Lettera dell'obbietore Yigal Bronner da un carcere israeliano
Yigal
«Umiliare un essere umano è peggio che stare in galera»
(Traduzione di Sabrina Fusari)
Cari amici, vorrei condividere con voi alcuni pensieri che mi passano per la testa mentre trascorro lunghe ore a pelare cipolle, a lavare decine di pentole sporche, o quando cerco di spiegarmi davanti alle persone che mi circondano, gente che non riesce a comprendere le mie ragioni. Perché un uomo della mia età, sposato con due figli, "deve fare così"? Perché ho deciso che valeva la pena di rifiutarsi di prestare servizio militare nei territori occupati?
Queste domande mi hanno spinto ad esaminare le mie azioni dal punto di vista degli altri prigionieri. Eccomi qua: un uomo di 36 anni incarcerato insieme ad altri soldati che hanno la metà dei suoi anni, separato dalla sua famiglia, soggetto a vari divieti, tra cui quello di togliersi il cappello (anche in cella o durante i pasti), di usare cuscini e lenzuola, di portare l'orologio, di mangiare nel refettorio (mangia infatti nel corridoio, su un tavolino pieghevole accanto alla sua cella, ma sempre dietro le sbarre) e di parlare mentre lavora o mangia. Quest'uomo è costretto a lavorare per quattordici ore al giorno (in cucina o nella pulizia dei bagni del carcere), a mettersi sull'attenti e urlare "Attenti! " ogni volta che passa un ufficiale, nonché ad obbedire ad una lunga lista di ulteriori ordini e proibizioni, la cui sola finalità è quella di umiliarlo.
Perché mai una persona, nel pieno delle sue facoltà, dovrebbe sottoporsi ad una simile tortura? Per rispondere a questa domanda in modo serio, occorre rammentare l'alternativa, ossia quello che mi sono rifiutato di fare. Certo, ora cercano in ogni modo di umiliarmi imponendomi molte regole, ma credo che il fatto di umiliare un altro essere umano sia di gran lunga più avvilente. Guardare, per esempio, negli occhi di un palestinese ad un checkpoint ed impedirgli di arrivare al lavoro, a scuola, o all'ospedale. Guardare negli occhi dei residenti a cui si è appena imposto un altro giorno di coprifuoco, un coprifuoco che sembra non avere inizio né fine. Guardare negli occhi di un contadino mentre si esegue l'ordine di distruggere i suoi frutteti, o ancora negli occhi di una famiglia un attimo prima di distruggerle la casa. E vedere la propria immagine riflessa negli occhi di queste persone: un soldato disprezzato davanti a persone sgomente che gli chiedono pietà. Tutto questo, per me, è molto, ma molto più umiliante.
C'è, ovviamente, chi afferma che la presenza di persone come me nei territori occupati potrebbe conferire maggiore umanità all'occupazione. Perché no, forse si può riuscire a distruggere un frutteto con gentilezza, a demolire una casa con modi tranquilli e civili e magari anche ad espellere un'intera popolazione dal proprio villaggio - com'è stato fatto a South Ebron - in modo meno violento e più organizzato. Pare che sia effettivamente possibile sradicare ed opprimere un intero popolo con assoluta calma. Ma resta pur sempre una domanda a cui rispondere: una persona che vuole mantenere intatta la propria umanità può riuscire a compiere tali azioni?
Per me, la risposta è chiara: No. Perciò, quando noi obiettori dichiariamo che esistono cose che una persona giusta non fa, non intendiamo parlare del lavoro di cucina, perché quello è un lavoro pieno di dignità. Ci riferiamo invece alle azioni che umiliano e negano l'umanità dell'Altro. Non c'è dubbio che è meglio stare in galera, isolati, con un cappello sempre calcato sulla testa, in silenzio, lavando piatti o mondando cipolle. Preferisco di gran lunga le lacrime versate per via delle cipolle piuttosto che il pianto che mi sale alla gola ogni volta che penso alle immagini dell'occupazione.
Con affetto, Yigal Bronner
Liberazione 13 novembre 2002
http://www.liberazione.it


Rispondi Citando
