ogni logica , a mettere in dubbio l'esistenza dei campi di sterminio nazisti - e studiosi come [ Ernst Nolte, François Furet, Andreas Hillgruber, Zeev Sternhell, Renzo De Felice, che hanno fatto fare alla storiografia, ognuno a suo modo e nel suo campo di specifica ricerca, veri e propri salti di qualità .

    Eppure anche a questi ultimi studiosi citati - studiosi veri -non può essere attribuita in maniera acritica la qualifica di revisionista e, a maggior ragione, non può essere individuato un concetto generale di “revisionismo” che si risolverebbe, di fatto, in una operazione politica volta a demolire, come si vuol sottilmente e subliminalmente far intendere, i valori etici dell'antifascismo e della resistenza. La polemica antirevisionistica è, in sostanza, una polemica contro la ricerca storica e, soprattutto, contro la libertà dello storico, che non deve essere affatto, per usare la pregnante espressione del grande Marc Bloch, "una specie di giudice degli Inferi, incaricato di distribuire elogi o condanne agli eroi morti", quanto, piuttosto, un indagatore appassionato il quale - rifuggendo dal travisamento ideologico che tende a sostituire i fatti con le interpretazioni e da ogni forma di moralismo - sia in grado di aggiungere elementi importanti alla conoscenza dei fatti e a quella delle dinamiche che tali fatti hanno provocato.

    L'unica strada percorribile per ricondurre la ricerca storica nel suo alveo naturale è quella di abbandonare la politicizzazione della storia, che tanti guasti ha fatto e continuerà a fare; di separare il momento dell'indagine storiografica da quello dell'interpretazione moralistica; di evitare una pretestuosa e menzognera lettura del passato in funzione del presente; di garantire allo storico libertà dai condizionamenti ideologici e dalle mistificazioni interessate della storia "canonica" o "ufficiale" che ha diritto di cittadinanza solo nei regimi di tipo totalitario. Un passo in questa direzione potrebbe essere, a ben vedere, quello di espungere lo stesso termine "revisionismo" dal lessico storiografico e riaffermare, al tempo stesso, l'antico (e, purtroppo, dimenticato) ideale rankiano della storia intesa quale racconto delle cose "come propriamente sono state".

    Un grande studioso italiano, nemico della prevaricazione della politica sulla storia, Rosario Romeo, osservò che questa formula tanto invisa agli intellettuali à la page rappresentava un "ideale irrinunciabile per qualunque lavoro storiografico serio" e aggiunse che l'abbandono di quell'ideale equivaleva "alla rinuncia all'autonomia del giudizio critico e alla sua indipendenza di fronte all'urgere delle esigenze pratiche e politiche del presente". La sua conclusione è più che mai condivisibile in questo momento storico: " la difesa di quella autonomia e di quella indipendenza minaccia di diventare oggi un compito nuovamente attuale per la storiografia, insidiata non più dai mezzi brutali della persecuzione poliziesca, ma dalle suggestioni artificiosamente alimentate dalle moderne comunicazioni di massa". La polemica antirevisionistica, con tutto il furore ideologico che la sottende e il livore che la alimenta, è proprio una di quelle "suggestioni" denunciate da Romeo, alle quali si può assai ben replicare ignorandola del tutto e continuando a lavorare in assoluta e piena libertà al fine, per usare le parole di Renzo De Felice “di emancipare la storia dall'ideologia, di scindere le ragioni della verità storica dalle esigenze della ragion politica ” e, così, realizzare il sogno di una “storia normale”.

    Francesco Perfetti
    "


    E pensare che qui c'è chi attacca De Felice accusandolo di essere un marxista-leninista.....o poco meno, per difendere una critica "storiografica" militante di marca schiettamente neo-fascista.

    Cordiali saluti
    buona sintesi del problema. Quasi non aggiungerei altro.
    Anzi no, due chiose:

    1 - io non porrei troppa enfasi sulla polemica. In fondo, come riconosce perfetti, alla fine sono i cosiddetti "revisionisti" che si affermano. La "battaglia " degli "ortodossi" è sempre persa in partenza. Oggi in tutto il mondo le interpretazioni della storia d'Italia della prima metà del XX sec. fanno riferimento a De Felice o a Emilio Gentile, non certo agli "ultras" ortodossi (Tranfaglia, Collotti...) che generalmente non sono nemmeno citati.
    Chiunque si collochi in una posizione "ortodossa" si scava la fossa da solo, perchè la scienza va avanti, e scansa facilmente gli ostacoli di chi pretende mummificarla o congelarla.

    2 - è vero che esiste ormai un amplio fronte anti-Defeliciano di destra. Se ci si prende la briga di leggere DeFelice si nota chiaramente la formazione marxista dello storico. E risulta evidente che DeFelice non cerca affatto di difendere il fascismo, anzi, ne mette in luce numerosi difetti strutturali.
    Si tratta dunque di un'interpretazione che non può far piacere a coloro che ancora si rifanno idealmente all'esperienza storica del fascismo.

    Infine, il miglior modo di far cessare l'inutile querelle "revisionisti versus ortodossi", è ignorarla. Smettiamo di usare queste etichette, e creiamo un cordone sanitario attorno a quegli "storici" che si ostinano a fare della scienza storiografica un campo di battaglia per ideologie ed interessi politici.

    saluti

  8. #8
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    Fronte "antidefeliciano" di Destra? Non ce n'è neppure l'ombra. Esiste il processo continuo di autorevisione della storiografia scientifica, ed esistono i mistificatori d'estrema destra e d'estrema sinistra che usano la storia come arma politica. Questi non vanno presi in considerazione quanto a giudizi, giacchè non hanno finalità connesse con la "ricerca della verità", bensì con l'affermazione della propria parte politico-ideologica anche a DISPETTO della verità.

    Saluti liberali

 

 

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