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    Predefinito Che fine ha fatto la politica estera?

    Che fine ha fatto la politica estera?
    Davvero Alleanza Nazionale non è in grado di elaborare una politica estera originale "altra" rispetto a un semplice appiattimento su un forse poco credibile "ultraoccidentalismo di ritorno"?

    A questo proposito, e sperando di sentire anche il parere dei frequentatori di questo Forum , pubblichiamo un intervento di Marcello De Angelis, direttore del mensile della Destra Sociale Area, sulla questione irakena, tratto da destrasociale.org

    GUERRA E PETROLIO


    "Il mio razionalismo non è autosufficiente, ma poggia su una fede irrazionale nell’atteggiamento di ragionevolezza". Così scriveva Karl Popper. La cultura delle democrazie occidentali, che Popper tanto amava, ha bandito gli argomenti ragionevoli da qualsiasi discorso che riguardi i conflitti armati. Ha sancito che la violenza, e dunque la guerra, sia di per sé un male e quindi, ogni qual volta si prospettino eventualità belliche, vediamo il triste spettacolo di esimi colleghi giornalisti avventurarsi, sulle più prestigiose testate, in spericolate acrobazie giustificative della strage imminente. E questo non è ragionevole.

    Perché dobbiamo continuamente essere trattati da persone prive di capacità analitiche e critiche proprie, è un mistero. E anche un insulto alla democrazia, a dire il vero. La democrazia presuppone il principio che ognuno abbia un’opinione personale da formulare ed il diritto di formarsi un’opinione tramite l’informazione.

    Perché dirci di continuo che dobbiamo fare delle guerre per salvare il mondo dai tiranni? Perché rimbalzarci di continuo, in un vero gioco al rialzo, le affermazioni di chi prepara l’aggressione come se fossero verità al di là di verifica? Non è serio, non è professionale e non è ragionevole.

    E chi prova ad usare un approccio un po’ più scientifico e fattuale, si ritrova presto nel gioco al massacro dei filo e degli anti, categorie quanto mai imbecilli.

    Noi faremo anche questa volta il nostro lavoro scomodo, forse involontariamente provocatorio, cercando di leggere gli eventi con ragionevolezza.

    Le guerre si fanno per interesse. Se si afferma che una guerra è necessaria per "salvare il mondo", si dovrebbe avere almeno la decenza di specificare che si tratta del "proprio mondo", perché nessuno sano di mente può oggettivamente rivendicare l’autorità morale di rappresentare il mondo intero o addirittura la totalità dell’umanità. Uno psichiatra non potrebbe che confermare questa diagnosi.

    Un’analisi dunque, seria e scientifica, fattuale ed oggettiva, dovrebbe partire dall’identificazione dei soggetti in campo, puntualizzarne gli interessi ed infine giungere alle ragionevole conclusioni. Senza bisogno di ulteriori giustificazionismi. Le guerre non possono esser considerate "giuste" od "ingiuste", perché nelle guerre muoiono moltitudini di esseri umani, quasi tutti innocenti.

    Dunque, il primo punto da chiarire è la vera ragione per la quale si dovrebbe andare a radere al suolo l’Iraq, più di quanto già non lo sia dopo dodici anni di embargo.

    Dobbiamo rendere grazie alla stampa statunitense, di gran lunga la più libera e responsabile nell’analisi critica dell’operato delle proprie amministrazioni, per la lucidità con la quale le ragioni dell’imminente conflitto ci vengono esposte. Grazie ad essa scopriamo ad esempio il cruccio degli americani dinanzi al continuo calo della propria produzione petrolifera ed alla corrispondente crescita della domanda interna.

    Apprendiamo che attualmente l’Iraq rifornisce gli Usa di 800mila barili di greggio al giorno, il nove per cento dell’importazione complessiva degli Usa, che comprano il petrolio da società di intermediariato aggirando l’embargo con il programma "petrolio in cambio di cibo".

    Michael T. Klare scrive, in un’articolo ripreso da Internazionale, che "Washington sembra fortemente preoccupata dai rapporti secondo cui Baghdad ha firmato alcuni contratti per lo sfruttamento delle risorse petrolifere con una serie di società non-statunitensi consegnandogli il potenziale controllo sulle riserve inutilizzate dell’Iraq".

    L’Iraq avrebbe già venduto diritti di sfruttamento pari a 44 miliardi di barili di petrolio. Secondo le informative Usa, tra le società contraenti ci sarebbero le europee Eni e TotalFinaElf, la russa Lukoil e la China National Petroleum Company. Ovviamente lo sfruttamento è bloccato dal vigente embargo (il che potrebbe spiegare, da un lato l’impegno degli Usa a prolungarlo e, dall’altro, le pressanti richieste del resto del mondo per sospenderlo). La conclusione di Klare è che l’unico modo per impedire che queste immense risorse finiscano in mani non-statunitensi sia organizzare un "cambiamento di regime" ed insediare un governo che faccia carta straccia di questi accordi.

    Il governo alternativo è ovviamente già pronto: per il momento ha sede a Londra, da dove Faisal Qaragholi (stranamente ingegnere petrolifero) ha già promesso la revisione degli accordi sottoscritti con società italiane, francesi, russe, cinesi, indiane, algerine e vietnamiti.

    Secondo il quotidiano francese Libération, l’obbiettivo degli Usa sarebbe quello di arrestare l’espansione cinese, nonché prendere il controllo delle due principali regioni petrolifere del pianeta, Medio Oriente e Mar Caspio, dove si trovano il 75 per cento di tutte le risorse del mondo. Il prossimo target sarebbe l’Arabia Saudita, una volta alleato eccellente degli Usa, ormai ritenuto inaffidabile. Sempre secondo la stampa francese, Washington favorirebbe un cambiamento di leadership anche a Ryad, mirando ad istituire un protettorato nella provincia petrolifera dello Hass, dove si trova la quasi totalità delle riserve saudite.

    Questi pochi elementi sono sufficienti per comprendere quali siano gli interessi Usa e giustificare la volontà bellica americana. Abbastanza anche per comprendere la ritrosia di Francia e Germania a mettersi al seguito della missione e per intuire l’agitazione in campo cinese e mediorientale.

    Il punto che resta da chiarire è dove risieda l’interesse dell’Italia, cioè se sia più assennato preservare gli accordi già stipulati, oppure confidare in un trattamento di favore da parte degli Usa quando ci sarà da spartirsi le spoglie irachene...

    Marcello De Angelis





    Il Sito di Area Cantiere Umbria

  2. #2
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    Vista l'importanza del tema, abbiamo deciso di metterlo in rilievo.
    Attendiamo i vostri contributi :-)

 

 

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