Intervista alla moglie del leader, Fadwa Barghuti
«Con Marwan vogliono processare la Palestina»


Giancarlo Lannutti

Fadwa Barghuti, moglie del leader di Al Fatah e dell'Intifada Marwan Barghuti illegalmente detenuto in un carcere israeliano, è a Roma, reduce dalle giornate fiorentine del Social Forum e per partecipare questo pomeriggio alla commemorazione dell'intellettuale palestinese Wael Zwaiter nel trentesimo anniversario del suo assassinio per mano del Mossad. Le abbiamo chiesto di fare il punto sullo stato del processo cui Marwan è sottoposto e sulle sue prospettive. «Il 18 e il 23 novembre - risponde Fadwa Barghuti - si terranno due nuove udienze, nella seconda delle quali si discuterà della competenza o meno del tribunale israeliano a processare Marwan. Noi come avvocati, come suoi difensori, abbiamo presentato una eccezione di incompatibilità. Se in quella udienza il tribunale si dichiarerà competente, allora noi come Comitato di difesa popolare e come Comitato per la liberazione di Marwan Barghuti daremo il via a una vasta campagna a livello internazionale perché non riconosciamo affatto la competenza del tribunale israeliano; possiamo dire cioè che organizzeremo un processo contro il processo».

Alla luce dei precedenti e del pesantissimo clima attuale, quali sono le vostre previsioni sull'esito immediato di questa battaglia, almeno dal punto di vista giuridico?
«Bisogna sottolineare innanzitutto che la questione di Marwan Barghuti è una questione squisitamente politica, il suo è stato un arresto politico, e attualmente la stessa situazione politica della regione, della Palestina, non può certo essere di aiuto per il processo. Quando Sharon ha deciso di rapire Marwan, di operare un vero e proprio sequestro di persona in un territorio non suo, lo ha fatto perché sapeva benissimo che cosa rappresenta Marwan Barghuti, deputato nel Consiglio legislativo palestinese, membro del Consiglio rivoluzionario di Al Fatah, membro del Consiglio centrale dell'Olp e Segretario generale di Al Fatah. A queste cariche Marwan è stato eletto direttamente e liberamente, sia dal popolo che dalla base del partito; processando lui, Sharon vuole processare tutto il popolo palestinese e processare anche, in sostanza, chi ha stipulato la pace con Israele, perché Marwan rappresenta la parte che ha concluso gli accordi di Oslo. E' dunque, ripeto, un processo contro l'intero popolo palestinese e i suoi orientamenti di pace».

Un pretesto, insomma, per stroncare la lotta stessa del popolo palestinese per la sua indipendenza?
«Esattamente: attraverso Marwan il governo israeliano vuole processare dinanzi al mondo la lotta nazionale del popolo palestinese, presentarla come terrorismo, criminalizzarla e con ciò negarle il carattere di resistenza contro l'occupazione, pienamente legittima ai sensi delle leggi internazionali. Marwan lo sa molto bene, come lo sappiamo noi del Comitato di difesa; per questo abbiamo deciso di contrapporre al processo illegale contro Marwan un processo contro l'occupazione israeliana della nostra terra, che è la causa reale di tutto quello che sta accadendo, la radice di ogni violenza. Non si tratta dunque di una battaglia legale, perché Israele si mette al di sopra delle leggi e non riconosce il diritto internazionale; si tratta, al contrario, di una battaglia politica contro l'occupazione militare che rappresenta la forma più grave di terrorismo, sulla base della legalità internazionale, delle Convenzioni di Ginevra e degli accordi stipulati fra noi e gli israeliani a Oslo e dopo Oslo. Vogliamo dimostrare che Marwan è stato rapito e sequestrato illegalmente sul territorio palestinese nonostante la sua qualità di deputato eletto dal popolo palestinese e in violazione della immunità garantitagli dagli accordi di Oslo».

Che cosa possiamo fare, qui in Europa, per aiutare la vostra battaglia politica e legale in difesa di Marwan?
«Nel quadro della campagna internazionale a favore di Marwan è importante dare testimonianza delle sofferenze del popolo palestinese, della illegalità della occupazione israeliana, di quella che può essere definita una strategia di sterminio del nostro popolo in quanto tale, con centinaia di uccisioni, migliaia e migliaia di sequestri illegali di nostri giovani, la distruzione di migliaia di case e di alberi, la distruzione delle stesse basi della nostra vita quotidiana. Chiediamo ai nostri amici, a tutti i democratici di trattare il problema di Marwan Barghuti non come il problema di un leader arrestato, di una singola persona, ma come il problema di un popolo intero e del suo diritto alla resistenza. Fate sapere a tutti che Marwan ha combattuto una battaglia durissima per la pace: è stato fra i primi a battersi per gli accordi di pace di Oslo, ha girato tutti i villaggi, tutti i quartieri delle città per convincere la nostra gente della bontà del processo di pace e dei frutti che avrebbe potuto produrre. Per questo siamo certi che prima o poi Israele, malgrado tutto, sarà costretto a negoziare con Marwan Barghuti e con tanti altri quadri che oggi sono ingiustamente e illegalmente rinchiusi nelle prigioni. Ringrazio tutti gli amici europei e italiani che sono venuti nella mia casa, hanno espresso la loro solidarietà, sono venuti il 3 ottobre ad assistere al processo-farsa, e li invito ancora una volta ad essere lì, al nostro fianco, particolarmente nelle prossime due udienze e a far sentire la loro voce».

Si è parlato del tentativo di Sharon di far passare la resistenza, l'Intifada, come terrorismo. Non crede che attentati come quello nel kibbutz Metzer vadano contro gli interessi del popolo palestinese e aiutino di fatto Sharon?
«Noi siamo contrari all'uccisione di civili, sia israeliani che palestinesi. E voglio ricordare la linea che ha sempre sostenuto con forza Marwan, secondo cui bisogna lottare e resistere all'interno dei territori del 1967 e non ci può essere né pace né sicurezza per nessuno se non con due Stati per due popoli, l'uno accanto all'altro, in terra di Palestina. Cento giorni di torture fisiche e di pressioni psicologiche non sono serviti a fargli cambiare una sola virgola di questa posizione; e nell'aula del tribunale, con le mani legate, ha parlato in questo senso come se parlasse alla sua gente».

Liberazione 12 novembre 2002
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