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Risultati da 1 a 6 di 6

Discussione: Scienza Senza Senso

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    Lo Stato italiano fa propaganda “contro il tabagismo” nelle scuole e, al tempo stesso, vende le sigarette anche ai bambini. Finanzia opuscoli spiegando che, per essere cittadini di successo, bisogna smettere di fumare e contemporaneamente esalta il simbolo di successo della Ferrari-Marlboro.
    Contraddizione? Non necessariamente. Forse le cose non stanno come si vuol far credere. Per esempio è ancora tutto da dimostrare che il fumo passivo sia una causa di cancro. Lo stesso può dirsi per l’elettrosmog, per la mucca pazza, per il surriscaldamento, e chi più ne ha più ne metta. Tutti rischi inventati o grandemente esagerati.
    Questo libro è una lettura indispensabile per capire come stanno le cose nel “paese dei balocchi” della scienza al servizio della politica. Ma è addirittura indispensabile per chi vuole essere protagonista di una nuova avventura. Pagina dopo pagina, viene spiegato da Steven Milloy, come “scoprire” un rischio, “dimostrarne” l’esistenza, “confezionarlo” e “venderlo”. In poche parole, come diventare famosi e ricchi.

    Per ordinare
    Fuma pure - scienza senza senso
    Manuale per difendersi dagli scienziati allarmisti
    di Steven Milloy - collana Eretica - Stampa Alternativa (euro 9,00)

    http://www.stampalternativa.it/catal...de/eret079.htm

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  2. #2
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  3. #3
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    Predefinito SSS - Il fumo passivo fa comodo a tutti

    Di Gian Turci

    Spesso un “rischio” viene esagerato per ragioni politiche. Questo è tanto più grave se quel “rischio” non gode di alcun fondamento scientifico, ma viene evidenziato solo da ricerche contraddittorie o addirittura non in grado di dimostrarlo. In questo senso, è esemplare il caso del fumo passivo.

    Milloy ci insegna come prendere un rischio non provato (o non provabile) e trasformarlo in una minaccia sociale o in un’epidemia meritevole di intervento pubblico a spese di un gruppo bersaglio. Ma la “scienza rottame” (specialmente quella concernente il fumo) non è un’invenzione nuova. Le sue origini sono nella campagna antifumo nazista, svoltasi tra circa il 1937 e la fine della Seconda Guerra Mondiale. Gli slogan che sentiamo oggi, e molte delle attribuzioni di malattie al fumo sono ispirati a – se non addirittura una ripetizione di – questo poco conosciuto aspetto della propaganda del Terzo Reich.

    Qualcuno potrebbe obiettare che, allora come oggi, esisteva una relazione tra fumo e cancro, e che il fatto che la campagna salutista sia stata concepita dai nazisti non diminuisce la sua importanza sanitaria. Sebbene quest’obiezione sia valida, allora come oggi esiste una inoppugnabile e mai ricordata realtà: la scienza non è in grado di dimostrare, anche per un solo paziente, una relazione diretta di causa-effetto con il fumo; vale a dire, non è possibile provare che il fumo sia la causalità eziologica singola anche di un solo decesso tra i milioni che gli vengono attribuiti. E questo, ironicamente, è ancora vero dopo oltre sessant’anni di ricerca e dopo che montagne di denaro ed eserciti di ricercatori sono stati impiegati nel tentativo di trovare una ragione che possa giustificare scientificamente (e quindi razionalmente) l’odio contro il fumo.

    Se si trattasse di qualsiasi altro soggetto, dopo così tanti fallimenti la logica ed il buonsenso detterebbero la necessità di capire ed ammettere che bisogna prendere una nuova strada, poiché la vecchia è costata troppo e non ha prodotto la tanto agognata prova. Infatti, se le immense fortune e risorse che sono state buttate nelle campagne antifumo fossero state messe a disposizione di ricercatori seri per esplorare tutte le strade per la cura del cancro ed altre malattie, forse oggi il discorso fumo non avrebbe comunque ragione di esistere. Ma forse è proprio questo il punto a cui non si vuole arrivare, perché stime moderate indicano che a livello mondiale l’industria antifumo costituisce un giro d’affari che oggi sfiora i 70.000 miliardi di lire l’anno, e che continua a crescere.

    Ai tempi dei nazisti come ai nostri, tuttavia, la guerra al fumo non fu spinta dal desiderio di raggiungere la salute dell’individuo, bensì dalla spesso voluta confusione tra salute morale, spirituale e fisica, ispirata ad un concetto puramente socialista: il campo delle scelte dell’individuo deve essere delimitato (e controllato) dal collettivo, cioè dallo Stato. Ma una valida obiezione si è sempre levata da coloro che sostengono il “diritto di farsi male”: io sono padrone del mio corpo e ne dispongo come voglio, a condizione di non fare male agli altri.

    La geniale creazione dei “pericoli” del fumo passivo permise finalmente di aggirare questo insormontabile ostacolo, e di giustificare l’imposizione di divieti e sanzioni contro una vasta fetta della popolazione, senza la necessità di mettere in rilievo le similitudini col pensiero nazista esistenti nello Stato Terapeutico. D’allora in poi, infatti, fumare non era più un atto privato, ma una minaccia per la salute pubblica che giustificava, anche moralmente, l’intervento dello Stato e la propaganda contro gli irresponsabili fumatori, vittime di un vizio che faceva male agli altri. Così, mentre oggi l’eroinomane gode della simpatia di certe forze politiche, non si ha nessun riguardo per il fumatore, se non quello riservato a un “malato contagioso”, bisognoso delle “terapie” a base di prodotti di cessazione generosamente messi a disposizione dalle multinazionali farmaceutiche; non è un caso, infatti, che enormi fondi siano elargiti agli attivisti antifumo proprio da Big Farma, che gode anche di pubblicità gratuita ed indiretta dalla campagna contro il fumo sostenuta con denaro pubblico.

    Il fumo passivo, più ancora di quello attivo, è una frode scientifica che è stata smascherata in numerose occasioni: persino dalla corte federale americana, che nel 1998 definì “fraudolento” il famoso studio della Environmental Protection Agency (citato da Milloy in questo libro del 1996) secondo cui tremila morti l’anno erano causate dal fumo passivo negli USA, ed ordinò la rimozione del fumo passivo dalla lista dei cancerogeni. Nello stesso anno, il più grande studio del mondo, commissionato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità alla IARC (International Agency for Research on Cancer) non trovò alcuna relazione tra fumo passivo e cancro polmonare. Un altro vasto studio, commissionato dal Dipartimento dei Trasporti americano nel 1989, ed effettuato con strumentazione scientifica di alta precisione, dimostrò in modo inoppugnabile che un non fumatore seduto nella sezione fumatori in un aereo dovrebbe volare cinque anni e mezzo senza sosta per inalare l’equivalente di una sigaretta, e che i naturalissimi raggi cosmici rappresentano un pericolo di malattia ben 641 volte maggiore del fumo passivo.

    Dei circa cento studi finora effettuati sul fumo passivo, solo uno marginale ha trovato una relazione col cancro con significato statistico. Le concentrazioni di tossici, anche in una camera annebbiata dal fumo, sono così infinitesimali da non raggiungere neppure i limiti di sicurezza anti-tossica più stretti del mondo, cioè quelli americani, mentre la maggioranza delle concentrazioni di componenti del fumo passivo dev’essere estrapolata teoricamente perché è tanto piccola da non poter essere misurata direttamente neppure con la più sofisticata strumentazione.

    Nonostante tale evidenza, che è tanto schiacciante quanto solida, sentiamo dire che “non c’è dubbio” sulla dannosità del fumo passivo, mentre i divieti si moltiplicano ed il martellamento di Stato, mediatico e degli attivisti si fa sempre più intenso. Perché mai? La risposta è semplice: il fumo passivo è un business . Infatti:

    · Offre al fumatore socialmente colpevolizzato (e che è già stato convinto di “farsi del male”) una ulteriore scusa per smettere di fumare, ed essere così “socialmente accettabile”.

    · Apre enormi mercati alle multinazionali farmaceutiche che, avendo convinto il fumatore di essere dipendente dalla nicotina (cosa molto opinabile) tramite le autorità sanitarie, offrono “rimedio” alla dipendenza con la vendita di costosi e inefficaci prodotti di cessazione (quasi tutti, si dà il caso, a base di nicotina).

    · Permette a politici, ricercatori e scienziati, medici e “professionisti antifumo” di trarre enormi guadagni politici e finanziari, puntando sul “cavallo del fumo”, che distrae il popolo da problemi reali e che offre notorietà mentre comporta rischio politico zero.

    · Aiuta i media a riempire spazio e tempo con disinformazione allarmista, di cui non si verifica l’accuratezza sia perché proveniente da fonti “sanitarie” (che nessuno osa mettere in dubbio, specialmente sul fumo), sia perché così si rispettano pienamente i dogmi del politically correct.

    · Facilita sbrigative, sommarie diagnosi mediche sulle malattie respiratorie dei non fumatori, essendo il fumo passivo un facile capro espiatorio che è intuitivo anche da parte del paziente.

    · Facilita l’interferenza legislativa dello Stato nel comportamento ed abitudini dei cittadini.

    · Permette a quei non fumatori cui “dà fastidio” il fumo di togliersi i fumatori d’attorno appellandosi alla salute, senza dover giustificare la loro intolleranza, che oggi può essere manifestata impunemente perché si sa di avere l’appoggio dello Stato; inoltre l’atmosfera sociale rende il fumatore esitante ad accendere in luoghi cosiddetti “pubblici” anche quando il divieto non è imposto. Non c’è da stupirsi che i non fumatori credano ai “pericoli” del fumo passivo.

    Una considerazione è però doverosa: quando medicina, Stato e istituzioni si prostituiscono a espedienti, si è raggiunto il fondo del pozzo morale del cosiddetto “Stato etico”, e bisogna prepararsi a soffrirne le conseguenze. Quando si permette, infatti, che la scienza sia distorta e usata contro un gruppo bersaglio di cittadini, la storia ci insegna che resta solo da chiedersi chi saranno le prossime vittime.

  4. #4
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    Predefinito Prefazione di Antonio Martino

    Questo agile e leggibile volumetto si occupa di un problema grave del nostro tempo: l’impiego di argomentazioni pseudo-scientifiche volte a distorcere la percezione del rischio, terrorizzare l’opinione pubblica ed indurre le autorità politiche all’adozione di misure limitative delle libertà individuali. Il fenomeno si inserisce in un quadro più ampio che dovrebbe preoccupare quanti hanno a cuore le libertà personali.

    E’ un fatto su cui forse non si riflette abbastanza che la libertà individuale è in pericolo sempre, in ogni tempo. Quello che cambia nelle varie epoche è la natura della minaccia che incombe sulla libertà, ma la lotta in sua difesa è continua: quella lotta non consente la vittoria – una situazione in cui la libertà abbia trionfato e non corra più pericoli – né, per nostra fortuna, la sconfitta definitiva – la perdita irreparabile delle nostre libertà. Ci sono alti e bassi, periodi in cui siamo più e altri in cui siamo meno liberi, ma la lotta per le libertà è senza soste: caratterizzerà sempre la nostra vita.

    Nel 1989 molti di noi si erano illusi che lo scontro feroce che aveva caratterizzato il XX secolo si fosse risolto a nostro favore, concedendoci un lungo periodo di libertà sicuramente conquistata. Sconfitto l’evil empire, che per lunghi decenni aveva minacciato il mondo libero, l’incubo collettivista sembrava scongiurato definitivamente. Le altre forme di statalismo non godevano di buona salute: sepolto il nazi-fascismo, erano state accantonate quasi tutte le idee perniciose che avevano turbato i sogni dei liberali nel corso del secolo. Nessuno osava più auspicare un sistema basato sulla programmazione centrale, o sostenere la nazionalizzazione di nuove attività economiche; la fiscalità di confisca, con aliquote marginali punitive, non aveva più sostenitori; il controllo di prezzi e salari, almeno verbalmente, era scomparso dai programmi dei maggiori partiti politici; l’idea che l’inflazione fosse motore necessario dello sviluppo e cura per la disoccupazione sopravviveva solo nei manuali di macroeconomia usati nelle università, ma nessuno aveva più il coraggio di menzionarla; il deficit spending in particolare, il keynesianismo in genere non sembravano godere più delle diffuse simpatie dei politici. In breve, tutti i miti malevoli dello statalismo che avevano dominato il XX secolo sembravano essere stati consegnati irrimediabilmente alla pattumiera della Storia. Ovunque, si dibatteva di privatizzazioni, di ampliare cioè l’ambito delle scelte private riducendo quello della politica, di riduzione del livello della spesa pubblica e delle tasse, restituendo così ai privati quel reddito che la politica aveva loro confiscato nel corso del secolo, di come in definitiva ridurre l’invadenza della politica nella società e nella vita. Almeno a parole, sotto il profilo della qualità del dibattito, gli statalisti sembravano avere subito una sonora, definitiva sconfitta.

    Purtroppo, come spesso accade negli affari umani, la realtà era assai più complessa di quanto suggerito dal, peraltro epocale, cambiamento intervenuto nel centro del dibattito politico, ed i nemici della libertà, sconfitti sul terreno della politica economica, si preparavano a cercare la rivincita con altre argomentazioni. La più formidabile di queste è probabilmente quella offerta dall’ambientalismo o, meglio, dall’eco-terrorismo, da quell’insieme di argomentazioni ammantate di pseudo-scientificità volte a terrorizzare l’opinione pubblica per convincerla che le libere scelte individuali, se non sottoposte al rigido controllo della politica, inevitabilmente si sarebbero tradotte in una catastrofe planetaria. La natura della catastrofe poteva anche essere diversa a seconda del momento – una nuova glaciazione, come si sosteneva inizialmente, o il riscaldamento globale, com’è ormai di moda da anni – ma l’essenza era sempre la stessa: i mercati, se liberi, producono catastrofi; la libera impresa privata, se non regolamentata dalla superiore saggezza ed onestà dei politici, mette in circolazione prodotti dannosi alla salute; il perseguimento razionale del proprio interesse o del proprio piacere (the pursuit of happiness, per dirla con i Padri Fondatori) è solo causa di guai; e così via.

    Si è andata affermando, anche se inconsciamente, nel corso degli ultimi decenni un’ipotesi anti-umana: la natura sarebbe perfetta se gli esseri umani, con le loro attività, non ne compromettessero l’equilibrio. Occorre, quindi, proteggere l’ambiente naturale dalle attività degli uomini; queste ultime devono, quindi, essere regolamentate, limitate o, più semplicemente, vietate.

    L’uso spregiudicato di argomentazioni pseudo-scientifiche (junk science) rappresenta nient’altro, nella quasi totalità dei casi, che uno strumento nella lotta che gli statalisti di ultima generazione conducono a danno delle nostre libertà. Questo volumetto di Milloy rappresenta un esempio della risposta della ragione all’aggressione perpetrata a danno delle nostre libertà da parte dei neo-statalisti. Milloy non è nuovo a questo genere di lavori: basti pensare a Junk Science Judo (Cato Institute 2001), che dovrebbe essere il vademecum per chiunque voglia difendersi dagli eco-terroristi. Né, per nostra fortuna, Milloy è l’unico a battersi: vorrei ricordare, fra gli altri, Julian Simon che, fino alla sua morte (8 febbraio 1998) si è battuto con tutte le sue straordinarie capacità intellettuali per dimostrare che, al contrario di quanto propalato dagli eco-terroristi, non siamo mai stati così bene da tutti i punti di vista (si veda il volume postumo It’s Getting Better All the Time, con Stephen Moore, Cato Institute 2000, o The Ultimate Resource, Princeton University Press 1981). O si pensi a quanto hanno contribuito a riportare il dibattito a livelli razionali scienziati come Bruce Ames o S. Fred Singer.

    Ma la battaglia è molto dura: per potere smantellare l’enorme mole di falsità propalate dagli eco-terroristi bisogna riuscire ad interessare l’opinione pubblica ad argomentazioni non sempre intuitive, che presuppongono talora anche conoscenze specifiche non sempre largamente diffuse. Ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare; come sostenuto da Thomas Paine nel 1776, alla vigilia della battaglia di Trenton: “La Provvidenza sa come attribuire un prezzo appropriato ai suoi beni; e sarebbe davvero molto strano, se un bene così importante come la Libertà non si dovesse pagare a caro prezzo.” Se non molleremo, se renderemo noti i lavori degli studiosi e dei divulgatori come Milloy, potremo vincere anche questa, che è la battaglia del nostro tempo.

    Roma, 14 aprile 2002


    http://www.legnostorto.com/node.php?id=1060

  5. #5
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    Predefinito Scienza Senza Senso: il primo capitolo

    Se vuoi leggere il primo capitolo, clicca qui: http://www.legnostorto.com/node.php?id=1062

  6. #6
    olivia
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    il fumo fa male mi sento di dirlo ancora una volta...quello attivo e quello passivo sui vostri bambini o su conviventi che hanno problemi alle vie respiratorie come l'asma ad esempio...il fumo è il principale inquinante degli ambienti confinati...ho già citato uno studio datato ma molto valido: lo studio di Framingham per chi volesse curiosare

    ho voglia di ribadire questo perchè ho trascorso una giornataccia in un reparto specialistico di una clinica del nord italia dove si occupano quotidianamente di danni gravi da fumo...andate a dirlo a quei cardiologi che è scienza rottame!detto questo non voglio proibire nulla a nessuno ....che ognuno si faccia male col mezzo che meglio preferisce ma diciamolo ,che è farsi del male!

 

 

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