La Banca europea, potente struttura ormai fuori controllo
I disastri dell'euro


Sabina Morandi

Finanziamenti miliardari nell'ombra Trentatré miliardi di euro. E' la misura della lunghezza del braccio finanziario dell'Unione Europea, braccio in grado di raggiungere ogni angolo del pianeta finanziando, nell'autonomia e nell'oscurità più totale, alcune fra le infrastrutture più controverse del momento. In un incontro organizzato dalla Campagna per la riforma della Banca Mondiale, è stata offerta una carrelata dei progetti più distruttivi.

La Bie
Ben pochi sanno che la Bie è più grande e più potente della Banca Mondiale. Una struttura interamente gestita dai ministri finanziari dei 15 paesi membri della comunità europea, con un management di 35 persone che sfornano 300 progetti l'anno. Se la segretezza è una regola, tanto è vero che nemmeno i governi interessati sono a conoscenza dei dettagli sui piani, gli standard sociali e ambientali sono un optional. Basti pensare che soltanto uno, fra i 35 manager, è specializzato in problemi ambientali, specialista di cui non è dato sapere il nome. Così, mentre la Banca Mondiale, oggetto di una ventennale campagnia internazionale è costretta a un minimo di trasparenza, la Banca europea può continuare a negare informazioni preziose, utilizzando il suo statuto ibrido.

Da una parte, i soldi dei contribuenti europei gestiti dalla Banca, vengono offerti solo come capitale di garanzia per attirare i finanziamenti privati - e quindi non sono considerati investimenti doc. Dall'altra parte, però, quando gli attivisti delle varie organizzazioni che, nel mondo, lottano contro alcuni progetti chiedono informazioni ecco che gli vengono negate con la scusa del segreto industriale. Eppure sono numerosi i progetti finanziati dalla Banca che presentano lacune, per usare un eufemismo, in termini di standard ambientali, diritti del lavoro e correttezza nella gestione dei fondi.

Il Texas d'Italia
oltanto i paesi del Terzo Mondo. Lì il miracolo petrolifero italiano è arrivato sotto forma di ruspe scortate dai militari che hanno abbattuto i recinti degli allevatori e sono passati sui campi seminati. Ai contadini e agli operatori turistici allibiti è stato risposto che la Lucania sarebbe diventata il miracolo petrolifero italiano e che l'avanzata del progresso giustificava la mancanza di autorizzazioni e di valutazioni d'impatto ambientale, una mancanza che, proprio ieri, è valsa un richiamo ufficiale della Commissione Europea.

L'associazione che si è spontaneamente formata, SoS Lucania, si è trovata ad affrontare gli stessi problemi dei pastori africani o degli agricoltori bulgari, anch'essi miracolati dagli investimenti europei: pochissime informazioni, varianti dei progetti che spuntano come i funghi e nessuna supervisione sull'operato delle imprese, un'Eni prima pubblica e poi, più di recente privatizzata. Seguono solite storie di mazzette e tangenti - regolarmente inquisite dalla magistratura - mentre in mano ai lucani, invece delle royalties faraoniche a loro promesse, è restato soltanto il ricordo di una bellissima zona disastrata dall'enorme impianto di Vigiano, ambiente contaminato e turismo sparito. I lucani si sono trovati a pagare il miracolo petrolifero ben tre volte: sotto forma di tasse, sotto forma di resituzione dei prestiti e, infine, sotto forma di danni ambientali ed economici alla comunità.

La ricostruzione dell'aereoporto di Sofia, l'autostrada fra la Germania e l'Ucraina che attraversa la Polonia, e quella fra Grecia e Romania, che attraversa la Bulgaria. Tutti progetti che sarebbero cosa buona e giusta se fossero ideati con un minimo di razionalità e, soprattutto, di conoscenza del territorio e delle esigenze delle comunità locali. Ma quando si sfornano trecento progetti l'anno è difficile prendere in considerazione le alternative, rispettare le zone protette - stabilite, fra l'altro, dalla stessa Ue - e mantenere delle condizioni di lavoro dignitose. Ed ecco allora il solito baletto di ruspe e poliziotti, manifestarsi a qualsiasi latitudine come testimoniano la polacca Magda Stoczkiewicz, di Friends of Earth International e Anelia Stefanova, della Cee Bank Watch.

Mal D'Africa
Se la Bei è così disinvolta nei paesi europei si può facilmente immaginare di trovare il suo zampino in alcuni dei progetti più contestati del mondo, come le faraoniche dighe del Lesotho, in Sudafrica, o il mega oleodotto del Ciad, mille chilometri attraverso una delle ultime foreste primarie del pianeta. Quella sul Ciad è una campagna internazionale che va avanti da anni e che ha visto il progetto andare avanti malgrado la Banca Mondiale si sia defilata, proprio grazie ai soldi degli ignari contribuenti europei. La solita sceneggiatura a base di deportazioni e tangenti, ha però dei risvolti ancora più tragici nella realtà degradata di uno dei paesi più poveri del mondo. Le migliaia di lavoratori che sono stati portati a costruire l'oleodotto, ad esempio, hanno praticamente esaurito i pozzi di un paese in cui la siccità è storicamente il problema principale. Per evitare problemi alle multinazionali del settore, Exxon e Chevron prima di tutto, il governo ha messo in atto una capillare mlitarizzazione del territorio che, nell'ultimo anno, ha ucciso più di 200 persone. Inutile dire che ai lavoratori importati in loco dalle corporation, è tassativamente vietata qualsiasi forma di aggregazione sindacale.

Liberazione 9 novembre 2002
http://www.liberazione.it