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Spari in un volto
che liberano
troppo presto un'anima.
Anima che va a Dio
a confermare
che la bestia
è nell'uomo.


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Spari in un volto
che liberano
troppo presto un'anima.
Anima che va a Dio
a confermare
che la bestia
è nell'uomo.
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di Filippo Facci (Il Giornale, martedì 19 novembre)
Vorremmo almeno ricordare come ci sentivamo esattamente un anno fa, quando fu assassinata lungo il tragitto che doveva portarla a Kabul. Ma è difficile. Poche ore dopo la sua morte, il 19 novembre 2001, Maria Grazia Cutuli non apparteneva già più a chi l’aveva conosciuta come collega o come amica o come altro ancora: era già divenuta l’indecifrabile simbolo di una tensione sgangheratamente patriottica che improvvisamente si era scaricata su chi, pure, di tutto questo avrebbe riso a crepapelle: lei. La Cutuli. Devi immaginarla seduta come al solito, il sorrisetto beffardo, i capelli sformi, la pelle diafana da femmina dannata, devi immaginarti mentre le dici: Cutuli, un giorno sarai lì a fare le tue solite cose da qualche parte nel mondo – a Sarajevo, in Afghanistan – e però stavolta non ti andrà bene come in Ruanda o come quell’altra volta in Sudan, stavolta sarai sfortunata e arriverà un tizio – un predone, un talebano – e insomma un cretino che ti sparerà. E morirai. Accadrà questo e tu intanto non starai facendo nulla di particolarmente diverso dal solito: poco prima dello sparo sarai sempre la Cutuli, formalmente un redattore del Corriere della Sera, praticamente un’inviata che pure spesso si era inviata da sola, sostanzialmente una signorina cocciuta che sino al 1999 faceva i titoli e le didascalie e le notizie brevi, praticamente una testarda coraggiosa i cui pregi eran regolarmente scambiati per difetti perchè il mondo funziona così, ti risucchia verso il basso, omòloga ogni peculiarità, appiattisce ogni aspirazione, irride ogni velleità. La Cutuli: quella che voleva fare la giornalista per davvero. Poi finalmente il Ruanda e Israele e il Sudan e la Russia e negli intervalli il fronte più ambito e inavvicinabile, Ponza, quell’agognata normalità che visitavi con spaesata leggerezza, tu sopra il barchino che avresti guidato tranquillamente – dicevi - perché del resto sapevi guidare i carriarmati. La Cutuli. Tu che la tua morte avevi pure giocato a immaginartela con Raffaele Ciriello, il tuo amico fotografo con cui ogni tanto giocavi a recitare un immaginario dispaccio che dicesse: “Dispersi due giornalisti, la Farnesina indaga”, qualcosa del genere, una cosa comunque così, tragica ma ordinaria, come la tua qualifica, un dispaccio come i tanti che sono toccati ai cinquecento e passa reporter ammazzati negli ultimi dieci anni, quello toccato pure a Raffaele Ciriello nel marzo scorso, per esempio: triste e insopportabilmente normale. Ma nel tuo caso sarà un’altra cosa. Nel tuo caso, per dire, il Guardian scriverà così: “Maria Grazia Cutuli, 39 anni, era uno dei più eminenti corrispondenti di guerra italiani”. La Cutuli, sì. E se non ci credi è perchè non sai il resto.
Il Papa intonerà un Padre Nostro in tuo onore. Il segretario dell'Onu esprimerà ufficialmente le proprie condoglianze. L’anchorman Dan Rather ti renderà pubblico omaggio e lo stesso farà l’inviata Christiane Amanpour. Rania di Giordania verrà a Milano e parlerà di te. Sarai sulle prime pagine del Daily Telegraph e del Sun e del Daily Mail. Surreale? Ma allora non hai capito: immaginati – smettila, è una cosa seria - il Catania calcio che gioca col lutto al braccio. Non rende. Allora immaginati una fiction televisiva ispirata alla tua vita e interpretata da Sabrina Ferilli: una sostanziale schifezza trasmessa in prima serata senza l’assenso della tua famiglia. Poi il tuo giornale, il Corriere: nel giorno dei tuoi funerali si alzerà un volo da Linate con a bordo il direttore e tanti colleghi che sfoglieranno un Corriere quasi interamente dedicato a te. Alle esequie ci sanno un sacco di persone importanti e soprattutto mezza Catania, e il tuo direttore dirà che ti hanno uccisa gli stessi assassini ai quali avevi dato voce, e accosterà il tuo nome a Walter Tobagi e Carlo Casalegno. A un anno dalla tua morte ti dedicheranno due pagine e un corsivo di Ettore Mo. Non chiedere perchè. Non c’è una risposta chiara. Non c’è molto da aggiungere: arriverà un cretino, ti sparerà, morirai e nell’immaginario italico accadrà qualcosa. Ti dedicheranno un’aula dell’univesità di Catania in cui ti sei laureata, e l’aula della sala stampa della Regione Toscana a Palazzo Bastogi, e la sala conferenze del Comune di Bergamo e Palazzo Frizzoni, un’aula della scuola di giornalismo di Milano, un istituto scolastico nel Prenestino (Roma) comprensivo di materne ed elementari e medie, l'auditorium di Sant'Agata li Battiati (Catania) vicino a casa tua, il premio Maria Grazia Cutuli del Comune di Milano, il premio Mediterraneo per la pace di Catania, il premio Mediterraneo di cultura di Napoli, il premio giornalistico Città di Siena, il premio internazionale di giornalismo Città di Gela, il premio di giornalismo Regione Abruzzo, il premio internazionale Talamone per la pace, il premio speciale Max David per l'inviato dell'anno, il Premiolino, l’Ambrogino d’Oro, una radio afgana, un ciclo di conferenze a Brescia, il premio giornalistico dell’Associazione donne per lo sviluppo, il Calendario delle donne 2002 promosso dal Comitato Pari opportunita' della Provincia di Milano, un quadro del pittore palermitano Emanuele Pandolfini promosso dalla Regione Sicilia, il premio di giornalismo Saint Vincent, il Premio Donne per la solidarietà di Pisa, il Premio di giornalismo Carlo Casalegno, il Premio Ischia, il Premio di giornalismo Alfio Russo, il centro di formazione professionale del Comune di Vitorchiano (Viterbo) con distribuzione di tue foto assieme alla mimosa, un centro di formazione professionale di Livorno, una scultura dell’artista Guglielmo Malato titolata “Il burqa e l'urlo di Grazia”, il Premio Cisterna d'Argento, un ciclo di poesie recitate da Filippo Senatore al Caffè Letterario Portnoy di Milano, lo spettacolo “Non solo marzo” curato dal Consiglio di zona 8 sempre del Comune di Milano, il progetto pluriennale di “educazione alla pace” organizzato dal Comune di Bareggio, il concorso “Guerra e terrorismo” promosso dall’istituto scolastico Giuseppe Parini di Catania, la borsa di studio “talassemia e prevenzione” organizzata dall’Associazione sarda donatori di sangue, una mostra fotografica organizzata dallo Sportello donna di Schio (Vicenza) e un sito internet con tuoi articoli e fotografie messo in piedi dal tuo amico Raffaele Ciriello prima di raggiungerti da qualche parte, ovunque tu sia stata inviata.
Non c’è una spiegazione vera. Hanno detto che sei stata trasformata in una specie di Lady Diana, che la tua bellezza sofferente ha suggestionato la piccola provincia italiana rimasta sbigottita all’idea che una donna possa subire lo stesso tragico toccato a tanti uomini, hanno scritto una sacco di cazzate sulla tua vita sentimentale, hanno detto che eri forte e coraggiosa nonostante fossi una donna, hanno scritto che eri forte e coraggiosa proprio perchè eri una donna, anzi come solo una donna sa essere, quel genere di donna che un giorno ci seppellirà tutti. Può darsi. La morte è l’unica esclusiva che ti perdonano: riaccende un’aura su questa strana professione dove pure non esiste un giornalismo migliore di un altro, esiste solo chi ha coraggio e passione e chi non ce li ha, e passa il suo tempo a combatterti, salvo lodarti da morto per ciò che non ti perdonava da vivo. E’ una specie di regola di vita. E’ normale. Noi – chi ti ha conosciuta, chi ti ha voluto almeno un po’ di bene - vorremmo solo ricordare come ci sentivamo esattamente un anno fa, quando ci siamo accorti che per qualche strana ragione avevamo tutti un qualche debito di cose non chiarite, non capite, non dette, quel genere di rimorso che si nutre nei confronti dei forti e dei solitari che d’un tratto se ne sono andati senza nemmeno salutare.
Filippo Facci
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A Peshawar era raro vedere Maria Grazia Cutuli unirsi al grande circo del giornalismo mondiale. Lei era sempre da un’altra parte, a parlare con la gente del posto, a raccogliere storie e impressioni. A lavorare, insomma, e non a scopiazzare dalla stampa locale o dalle agenzie. I cosiddetti ‘pezzi di colore’, infatti, sono i più difficili da scrivere. Non ci si può rifare a un comunicato stampa o al libro scritto dal grande specialista. Bisogna aver studiato prima, non ci si può improvvisare esperti. Bisogna rischiare e andare in giro per capire cosa si nasconde dietro i conflitti armati: quella ‘cosa’ chiamata essere umano.
Non conoscevo personalmente Maria Grazia prima di essere tornato a Peshawar. E non sapevo neppure che fosse sua quella voce che chiedeva: "Posso sedermi al tavolo con voi, o state parlando di cose vostre?". Il rispetto – capite? – il rispetto e non lo spirito di competizione nei confronti dei colleghi. Al tavolo c’erano altri due collaboratori di Stringer Asia, Beniamino Natale dell’Ansa e Nafees Takar della Bbc. Lei si siede accanto a me e si presenta: "Ciao, sono Maria Grazia". Finalmente qualcuno che non sottolinea di essere "l’inviato speciale della grande testata". Lei dice solo di avere una fame bestia, ma di non poter pranzare con noi perché ha un appuntamento con il suo stringer. Un pigrone che non funziona: "Quando comincerà la guerra vera, dovrò trovarne uno più sveglio", dice, e chiede consiglio al giovane Nafees. Poi si gira e mi avverte che mi sta ‘rubando’ del pane perché ha un buco nello stomaco. Lo fa con simpatica disinvoltura, come se fossimo vecchi amici. Ma lo siamo diventati in dieci minuti. Parliamo di tutto tranne che di lavoro, evento rarissimo nel grande circo dove si chiacchiera troppo e si conclude poco. Poi arriva lo stringer e scatta la passione giornalistica: un panino al volo e via a cercare storie. C’è ancora chi si stanca a non far niente a pagamento e preferisce rischiare, costi quel che costi: la fatica, la solitudine…o la vita. Chi è fatto in questo modo, così nasce, vive e continua il suo viaggio verso chissà dove. E’ un destino. Maria Grazia non è gelosa del suo mestiere, e ci spiega pure cosa sta andando a fare. Ce lo spiega perché è pronta a ricevere consigli, anche se non ne ha un gran bisogno. E’ come quei bravi fotografi che fanno i servizi assieme agli altri colleghi, sapendo che ciascuno farà delle inquadrature diverse del medesimo soggetto. Nessuno ruba niente a nessuno, se è bravo. E lei lo è brava, lo sappiamo tutti.
Perciò ci limitiamo a dirle semplicemente: "Ciao Maria Grazia!"
Sergio e gli altri di Stringer
http://www.legnostorto.com/node.php?id=1141
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