Sinceramente non mi aspettavo un’attenzione così massiccia alla visita wojtyliana al parlamento italiano. A parte i telegiornali dedicati quasi per metà alla vicenda, tutte le rassegne stampa sono state praticamente occupate solo da essa.
I pareri che si sentono ovviamente sono tanti, ma la nota dominante è sicuramente l’approvazione del gesto e il trionfo per il “superamento definitivo del problema tra stato e Chiesa”. A parte i veterocomunisti e i Pannelliani, tutti hanno inneggiato a questo pontefice e hanno approvato il suo discorso, anche nei commenti quasi senza batter ciglio; addirittura inscenando uno pseudo-filo-clericalismo.
I modernisti salutano ciò come un ritorno dalla finestra di ciò che era stato cacciato dalla porta. I laicisti si compiacciono dei discorsi sui “diritti umani” e della distanza di questa Chiesa dall’odiata vecchia Chiesa. I pannelliani si dicono soddisfatti per la figura di Wojtyla anche “se c’è ancora qualcosa da cambiare” (i divieti verso aborto, sperimentazione, e morale sessuale). Insomma, contenti tutti. Ma chi è il vero vincitore in tutta questa vicenda?
Non certo Cristo. I suoi nemici giurati infatti non avrebbero mai e poi mai sostituito i “crocifige!” con gli applausi scroscianti.
Intanto vi è la sanzione ufficiale definitiva del parlamento massonico di origine anticlericale. E anche se Wojtyla condanna (in una frase del discorso) il relativismo etico, lo avalla poi dall’altra parte nei fatti. Inoltre, dovrà pur spiegarci come giustifica teologicamente la virata di atteggiamento di 180 gradi, come può contemporaneamente ritenersi erede di Pio IX e Leone XIII, e poi sostenere il contrario di ciò che essi hanno sostenuto e predicato. Dovrà pur uscire dall’ambiguità e fornire ai fedeli la giustificazione teologica di tutti questi cambiamenti.
“Ambiguità” credo infatti sia la parola che si attaglia meglio al suo comportamento: ci si accontenta di un programma di minima, di un comune denominatore coi laici, ammesso e non concesso che i “diritti umani” del 1789 e dell’ONU siano un qualcosa in comune con l’insegnamento della Chiesa e non un qualcosa di diverso e spesso di avverso.
Insomma, finché se ne stava zitto, si poteva anche credere (e gli entristi alla Messori potevano farlo credere) che conservasse nell’intimo la sana avversione per un’istituzione massonica e fattivamente malvagia; ma ieri (così come nella visita allo stato israeliano) ha gettato definitivamente la maschera, mostrando che in questa Chiesa post-conciliare non c’è ormai rimasto PIU’ NULLA DI TRADIZIONALE.




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