George W. Bush può tirare un sospiro di sollievo: lo scoglio delle elezioni di metà mandato è stato superato come meglio non poteva immaginare. Così ora il presidente yankee potrà dedicarsi interamente al suo grande progetto: la conquista del pianeta. Il primo tassello del puzzle rimane sempre il medesimo, ovvero l’aggressione dell’Iraq e la Casa Bianca non ha perso tempo per riprendere in grande stile le operazioni. Washington ha prontamente alzato la voce ed ora pretende dall’Onu un voto alla risoluzione americana entro due o tre giorni.
Il fronte del “no” all’interno del Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro non si è sgretolato, ma non è più così granitico come qualche settimana fa. La Russia, dopo l’attacco dei terroristi ceceni al teatro moscovita, comincia ad assaporare i possibili vantaggi di uno scambio: via libera in Cecenia in cambio del nulla osta alla risoluzione contro l’Iraq. D’altra parte sullo scacchiere internazionale questo porterebbe alla Russia un certo vantaggio nella regione caucasica, ma un oggettivo indebolimento internazionale complessivo, perché la sua credibilità crollerebbe miseramente sull’altare della convenienza spicciola ed i russi hanno ancora bisogno di interloquire con i Paesi che un tempo gravitavano nella loro area oppure erano paladini del non schieramento. Un tradimento della sovranità irachena avrebbe vaste ripercussioni in tutto il pianeta.
La Cina, da sempre, ha preso posizioni diplomatiche controverse. A cominciare dalle aperture verso gli Usa proprio durante il periodo della guerra fredda. D’altra parte la Cina ha oggi perso gran parte della sua influenza internazionale e sembra dirigersi ad ampi balzi verso il mondo capitalista, perciò non ha gli stessi condizionamenti russi. Ciò nonostante non può permettersi un’adesione acritica alla proposta americana.
La Francia ha dovuto in qualche modo ammorbidire il suo dissenso mentre Berlino, che comunque non dispone del diritto di veto, pur mantenendo un atteggiamento tiepido, sta comunque cercando una mediazione.
Nell’ultima proposta americana, e questo è il nodo da sciogliere, non c’è un riferimento preciso a ritorsioni automatiche contro l’Iraq in caso di eventuale inadempienza di Baghdad e nemmeno c’è chiarezza su chi possa stabilire tale ipotetica inadempienza. Ma, d’altronde, non c’è nemmeno cenno alla necessità di ricorrere nuovamente all’Onu prima di qualsiasi intervento militare.
Insomma, ognuno può intendere come vuole queste “amnesie”, secondo la propria individuale convenienza e lasciando agli atlantici ogni responsabilità formale delle successive interpretazioni arbitrarie, ovviamente più che certe.
Washington ha subito intensificato anche la campagna preparatoria all’attacco fondata sul terrorismo mediatico. Colin Powell in persona ha avvisato il mondo di una nuova “concreta” minaccia terroristica che “potrebbe coinvolgere” cittadini americani in Europa. Un modo di parlare a nuora perché suocera intenda. E, tanto per rincarare la dose, il Pentagono ha appena fatto “trapelare” le solite “prove” della produzione del virus del vaiolo in Iraq.
Insomma, la guerra si riavvicina e non vorremmo che l’ulteriore sforzo atlantico per concretizzarla passi proprio per una capitale europea. E non sarebbe certo in modo indolore.