Piove: saltati i progetti di scampagnata, i cinema vengono presi d'assalto da famigliole in crisi da eccesso di tempo libero. Mamma, papà, figlioletti schiodati a fatica dalla playstation. Scelgo un cinema periferico, uno dei pochi rimasti a non essere afflitti dal virus dei multi-cinema, piccole sale infrequentabili da ipermetropi. Questo è evidentemente un vecchio teatro riadattato, 1000 posti, enorme, spesso vuoto, un audio che è sempre buona accortezza supportare da orecchie terze ("che ha detto?", "non ho capito nemmeno io", "chiedi un po' alla signora avanti"), poltrone nelle quali ho visto soccombere diversi artritici. Faccio la fila, era da Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno che non si vedeva una fila a quel cinema. Il film inizia con 10 minuti in ritardo, il tempo di smaltire il codazzo. Il film in programmazione è "Febbre da Cavallo - La Mandrakata", credo candidato all'Oscar, premio della giuria a Cannes. Uno sguardo panoramico sulla platea e non faccio alcuna difficoltà a distinguere gli aficionados dalla gleba del tempo libero. Hanno gli occhi luccicanti, e il pensiero perso a compitare mentalmente le batutte più memorabili dell'originale. Ad uno di loro squilla il cellulare e la musichetta è cicabum-cicabum-cicabum, e a molti spuntano sorrisi sinceri, della stessa qualità dei lucciconi spontanei. Prima del film passa uno degli ultimi esemplari di una categoria professionale in via di estinzione, l'omino dei popcorn, ormai sostituiti quasi dappertutto da macchine roteanti e luccicose all'entrata. Costui è un perfetto esemplare della specie, andrebbe rinchiuso vivo in un museo, a memoria delle generazioni future. Andamento ingobbito dal peso delle bomboniere e dei gelati, giacchetta rossa, lisa, vecchio di una vechiezza incomputabile, dalla faccia frastagliata, dello stesso colore della tappezzeria, con la quale, negli anni, si è mimetizzato, tipo camaleonte, pronto a sbucare fuori all'accensione delle luci del primo tempo. Si chiudono le luci. Inizia il film. La mia paura è che, nella deprecabile smania autoriale rivoluzionaria, gli autori abbiano fatto un film troppo diverso dall'originale. Per fortuna non è così; per fortuna esiste ancora gente che tiene in conto il pubblico e che non ha paura di far solo divertire: che Dio ce li conservi fino all'ultimo ciak. Ancora prima dei titoli di testa, cicabum-cicabum-cicabum, e a stento mezza sala si frena dall'applaudire. Sembra un film degli anni '70, ed è questo il suo impagabile pregio. Venerdì 1 Novembre corrente anno, giorno festivo, Roma.




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Saranno 25, 26 al massimo.
