L’attentato quotidiano

di Igor Man

E’ un ceffone, l’attentato di Mombasa: umilia. L’immediata pietà per gli innocenti turisti dell’Hotel Paradise (trasformato in un infernale tritato d’uomini e cose) non deve distrarci da una constatazione amara. Vediamo. Contro il terrorismo, questo terrorismo nuovo idealizzato da Khomeini al tempo della guerra con l’Iraq stabilendo, l’imam, che suicidarsi per punire i «cani rognosi» non è peccato mortale bensì la scorciatoia al Paradiso islamico, non basta la più attenta vigilanza. L’imprevedibilità batte la prevenzione; meglio: l’intelligenza distorta del terrorista plagiato da cinici apprendisti stregoni anticipa l’intelligence. Il 7 di agosto del 1998 due catastrofici attacchi dinamitardi fracassarono l’ambasciata americana di Nairobi, in Kenya, e quella a Dar es-Salam, in Tanzania. I morti assommarono a 224, dodici gli americani. A Nairobi i feriti furono 5 mila, molti rimasti, poi, invalidi. Subito dopo quel massacro, attribuito a una cellula terroristica prossima alla «rete» di Osama bin Laden, a Nairobi si installò un sofisticato ufficio, permanente, di intelligence americano: «per prevenire nuovi attentati mortali». Di più: in Kenya opera un centro di osservazione e informazione del governo israeliano.

Il Kenya non era, dunque, un bersaglio facile (soft target) giusta la stima dell’intelligence americano, vale a dire un paese dove poter colpire senza soverchio pericolo luoghi o edifici simbolici degli «infedeli». Invece s’è rivelato fragile, accessibile: ecco perché non è improprio parlare di umiliazione subita, ovviamente a diversi livelli, da noi due volte «infedeli»: perché condanniamo la sharia, perché siamo alleati degli Stati Uniti. Sarebbe tuttavia non corretto attribuire alla anonima assassini senza anonimato a suo tempo creata da Osama (quando i russi erano in Afghanistan e lo Sceicco della Morte aiutava gli Usa a combatterli), la strage al Paradise. Prima della mattanza di Bali, opera di una cosca islamista, la Jane’s Intelligence Review pubblicò un rapporto-previsione (12 pagine secche) il cui succo è il seguente.

La «rete» di Osama è dispersa e in crisi però resistono suoi «focolai» capaci di attentati contro obiettivi civili: multinazionali, balere, alberghi, eccetera, frequentati da «infedeli». Non esiste, oggi, una «strategia coordinata», non fosse altro perché Osama, o chi per lui: di suoi cloni ce ne sono sin troppi -, è kaputt; niente Spectre in turbante bensì una sorta di «spontaneismo assassino» nutrito sì dal fanatismo blasfemo d’impronta talebana ma altresì dalla frustrazione palestinese. Abbiamo già, su questo giornale, parlato di «contagio», cioè di «attentati per imitazione», copycat terrorism, nel gergo dell’intelligence. Bali, e per certi versi Mombasa, conforterebbero la tesi del «contagio». O, peggio, dell’emulazione: ad uccidere l’inerme Walter Tobagi non furono le Br ma sciagurati ragazzi che ambivano a farne parte. Jane’s stima che ancora per due anni è possibile qualche «picco terroristico» - un po’ qua un po’ là -, per il resto sarà routine: dura da sopportare, certo, ma destinata a misera deriva. Come ha realisticamente scritto, proprio sulla Stampa, Abraham B. Yehoshua, dovremo adattarci a convivere col terrorismo. Fino a quando? Dio solo lo sa. Noi tuttavia sappiamo che lo stagno in cui nuota il terrorista è quello della negata giustizia (storica) agli innocenti.

La Stampa 29 novembre 2002