Un Centro di permanenza dove rinchiudere, identificare ed espellere tutti i potenziali delinquenti. Stranieri, naturalmente
E Modena si inventa la galera etnica
Stefano Galieni

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Modena - nostro servizio
Tutto è già pronto, la recinzione alta 4 metri, la palazzina gialla a 50 metri dal carcere circondariale. Agenti di polizia che sorvegliano l'ingresso 24 ore su 24. La data dell'apertura è top secret ma è questione di giorni. Il terreno è di proprietà della Cooperativa di Costruzioni (di area Ds), l'immobile della società Forte Srl che ha già realizzato la nuova questura. Un bell'affare per chi opera nell'edilizia anche se sulle cifre, come sempre, c'è reticenza. Si chiamerà S. Anna, e sarà il Centro di Permanenza Temporanea per stranieri che Modena aspetta da tempo. Per capire il perché di questa smania che vede uniti una giunta di centro sinistra, la "Misericordia" locale di cui è presidente il fratello del ministro Giovanardi, il Consorzio di Solidarietà Sociale (Lega delle Cooperative e Forum del Terzo Settore), nonché tutto il centro destra, è necessario fare un passo indietro.

Le due facce di Modena
Modena ha due facce. La prima, quella di una città ricca e tranquilla: tanto lavoro e qualità della vita elevata. Operosa di giorno, viva di notte. Una città in cui non accade nulla o quasi a turbare la quiete: la micro criminalità ha tassi molto inferiori alla media nazionale. Ma per almeno 19 mila cittadini, Modena non è così. Tante sono le firme raccolte da un comitato civico nel 1997: una petizione che chiedeva sicurezza. Da dove arriva il pericolo? Ovviamente dagli immigrati. Secondo la questura sono almeno 3.000 i clandestini che vivono nella provincia.

Nulla da ridire con i tanti che si vanno a spaccare le ossa nelle fabbriche e nelle industrie circostanti, o con le donne che sostengono anziani ed infermi lavorando giorno e notte. Regolari o meno, è gente che lavora e che va lasciata in pace. Il pericolo sono gli altri: le prostitute della "Bruciata", zona industriale vicino ai locali della Fiera e al più vasto centro commerciale dell'Emilia Romagna. Ci si arriva dall'imbocco autostradale del casello Modena Nord e fino a qualche anno fa era considerato uno dei più grossi centri di smistamento di ragazze provenienti da mezzo mondo, soprattutto dalla Nigeria.

Le retate continue hanno portato a scoprire che a gestire il racket spesso c'erano anche cittadini italiani come italiana era la clientela, sempre più esigente. E poi la "Crocetta" e la "Sacca" zone di spaccio. Alla Sacca c'era un palazzo soprannominato "Hotel Eroina": retate e rastrellamenti erano continui, a farne le spese soprattutto alcuni ragazzi kurdi che non avevano nulla a che vedere con tali giri. E poi il parco XXII Aprile, dove di tossici ne giravano. In gran parte erano stranieri, perché i rampolli della Modena bene preferiscono tirare coca e non arrecano danni al decoro urbano.


"Pragmatismo"
La campagna per la sicurezza, lanciata con la petizione, ha portato alla militarizzazione della città: pattuglie di polizia, carabinieri, vigili urbani, un impegno enorme di uomini e risorse per controllare il territorio. Modena si sente protetta ma non basta: ci vuole un Cpt. Una premessa: questa è una città in cui prima il Pci e poi i Ds hanno sempre dominato. Si governa con il "pragmatismo modenese": le soluzioni ai problemi non risentono di freni ideologici e se il problema è la sicurezza, chi meglio di un sindaco che è responsabile nell'Anci (Associazione nazionale dei comuni Italiani) di tale tema, può essere preposto ad affrontarlo?

La spiegazione è agghiacciante: ci sono persone dedite ad attività illecite che non si riesce a cogliere in flagranza di reato. La legge non permette di arrestarli. Costruiamo allora un Cpt dove rinchiudere, identificare ed espellere tutti i potenziali delinquenti stranieri. Un ragionamento assurdo per qualsiasi neofita del diritto ma che è fatto proprio dai rappresentanti istituzionali. Il Cpt è presentato come la panacea per tutti i mali. Permetterà di alloggiare 60 persone: infermeria, assistenza sociale e psicologica, luoghi di culto e anche la tv satellitare per guardare i programmi dei propri paesi d'origine. Un albergo di lusso con 60 guardiani in divisa e 40 operatori sempre disponibili.

La gara d'appalto per la gestione dei servizi è stata vinta dalla locale Misericordia. Daniele Giovanardi, il presidente, è primario presso il pronto soccorso del Policlinico modenese. Il suo ragionamento è la fotocopia di quello del sindaco Barbolini: «Il centro garantirà il rispetto dei diritti umani. Servirà per i clandestini delinquenti. Se poi vediamo che ha ragione chi ci critica dicendo che ci finiranno solo poveri disgraziati… non c'è problema, come si è aperto si chiude». Eppure l'esperienza fallimentare degli altri Cpt dovrebbe insegnare qualcosa.


Carcere parallelo
La Regione Emilia Romagna, smentendo quanto deciso in passato, ha approvato un ordine del giorno con cui si chiede al governo di sospendere la realizzazione dei tre centri regionali. Il consiglio comunale di Rimini recepisce l'istanza mentre a Bologna il centro apre. E a Modena? Il consiglio comunale si riunisce il 25 febbraio 2002 e approva un ordine del giorno che, rivendicando gli effetti positivi della precedente legge Turco-Napoletano, ne riafferma la necessità e chiede che «non sia la mera condizione di clandestinità il fondamento del ricovero nel Cpt, bensì la sussistenza di significativi elementi di pericolosità…».

Il consiglio comunale esplicita così il realizzarsi di un nuovo sistema carcerario e giudiziario parallelo a quello vigente. Una galera etnica. La parte sinceramente democratica della città reagisce: il Social Forum locale realizza un dossier sulla questione che è in continuo aggiornamento e porta in piazza il 18 maggio 5.000 persone. Arci, Cgil, Caritas esprimono ferma opposizione. Il vescovo, che è anche presidente nazionale della Caritas, dichiara ai giornali la propria contrarietà alla nascita della struttura. La Misericordia di Giovanardi non gradisce le "sparate del Monsignore". Tanto la federazione locale del Prc quanto i due consiglieri comunali fanno quello che possono per contrastare il progetto. Ma il sindaco è deciso. Utilizza, in maniera maldestra, la famosa petizione di 5 anni prima (in cui non si menziona affatto il Cpt) per giustificare le proprie scelte. In città se ne parla: i Comitati cittadini per la Sicurezza si incontrano con la Consulta degli immigrati. Ne esce un documento congiunto di condanna per chi delinque che viene utilizzato per dire che anche gli "immigrati onesti" vogliono il Cpt.

Olumideh, operaio senegalese, vicepresidente della Consulta è arrabbiato per questa strumentalizzazione: «Sappiamo tutti che il Cpt non serve a niente. Se ci finisce qualche vero criminale le ambasciate evitano di certificarne l'identità perché non lo rivogliono indietro. Dopo 60 giorni torna libero e fa ciò che vuole. Se invece ci finisco io, che magari esco senza documenti a comperare il pane, rischio di ritrovarmi sull'aereo che mi riporta in Senegal senza avere fatto nulla. Girare senza documenti è un reato amministrativo. Perché punirlo col carcere?». Bella domanda. Nel frattempo, in agosto, si definiscono gli ultimi aspetti gestionali del centro. La Misericordia subappalta una parte dei servizi al Consorzio di Solidarietà Sociale che accetta di buon grado. Questione di soldi? Guai ad avanzare questo dubbio. Eppure l'immobile realizzato per il centro ha portato nelle casse della società costruttrice 22 miliardi di vecchie lire, la cooperativa che è proprietaria dell'area riceverà annualmente una cifra che pare compresa fra i 2 e i 4 miliardi di vecchie lire. Chi gestirà il centro ha vinto la gara d'appalto ottenendo, pare, 62 euro al giorno per ogni "ospite". Spesa che ovviamente non comprende sorveglianza ed extra.

Tutti dicono che non lo fanno per guadagnarci. Anzi il sindaco in primis rivendica l'utilizzo tutto territoriale del Cpt. Chi si occupa stabilmente d'immigrazione ha chiare due cose: la prima è che il Cpt è costoso e inutile e la seconda che non sono strumenti repressivi come questo a rendere una città più sicura. Il sindaco replica pubblicamente che grazie al Cpt sarà più facile motivare alla collettività interventi per l'integrazione e la solidarietà. La vicenda modenese si spiega da sé: dare una risposta di immagine al problema della sicurezza, scavalcando la destra, e contemporaneamente realizzare un discreto business. L'onorevole Bertolini, Forza Italia, relatrice in parlamento della Bossi-Fini, si è complimentata per il comportamento della giunta comunale: «Ha fatto il proprio dovere». «Brutto affare quando si è applauditi dai padroni», hanno risposto polemicamente i consiglieri comunali del Prc.

Non è difficile prevedere il seguito di questa vicenda: il S. Anna servirà a espellere i tanti che non sono riusciti a farsi regolarizzare con la sanatoria, quelli che sono stati truffati da falsi datori di lavoro. Diventerà luogo di reclusione e di inutile attesa: per i pochi realmente rei si tratterà soltanto di una temporanea alternativa al carcere, per la maggioranza di un'ingiustizia con cui coprire incapacità e xenofobia soft. Sì perché a garantire che i "clandestini buoni" non verranno toccati sono solo le parole di soggetti cointeressati all'apertura del centro. Sarà come per una pecora fidarsi del macellaio