Cinque persone, fra cui una donna con i due figli di 4 e 5 anni, uccise da un palestinese a Metzer, isola di dialogo e cooperazione fra i due popoli
Strage nel kibbutz dei pacifisti
G. L.
Se ci fosse stato bisogno di una riprova della insensatezza - oltre che della inaccettabilità - degli attentati, suicidi o meno, contro i civili in Israele la si è avuta la scorsa notte in modo drammaticamente eclatante con l'attacco al kibbutz Metzer in Galilea, cioè nel nord di Israele, a un tiro di schioppo dalla «linea verde» che segna il confine dei territori occupati, attentato che ha provocato cinque morti fra cui una donna e i suoi due bambini di 4 e 5 anni: il kibbutz è infatti abitato da pacifisti, che da tempo mantengono rapporti di buon vicinato e di collaborazione con i palestinesi di un antistante villaggio cisgiordano, al punto da aver offerto il loro territorio per farci passare il muro che Sharon vuole costruire tra Israele e la Cisgiordania e che in caso contrario toglierebbe ai vicini palestinesi altra terra, riducendoli di fatto alla fame. Una vicenda tragica e al tempo stesso emblematica, che contrappone le ragioni della pace e della convivenza a quelle della guerra e della sopraffazione; ragioni che i kibbutzim di Metzer hanno avuto la forza morale e il coraggio civile di riaffermare anche ieri, dopo il terribile lutto che li ha colpiti.
Il kibbutz era stato fondato nel 1953 da un gruppo di ebrei immigrati dall'Argentina. Per una singolare coincidenza era stato visitato di recente da una troupe della Rai per uno «speciale» che è andato in onda proprio domenica sera, senza saperlo quasi in coincidenza con il tragico raid. Uno dei dirigenti del kibbutz aveva mostrato il tracciato del «confine», che finora è segnato solo da una sorta di reticolato e dove dovrebbe passare il muro di Sharon, e ha parlato delle pressioni esercitate sull'esercito perché modificasse il tracciato originariamente previsto e che era tutto a danno dei vicini palestinesi; e aveva parlato a lungo anche dei rapporti di buon vicinato con gli abitanti di quel villaggio, di come li avessero spesso aiutati, ad esempio anche a raggiungere, in caso di necessità, gli ospedali in Israele. Per questo l'attentato ha provocato un vero e proprio shock, ma non ha cambiato l'atteggiamento dei kibbutzim, come essi stessi hanno dichiarato ieri - pur fra le lacrime e il dolore - al corrispondente dell'Ansa. Poco dopo si sono recati a Metzer i notabili del villaggio palestinese, anch'essi con le lacrime agli occhi, per portare le loro condoglianze e condannare con la massima durezza quanto è accaduto.
Il fatto è tanto più grave se si considera che l'attentato è stato rivendicato dalle Brigate dei Martiri di Al Aqsa, che è una filiazione di Al Fatah, cioè del partito di Arafat, dunque in palese ed eclatante violazione dell'ordine impartito nei giorni scorsi dallo stesso Arafat di sospendere ogni azione armata contro Israele e la popolazione civile: sembra un incoraggiamento a Sharon che da quasi due anni fa di tutto per delegittimare il leader palestinese. Tanto più dura dunque la condanna formulata dall'Autorità nazionale palestinese che ha definito l'attentato «un crimine gravissimo» e ha ordinato un'inchiesta per individuare ed arrestare i responsabili; mentre il governo Sharon, come al solito, se l'è presa proprio con Arafat, e il neo-ministro degli Esteri Netanyahu ha detto che prima o poi - ma sembra di capire più prima che poi - ci si dovrà decidere a espellerlo dai Territori. Il neo-ministro della Difesa, il «falco» Mofaz, sta preparando una «durissima» rappresaglia, dopo che nella notte era stato già bombardato dagli elicotteri il centro di Gaza; e il tutto non mancherà di far sentire il suo peso nella campagna per le elezioni politiche israeliane, che proprio ieri sono state ufficialmente fissate per la data, già nota, del 28 gennaio prossimo.
L'attacco, a quel che risulta, è stato compiuto da un unico palestinese armato di kalashnikov. Gli eventi della tarda serata e della notte hanno avuto un ritmo incalzante, drammatico. Dapprima nei pressi di Tulkarem due palestinesi sono saltati in aria in un'auto intercettata dai soldati, i quali affermano che i due preparavano un attentato suicida. Poco più tardi c'è stata l'irruzione nel kibbutz di un palestinese che ha aperto il fuoco prima all'aperto e poi dentro una casa, dove sono state appunto uccise una madre con i suoi due figli di 4 e 5 anni che dormivano nei loro letti, mentre fuori sono morti due uomini. L'esercito ha dato il via a una massiccia caccia all'uomo, ma senza alcun esito. Un po' più tardi elicotteri Apache hanno lanciato otto o dieci missili contro un edificio nel centro di Gaza che secondo il comando israeliano ospitava una fabbrica di razzi; l'edificio è andato distrutto e quattro palestinesi sono rimasti feriti. In giornata poi un bimbo palestinese di 2 anni è stato ucciso dai soldati a Rafah (Gaza), mentre uno di 8 anni è morto per precedenti ferite; un altro bambino di 9 anni è stato gravemente ferito a Tulkarem.
Nella mattinata si sono susseguite le dichiarazioni. Prima la rivendicazione delle Brigate Al Aqsa che hanno definito l'attacco una «rappresaglia per la continua aggressione sionista» e per la uccisione nei giorni scorsi a Jenin di un leader della Jihad islamica, Iyad Sawalha. Poi la citata condanna dell'Anp, con la quale fra l'altro «la dirigenza palestinese, sulla base delle proprie posizioni politiche e morali, censura e respinge il fatto stesso che civili, siano essi israeliani o palestinesi, si vedano esposti al pericolo nonché ad essere attaccati». Da parte israeliana, come si è accennato, Benjamin Netanyahu, citato dalla radio militare, ha detto che bisognerà «espellere il regime terroristico» di Arafat, precisando però che non premerà su Sharon perché ciò avvenga subito (il premier come si sa ha promesso a Bush di non toccare Arafat per non creare alla Casa Bianca problemi con i Paesi arabi) ma aggiungendo che bisognerà «trovare il tempo appropriato» alla luce «degli sviluppi internazionali in corso», con un implicito quanto sinistro riferimento al possibile, e forse imminente, attacco americano contro l'Iraq. Quanto alla rappresaglia che si prepara, il ministro della Difesa, ed ex-capo di stato maggiore, Shaul Mofaz ha dapprima riunito i responsabili della sicurezza e si è poi incontrato con lo stesso primo ministro Sharon.
Liberazione 12 novembre 2002
http://www.liberazione.it


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