Bossi critica Andreotti, insorgono gli ex democristiani. L’Anm ai politici: non aggredite i magistrati
ROMA - Umberto Bossi esce fuori dal coro e relega il sette volte presidente del Consiglio condannato per omicidio a Perugia nella categoria dell’archeologia politica: «Andreotti è uomo che appartiene al passato, quando comandava la Dc che contribuì a disastrare il Paese». Non usa dunque alcun tatto politico il leader della Lega Nord, che ci tiene ad allontanare da sé ogni punto di contatto con il senatore a vita, al punto da affermare che lui, attuale ministro delle Riforme istituzionali, non conosce la storia dell’omicidio Pecorelli e i suoi clamorosi risvolti processuali: «Io non so niente di quelle cose lì, non so su quale base sia stata fatta questa condanna ma so che il ministro è uno che sta tra l’incudine e il martello e l’incudine, a volte, è la magistratura».
In altre parole, per Bossi la condanna a 24 anni inflitta ad Andreotti non costituisce un argomento degno di riflessione. A meno che non si tiri in ballo un tema molto caro alla Lega: «Andreotti è un uomo del passato. E oggi non c’è più l’assistenzialismo e anche il Sud vuole il federalismo perché è finita l’epoca di quell’assistenzialismo che fu un progetto democristiano».
Le frasi pronunciate da Umberto Bossi hanno scatenato una vera rivolta tra gli ex dc. Il più infuriato è Clemente Mastella dell’Udeur: «Sono rivoltanti le parole dell’onorevole Bossi sulla sentenza di condanna ad Andreotti». E così Mastella si rivolge a Silvio Berlusconi: «Ci farebbe piacere conoscere l’opinione e il commento del presidente del Consiglio sul giudizio nauseante dell’onorevole Bossi». Per l’ex presidente del Senato, Nicola Mancino, la condanna di Andreotti «sconcerta e addolora».
Con toni decisamente diversi si è aperto anche un altro fronte polemico: si tratta del giudizio espresso dal presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che ha parlato di «profondo turbamento» dopo la sentenza di Perugia. Risponde la Velina Rossa che fa riferimento a Massimo D’Alema: «A nostro parere, il capo dello Stato non può né direttamente né indirettamente esprimere "turbamenti" per l’esito di un processo, anche se l’imputato si chiama Andreotti». Ma nella nota redatta da Pasquale Laurito c’è anche un affondo contro il presidente del Consiglio: «Avrebbe fatto una figura assai migliore e da vero statista se si fosse fermato a una semplice solidarietà nei confronti di Andreotti».
Invece il segretario dei Ds Piero Fassino si muove diversamente: «Mi trovo e mi riconosco nelle parole del presidente della Repubblica perché questa è una vicenda che crea, credo, turbamento in molti cittadini». Fassino comunque ricorda anche che «non spetta alla politica sostituirsi ai magistrati e giudicare le sentenze».
C’è infatti un terzo fronte che riguarda i magistrati. E dopo gli ultimi attacchi alle toghe, scende in campo il vicepresidente dell’Anm, Carlo Fucci (Unicost): «Le critiche a un provvedimento giudiziario sono possibili, e talvolta possono essere anche di stimolo, dobbiamo però respingere le aggressioni ai singoli magistrati e la volontà di parte del mondo politico di volere inquadrare per forza i provvedimenti dell’autorità giudiziaria in ambito politico».
Non c’è dunque nulla di strano se in appello viene ribaltata la sentenza di primo grado. Parola di Giuseppe Lumia (Ds): «Perché nel nostro Paese ci sono state zone grigie, che hanno coinvolto anche esponenti di primo piano delle istituzioni, per cui non bisogna stupirsi di fronte a giudizi come quello di Perugia».
Dino Martirano
Politica




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