Il Social Forum Asiatico
«Vogliamo costruire strategie comuni», le voci dall'Asia
Movimenti globali Dalle donne afghane ai contadini thailandesi agli operai coreani. L'oriente prepara il suo Social Forum, in India a gennaio
MARINA FORTI
INVIATA A FIRENZE
La sala è gremita, ragazze e ragazzi sono arrampicati all'esterno dei finestroni, i corpi si pigiano. Oggetto di tanto interesse, venerdì sera nella sala dell'Arsenale, è una «finestra» aperta sull'Asia, continente che a Firenze si materializza in alcuni volti: quello dell'economista filippino Walden Bello, che riesce a spiegare come il «miracolo asiatico» cantato negli anni `90 sia evaporato in poche settimane di speculazioni monetarie lasciando una scia di disastri sociali. Quello di una giovane rappresentante di Rawa (l'Associazione delle donne rivoluzionarie afghane), che ha spiegato come la «globalizzazione» si sia manifestata nel suo paese con decenni di guerra e di oppressione. Il volto di Meena (nella concitazione sfugge il cognome) e di Anil Mishra, indiani, che rappresentano il segretariato del Asian Social Forum (si terrà in India, in gennaio). Volti diversi, e altri ne mancavano - inutilmente è stata attesa la superstar Vandana Shiva. Voci che hanno composto un quadro inedito, almeno per gran parte dell'uditorio: un'Asia di conflitti sociali e di movimenti. E di conflitti guerreggiati, ovviamente, a partire da quello afghano. La rappresentante di Rawa (niente nomi, e «niente foto o videocamere perfavore) ha suscitato emozione. «L'Afghanistan è stata la più grande tragedia dimenticata», dice lei, e accusa l'occidente di aver «creato un nemico» finanziando una guerriglia islamica negli anni `80. Avverte: «Il fondamentalismo religioso e un fenomeno globalizzato e minaccia tutto il mondo».
Altrettanta attenzione riscuoterà Walden Bello, che il pubblico segue a bocca aperta in un escursus geopolitico complicato che lui rende chiarissimo: la crisi economica che nel `97 ha fatto tramontare le «Tigri» e apparire l'altra faccia del miracolo, devastazioni ambientali e sfruttamento del lavoro; gli imperativi geostrategici, la pressione militare degli Stati uniti, il confronto con la Cina, la pressione della «guerra al terrorismo» dopo l'11 settembre 2001... E i movimenti popolari: ad esempio contro grandi infrastrutture. Bello, che vive in Thailandia, cita ad esempio «la lotta contro la diga di Pak Mun (affluente del Mekong, ndr), un movimento autorganizzato di comunità rurali». Poteva citare allo stesso modo il movimento contro le dige nella valle del Narmada in India. O le battaglie sindacali in Corea del Sud, che si materializzano qui in un sindacalista degli ospedalieri di Seul: da mesi lottano per il contratto negli ospedali cattolici e hanno mandato una delegazione in Italia a chiedere solidarietà (la sede centrale del loro datore di lavoro è qui, al di là del Tevere...). O le lotte contro le privatizzazioni, dall'India all'Indonesia. «Tutti questi movimenti cominciano a costruire contatti e solidarietà attraverso l'Asia, per uno sviluppo a beneficio dei cittadini, dell'ambiente, dei valori umani», conclude Bello. Suggerisce, insomma, che sarà un evento assai importante il Social Forum Asiatico che si prepara a Hyderabad, India.
Meena articola l'agenda: parla di privatizzazioni, di agricoltura e produzione alimentare, informazione («in Corea possono scioperare per mesi senza che la vostra stampa qui ne dia notizia»). Bello insiste sulla battaglia contro i prossimi negoziati del Wto. Anil Mishra, professore di scienze politiche a Delhi, insiste sul «comunalismo», i conflitti tra comunità religiose o etniche, guerre sante e intolleranza, «vera minaccia alla pluralità e alla democrazia»; sui diritti democratici dei dalit («intoccabili»), dei piccoli contadini, delle popolazioni cacciate dalla terra... «Le classi agiate nei nostri paesi non si sono ancora rese conto dei pericoli di questa globalizzazione», dice Mishra, della tendenza a creare una piccola élite consumatrice globale e una under-class marginalizzata sempre più estesa in ogni paese.




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