Ma le aziende del Nord Est sono deluse «Non è questa la manodopera che serve»
Hanno aderito 50 mila clandestini, poche badanti malgrado gli aiuti degli enti locali
DAL NOSTRO INVIATO
VENEZIA - Sono tanti, un’ondata che ha superato qualsiasi previsione. Sono 50 mila. Ma difficilmente sazieranno la fame di manodopera che da anni assilla la grande industria del Nord Est. Si addensano diffidenze e mugugni sulla folla di clandestini che si è affidata alla Bossi-Fini per ottenere visibilità sociale e che ora si prepara a rovesciarsi su un mercato che nel solo Veneto già registra quasi 130 mila lavoratori regolari. I vertici della Confindustria, guidata da Luigi Rossi Luciani, accolgono con delusione i primi dati della maxi sanatoria (30 mila lavoratori subordinati, 20 mila tra colf e badanti): «L’impressione iniziale è che questa forza lavoro non possa risolvere le carenze occupazionali delle nostre imprese. La maggioranza di chi ha chiesto la regolarizzazione è già occupata in piccole e micro aziende, soprattutto legate all’edilizia o a settori addirittura marginali del mercato. Il problema per noi resta invariato e andrà al più presto affrontato».
E dubbi, grossi dubbi, la Confindustria veneta nutre anche sulla regolarità delle richieste presentate. «E’ forte il sospetto - dice Mario Cedolini, consigliere Unindustria di Treviso - che molte domande siano state inoltrate solo per consentire all’immigrato di restare in Italia ancora qualche mese». Anche la circolare del Viminale, che prevede un permesso di soggiorno di 6 mesi per l’immigrato che denuncia il rifiuto di regolarizzazione da parte del datore di lavoro, viene guardata con ostilità dagli imprenditori: «Non vorremmo che pure questa diventasse una via di fuga». Una sola, quella di sempre, la richiesta di Confindustria: «Definire precise quote d’ingresso perché solo offrendo un quadro di certezze alle imprese si potrà veramente combattere la clandestinità e soddisfare la domanda occupazionale».
Si appuntano invece contro le modalità procedurali della Bossi-Fini gli strali della Cgil veneta, che ha chiesto al presidente Giancarlo Galan di premere sul governo per una proroga della scadenza dei termini. «Molti immigrati - afferma il segretario Stefano Sacconi - non sono riusciti a inoltrare la pratica per il rifiuto dei datori di lavori a metterli in regola. Molti altri non erano a conoscenza della circolare del Viminale». In più, ha denunciato la Cgil, c’è il sospetto della tangente: «Ci hanno segnalato casi in cui il padroncino, approfittando della difficile posizione dell’immigrato clandestino, chiede soldi in cambio del suo assenso alla regolarizzazione». Boom sanatoria, ma non per tutti. Le badanti, almeno in Veneto, hanno in gran parte disertato gli uffici postali. Solo una su due (700 su 1.300 a Venezia, 2 mila su 4 mila in tutta la provincia) è uscita allo scoperto, nonostante la Regione e lo stesso comune veneziano si fossero impegnati a sobbarcarsi gran parte delle spese di regolarizzazione, stanziando fondi a favore delle famiglie. Niente da fare. «Il motivo - spiega l’economista Bruno Anastasia - va ricercato nel fatto che la maggioranza delle badanti presenti in Veneto provengono dalla Croazia. Il loro è una sorta di pendolarismo: vanno e vengono da casa. D’altra parte, la questione dei lavoratori transfrontalieri è una delle carenze della Bossi-Fini». Dati alla mano, cambia infine la graduatoria dell’immigrazione veneta: Vicenza, storico incrocio di etnie, scivola al quarto posto, superata da Verona, Treviso e Padova.




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