Re: A quando il processo...
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Originally posted by mustang
Persino Fassino ha a stento trattenuto un "conato di vomito".
Serve urgentemente una riforma della giustizia - ha detto-.
Questo in effetti mi fa sorgere il sospetto che Perugia e Cosenza abbiano un significato politico, diciamo leggermente berluschino?
Re: A quando il processo...
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Originally posted by mustang
Persino Fassino ha a stento trattenuto un "conato di vomito".
Serve urgentemente una riforma della giustizia - ha detto-.
Ma va?
Ma Fassino non è stato ministro di Grazia e Giustizia fino a qualche tempo fa? ....Si è accorto che la Giustizia italiana , per anni controllata dal suo dicastero , non funziona affatto bene , solo vedendo la cosa dalla prospettiva dell'opposizione?
Gli auguro allora di restarci per i prossimi trent'anni , così diverrà veramente un fine osservatore politico.
Saluti.
ORIGINE DELL'ATTUALE SITUAZIONE DELLA GIUSTIZIA
http://www.legnostorto.com/node.php?id=1136
Mandato da Gianni Pardo Martedì, 19 Novembre 2002, 20:31 uur.
La sentenza Andreotti un merito l'ha di sicuro: si discute di giustizia con una pacatezza e una mancanza di "certezze assolute" che consola. Purtroppo, punto comune è il dubbio che aleggia, da ogni parte, sulla credibilità della magistratura. E ci si può chiedere come si sia giunti a questo punto.
A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il partito comunista ha pianificato la conquista dell'intellighenzia. E il piano è riuscito, sia perché la Dc non lo ha contrastato (pensava al potere e al denaro), sia perché in Italia chiunque fosse per un minimo laico, non ne poteva più di un paese bigotto. Non si potevano dire le parole "amante" e "coscia". Se uno avesse detto in pubblico la parola "preservativo" avrebbe rischiato l'esilio nel Ponto Eusino. Le ballerine della televisione, poverette, danzavano con i mutandoni della nonna, tanto che fecero scandalo le gambe (coperte solo dalle calze!) di Zizi Jeanmaire, quando cantava "Mon truc en plumes". Per essere laici e moderni, salvo far parte dei quattro gatti liberali, non si poteva che essere di sinistra.
Ovviamente ci si può chiedere come mai tante persone per bene potessero aderire a quell'orrore che si chiamava Pci. Come potessero sostenere Stalin, buonanima, finché il Padreterno gliel'ha conservato. La risposta è che gli intellettuali - a forza di tenere gli occhi fissi sull'alto ideale - hanno meno buon senso della casalinga di Voghera. Venuti su in famiglie agiate e da sempre lontani dalla dura necessità, sono pronti a combattere per le cose più astratte. E rimangono impermeabili alla realtà come ai ragionamenti più semplici, tanto da essere stati capaci di preferire le parole del comunismo ai risultati del capitalismo. Il muro di Berlino per esempio non era quello di una prigione, ma una profilassi contro la corruzione dell'Occidente. Come dicono gli inglesi, "se puoi credere questo, puoi credere qualunque cosa". E loro, appunto, credevano qualunque cosa.
Il risultato di questo atteggiamento irrealistico, divenuto movimento, è stato il '68. Stato d'animo che infatti in Italia è durato infinitamente di più che a Berkeley, dove è nato, o in Francia, dove ha condotto quasi ad una rivoluzione.
I magistrati - intellettuali fra gli altri, ma meno di altri sottoposti alla dura battaglia per la sopravvivenza - sono dunque divenuti, caratteristicamente, idealisti e di sinistra. A questo punto, in perfetta buona fede, e anzi credendo di fare cosa meritoria, si sono messi a fare politica. La stessa esistenza di correnti targate politicamente, in magistratura, dimostra che i giudici non hanno temuto di manifestare le loro simpatie politiche. E perché avrebbero dovuto temerlo? Per loro era un merito. E tuttavia questo ha fatto scadere la figura del giudice che per la gente, caratteristicamente, avrebbe dovuto essere super partes.
Ma c'è stato di peggio. Alcuni inquirenti si sono autonominati salvatori della patria. Molti di loro si sono sentiti il ferro di lancia contro quei partiti politici e quelle personalità che, a loro giudizio, arrecavano male all'Italia. Ed eccoli pronti a distruggere la Dc, odiata più caldamente da loro che da Togliatti, e a rivoltare l'Italia come un calzino.
Alcuni magistrati, appena hanno avuto il via libera costituito dal crollo dell'Unione Sovietica, e dunque dal timore dell'Armata Rossa, si sono lanciati come una muta di cani dietro la volpe, ricavandone anche visibilità e potere. Quando non seggi senatoriali. Le volpi erano anzi due, la Dc e il Psi. Con i risultati che si sono visti. Ma questo non bastava. L'odio per la Dc era tale che bisognava anche giungere alla damnatio memoriae, a riscrivere la storia. La cosa è stata pianificata da un eminente responsabile del Pci-Pds e portata avanti da altri magistrati torinesi e palermitani. Poiché però, mentre l'inquirente può non avere scrupoli, il giudicante qualche scrupolo lo ha, si è avuto il risultato di una moltitudine di assoluzioni sgradite. La lista è lunghissima: va da Andreotti, appunto, contro cui ci si era avventati come per abbattere un simbolo assolutamente centrale, a Mannino e a tanti altri, senza dimenticare Carnevale, ostacolo sulla via di una "giustizia" mirata e sbrigativa.
Ciò che gli idealisti in generale, e quelli in toga in particolare, non potevano prevedere, è che il risultato finale è stato, sì, la sconfitta della Dc, ma anche della magistratura. La gente avrebbe applaudito condanne fondate e mantenute tali in tutti i gradi di giudizio ("gliel'hanno fatta pagare", avrebbe detto) ma, a ragione o a torto, da cento sentenze contraddittorie, magari dopo anni di processi e di carcerazioni preventive (Contrada), ha dedotto che la magistratura fa politica, non è in buona fede e non è affidabile. Anche la gestione dei pentiti in questo senso è stata un boomerang. La gente ha detto: credono di più a un pluriassassino che a un poliziotto come Contrada, più a un boss mafioso (che ha Redipuglia, nell'armadio), che ad un Andreotti e mentre tengono Contrada in galera mandano Buscetta in crociera, con tanto di documentazione fotografica. In totale i magistrati sono stati visti non come anonimi sacerdoti in toga, ma come uomini, partigiani e senza scrupoli. Un totale disastro. Tutto questo - è il caso di ripeterlo - mentre essi credevano d'agire per il bene della collettività.
E ora c'è la condanna di Andreotti, da più parti è dichiarata "politica" e comunque scandalosa. Ma è politica? In realtà, c'è il rischio, dichiarandola tale, da far divenire politica o scandalosa anche l'eventuale assoluzione. Se una decisione è politica, lo è qualche che sia il suo segno. Inoltre non si può escludere la buona fede dei giudici: a tutti va concessa la presunzione della buona fede. Il guaio risiede altrove.
La sentenza è politica in un altro senso: perché ha effetti politici de facto. È politica perché, mettendo d'accordo sull'esistenza del problema sia il centrosinistra che il centrodestra, compone un vecchio dissidio e potrebbe condurre (ma è poco probabile) ad un'azione comune per riformare la giustizia.
In secondo luogo e soprattutto, la sentenza è politica perché molti dei commentatori si dimostrano convinti che alla condanna si sia giunti in assenza di riscontri concreti e sulla base di un teorema nato a sua volta da convinzioni preesistenti. Cioè sulla base d'un modo sbagliato e inammissibile d'amministrare la giustizia. L'insistenza di molti sulla mancata identificazione degli autori materiali del delitto, dei collegamenti fra mandanti e mandatari, etc., l'insistenza cioè sul notare che la condanna deriva più che altro da una frasetta vaga di un grande delinquente, dimostra che tutti sono disposti a credere che in Italia sia possibile condannare qualcuno sulla base di "prove logiche", teoremi, presunzioni. Del resto, un caso non del tutto dissimile, almeno per come lo propone la pubblicistica, è quello di Previti e coimputati.
Un processo celebre - se ha implicazioni politiche - deve essere condotto dalla magistratura con un tale scrupolo da convincere anche la collettività. In passato la considerazione della magistratura è stata tale che le sentenze hanno effettivamente convinto. O perché non c'erano implicazioni politiche d'alcun genere (processo alla "belva" Rina Fort, al maestro Graziosi, alla contessa Bellentani, ecc.) o perché (scandalo Lockheed) il prestigio della magistratura era ancora tale che si accettava la condanna di un ministro (Tanassi) senza scandalo e senza sospettare motivi politici. Oggi la condanna di Andreotti ha questo, di malauguratamente politico: che nessuno crede più a questa magistratura e a questo genere di processi. Non si può arrestare un Musocco candidato in importanti elezioni, tenerlo in galera, per poi assolverlo. Musocco ha patito una carcerazione ingiusta, ma la magistratura ha patito un'indelebile diminutio. Lo stesso vale per Calogero Mannino, Gamberale, e gli altri. La situazione attuale è tale che si ha la tentazione di appoggiare la fronte sulla mano e piangere in silenzio.
Il problema della giustizia non è la modifica di qualche norma, ma la riconquista della fiducia del popolo italiano.
Gianni Pardo