Colleen Kelly, del comitato delle famiglie delle vittime dell'11/9
«Non vogliamo vendette in nome del nostro dolore»
Ivan Bonfanti - Firenze - nostro servizio
Buonasera Colleen Kelly. Suo fratello, William junior, è stato ucciso negli attentati di New York, lei oggi è qui a manifestare il suo dissenso contro la guerra. Non sa che in Italia rischia di essere paragonata agli assassini di suo fratello?
Si riferisce a quella donna, la scrittrice… come si chiama?
Oriana Fallaci
Ecco, sì avevo sentito. Beh, penso che il diritto a dire la nostra opinione lo abbiamo conquistato, anche a fatica, e certo non ce lo faremo togliere. Onestamente la definirei una provocazione, anche se mi chiedo come si possa semplicemente pensare una cosa del genere.
Eppure non è stata l'unica. Anche Bush, subito dopo gli attentati, ha detto «o con noi o contro di noi».
Sì, lo stesso ragionamento. E a proposito di quella frase, a cui all'inizio non avevo dato peso, le racconto un episodio che mi ha sconvolta. L'anno passato, sarà stato febbraio, sono stata al museo dei diritti umani, in Georgia. C'era una foto del secolo scorso, il ritratto di un gruppo di schiavi neri al lavoro in un ranch. Sopra questi uomini c'era un grande cartello con l'insegna "White Power", e sai sotto cosa c'era scritto?
O con noi o contro di noi?
Esatto, è stato uno shock. Confesso che solo allora ho capito la gravità di questo slogan.
Veniamo ad oggi. Lei rappresenta l'associazione "Peaceful tomorrows" che riunisce le famiglie di decine e decine di vittime dell'11 settembre. In fondo siete voi più di chiunque altro ad avere il diritto di reclamare giustizia per gli attentati. Non le sembra contraddittorio essere qui a gidare "stop the war" quando, in ultima analisi, è in vostro nome che Bush muove l'esercito?
Niente affatto. Giustizia non vuol dire vendetta. E quello che l'Amministrazione (Usa ndr) sta facendo somiglia molto di più ad una vendetta. Non credo proprio, poi, che uccidere civili in Afghanistan e in Iraq, e chissà dove altro ancora, possa aiutare la lotta al terrorismo. E' invece vero il contrario. Queste guerre favoriscono il terrorismo, lo nutrono dell'odio di cui si alimenta.
Eppure il terrorismo in qualche modo andrà affrontato?
Certo, è un problema gravissimo. Ma proprio per questo richiede una risposta incisiva. E' una battaglia difficile, che non possiamo permetterci di perdere. Ma si combatte con il lavoro di intelligence, non con l'esercito. Il fanatismo religioso o di qualunque natura si vince isolandolo, privandolo sia del flusso finanziario che del terreno politico su cui si muove. Nessuno di noi pensa che il terrorismo non sia una sciagura da contrastare, anzi. Ma come può un presidente che non firma il trattato per il Tribunale penale internazionale pretendere di fare da solo il gendarme del mondo. E poi noi, i parenti delle vittime, come chiunque, ci chiediamo: dov'è bin Laden? Dov'è Omar? Con tutte le bombe che abbiamo sganciato quali sono i risultati di questa strategia?
Permetta un'altra intrusione. Suo fratello approverebbe vedendola qui?
Questa è una domanda che piacerebbe molto ad un giornalista americano. Le dico una cosa: io sono qui con mia madre, ma mio fratello era diverso da noi, e per molte cose la pensavamo in modo distinto. Purtroppo non posso più sapere la sua opinione, ma indipendentemente da ciò che avrebbe pensato di certo avrebbe rispettato la mia scelta. Nella mia famiglia siamo stati educati col principio del rispetto della diversità, dell'attenzione per il pensiero altrui. Quindi la risposta è sì, approverebbe vedendomi impegnata per difendere le mie idee.
Lei viene dagli Stati Uniti, il cui governo è probabilmente il più contestato al mondo. Come si sente quando ascolta uno slogan contro il suo paese?
Vengo da New York, dal Bronx, e vengo anche per dire a tutti che Bush non rappresenta il popolo americano. Slogan anti-americani ne ho sentiti davvero pochi, e non sono certo contro il paese ma contro il governo, che del resto contesto io stessa. L'America è sicuramente una nazione particolare vista da un europeo, cinica. Forse perché siamo una specie di isola, forse per via della nostra storia più recente, di certo non c'è la stessa cultura politica dell'Europa. Ma attenzione, perché se un anno fa - è vero - quasi nessuno si è alzato per contestare la guerra in Afghanistan, oggi è diverso. La gente si è fatta tante domande, e le risposte dei vari Bush e Cheney non convincono più. Sempre più persone si oppongono apertamente alla guerra, due settimane fa oltre centomila sono scese in strada a New York. E tutto ciò nonostante i media praticamente ci ignorino. Ma si immagina lei se il corteo di oggi (ieri ndr) fosse stato a favore di Bush? Tutti i media avrebbero parlato di evento storico.
Se Bush non rappresenta gli americani allora questi dove vanno a finire quando è il momento di votare?
Purtroppo, come le dicevo, la maggioranza del popolo americano non si sente vicino alla politica. C'è stata una vera e propria campagna della paura del governo, e la gente è spaventata. Ma non possiamo arrenderci alla paura. Io non ci sto, ed eccomi qui.
A mo' di saluto, cosa spera Colleen Kelly per domani?
Spero che non ci sia la guerra in Iraq. Spero che la spirale di violenza finisca, che la gente, the people, prenda in mano la propria vita. Che si preoccupi e abbia a cura il mondo che stiamo costruendo.
Liberazione 10 novembre 2002
http://www.liberazione.it


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