da www.voceoperaia.it
LA FORIBICE
ragionando sulla manifestazione di Firenze
(e sul Forum Sociale)
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gli antimperialisti nel corteo di Firenze
L'immensa manifestazione del 9 novembre segna un'altra tappa della situazione politica, non solo italiana, europea.
Essa mostra che c'è un'opposizione di massa che protesta non solo contro la politica imperialistica degli USA, ma pure contro le politiche sociali antipopolari e liberiste dei governi europei. Solo un paio di anni fa ci chiedevamo se i sintomi di risveglio dei movimenti sociali fossero segnali di una ripresa duratura. Oggi possiamo rispondere che si, siamo in presenza di una vera e propria rinascita, di un sussulto che attraversa tutto l'Occidente, Europa in primis.
Sta nascendo un nuovo movimento di massa che può non solo generare un'onda lunga, ma un'onda virtuosa, rivoluzionaria.
Come ogni movimento in fasce esso non è univoco, coeso, omogeneo. Esso è fatto di mille voci, spesso discordanti e dissonanti. Vi confluiscono, come rivoli in un fiume, svariate culture politiche, idee, correnti, partiti e gruppi. I comunisti ne sono un'infima minoranza. Ciò non deve stupire, è sempre accaduto così. Affinché i rivoluzionari diventino, oltre che parte integrante, la spina dorsale di questo movimento, altra acqua deve passare sotto i ponti. Solo in condizioni sociali e politiche estreme la politica rivoluzionaria guadagna un consenso di massa. Nonostante le accelerazioni recenti, nonostante la protervia nordamericana e la crisi del liberismo, siamo ben lontani da una situazione di crisi acuta del capitalismo (dove per crisi acuta intendiamo crisi complessiva di sistema, non tanto la profondità della crisi economica). Le utopie riformistico-massimalistiche combinate a forti dosi di minimalismo neo-keynesiano, un certo filantropismo cristianeggiante, non sono a caso dominanti nel movimento. Questo riformismo è egemone perché le condizioni e le tensioni sociali sono quelle che sono, si esprimono cioè a bassa intensità. Diceva Marx che l'ideologia dominante è sempre quella della classe dominante. Siamo solo agli inizi dello sfaldamento di questa dominanza. L'antagonismo del movimento è in verità un riformismo che, per quanto radicale, è dentro la cornice delle compatibilità del sistema borghese. Le ideologie che vanno per la maggiore, per quanto radicali, paiono un portato della tradizione comunista, invece sono essenzialmente un sottoprodotto del pensiero progressista borghese. Detto in termini brutali: questo movimento è vittima del grande inganno della "fine della storia", della "morte del comunismo"; per cui il massimo anelito è quello di umanizzare il capitalismo, di sottoporre le sue selvagge spinte alle regole della etica (politica).
Queste illusioni riformistiche non verranno certo battute con la contro propaganda rivoluzionaria (per quanto martellante). L'azione comunista non avrebbe alcuna chance se non dovesse incontrare una oggettiva tendenza al loro sbriciolamento.
Per ora queste idee non solo non si squaglieranno ma sono destinate ad acquisire nuova linfa e forza di attrazione. La forza di questo movimento è che le sue utopie paiono al contrario intrise di una grande realismo politico. Ci vorranno altre Argentine, altre guerre affinché esse appaiano vuote e velleitarie.
Tuttavia da Seattle ad oggi, con il suo passaggio in Europa, sotto l'impatto dell'11 settembre e della forza evocativa dell'Intifada (ma anche grazie alle critiche dell'estrema sinistra), questo movimento, lentamente ma evidentemente, ha radicalizzato almeno alcune delle sue posizioni.
La stampa di destra non si è accanita senza motivo sull'antiamericanismo e anticapitalismo della manifestazione di Firenze del 9/11. Pur dentro il perimetro di una sfilata tranquilla (sembrava a tratti una oceanica e soporifera passeggiata), sono rimbombati spesso e in più tratti slogan anticapitalisti e antimperialisti. Solo due anni fa sarebbe sembrato impensabile.
Questo non accade a caso. I settori più anticapitalisti erano ovviamente quelli dove l'estrema sinistra era maggioritaria. Chi pensava che la vecchia estrema sinistra fosse morta e che il movimento fosse tutto all'insegna del "nuovismo politico" si sbagliava di grosso. Se si eccettuano gli italiani (la grande maggioranza dei dimostranti per ovvie ragioni), in cui le correnti moderate erano maggioranza, tutte le altre delegazioni nazionali erano di chiaro segno anticapitalista.
La parola Imperialismo, che i "nuovisti" e i "postmoderni" si erano illusi di aver seppellito per sempre, è risorta dalle sue ceneri con straordinaria prepotenza, al punto che si può affermare che la manifestazione di Firenze, in barba ad Attac, ai pacifisti e ai Disobbedienti ed ai vecchi burocrati riformisti, ha avuto anche un chiaro segno antimperialista e anticapitalista.
Questo segno è parso a tratti essere il dominante, in realtà conviveva con l'altro, altrettanto diffuso, quello pacifista. La miscela tra i due elementi ha prodotto un cocktail che potremmo chiamare "pacifismo antimperialista".
Questo movimento "pacifista antimperialista", nonostante i suoi limiti, è comunque più avanti di quanto non fosse a Seattle. Le "americanerie" -le mille sensibilità particolaristiche, il soggettivismo anarchicheggiante ma di natura borghese, il culturalismo sospeso tra misticismo e edonismo, le forme più corporative di comunitarismo- sono in affanno e lasciano il posto alla consapevolezza che difronte alla follia del capitalismo occorre organizzarsi e soprattutto dotarsi di un progetto politico.
Anche dal punto di vista generazionale questo movimento indica che c'è una ripresa, lenta ma sensibile, della politicizzazione e della radicalizzazione tra gli strati giovanili occidentali (anzitutto delle classi medie). Non è cosa di poco conto se si pensa che le destre liberiste hanno sfondato soprattutto nella generazione più giovane.
Che siano le classi medie, la nuova piccola borghesia, ad esprimere posizioni conflittuali piuttosto che il proletariato di fabbrica (devastato da un ventennio di mutamenti e sconfitte) non è né strano né negativo. Le analogie storiche vanno prese con le pinse, ma anche nel '68 fu così, furono le mobilitazioni studentesche a suonare la sveglia alla classe operaia.
Il problema del trascinamento nell'arena dei lavoratori, dei proletari è problema di vita o di morte per questo movimento (che, ripetiamo, mobilita i ceti medi con una discreto livello di acculturamento). Ma non sarà affatto di facile soluzione. Fino a quando saranno i gruppi pacifisti e riformisti la penetrazione nel proletariato sarà ardua se non impossibile.
Anche per questo la sinistra rivoluzionaria deve, non solo stare dentro il Movimento, ma ingaggiare una lotta senza quartiere contro l'ideologia pacifista, contro l'utopismo dell'umanizzazione dell'imperialismo, e quello keynesiano che chiede regole certe nell'illusione che il mercato possa portare a giustizia e equità sociali.
A Firenze la sinistra rivoluzionaria era frantumata e divisa e non ha potuto quindi dare un'impronta egemonica alla manifestazione. Del resto i pacifisti e i neo-riformisti non sono meno divisi. Gli stessi antimperialisti conseguenti non sono riusciti a formare un blocco unitario e sono andati in ordine sparso. Questo blocco non c'è' stato neanche tra gli italiani, divisi sostanzialmente in tre tronconi. Tutti assieme avrebbero potuto disporre di una forza d'urto impressionante, sia durante i lavori del FSE che durante la manifestazione del 9.
Se questa unità non c'è stata ciò è dipeso anzitutto dal fatto che alcune di queste forze non solo sono nel FSE, ma sono prigioniere della sua disciplina, delle sue regole. Fino a quando l'estrema sinistra del FSE non taglia i ponti con i pacifisti, non solo il FSE resterà in mano a cupole neoriformiste, ma sarà impossibile l'unità degli antimperialisti.
E' possibile che l'attacco USA all'Iraq crei un terreno più favorevole all'unione delle sinistre rivoluzionarie? Teoricamente si. Se gli USA si impaludassero, se l'Iraq , come ci auguriamo, riuscisse a resistere almeno per un paio di mesi, le contraddizioni mondiali diventeranno esplosive e queste faranno tremare non solo i governi e le alleanze, ma pure le opposizioni, creando divaricazioni e fratture in ogni direzione. L'unità del Forum Sociale Mondiale (l'unità che va dai socialdemocratici imperialisti a certi antimperialisti) potrebbe giungere al capolinea e potrebbe così sorgere un blocco internazionale forte e ramificato che prenderà il posto dell'attuale FSM portoalegriano. Il movimento conoscreà una divaricazione a forbice tra la sua ala moderata e quella radicale, dove i moderati potrebbero essere calamitati nel campo socialdemocratico, per ricoprire addirittura cariche governative.
Non solo non dovremo opporci a questo esito, dovremo anzi sollecitarlo. Le alleanze contro natura, come i matrimoni d'interesse, non sono destinati a resistere quando lo scontro diventa frontale. Per questo, ora più che mai, occorre stare nel movimento ma decisamente alternativi al pacifisnmo e al neoriformismo, nonostante questa linea non dia oggi frutti copiosi. Non c'è solo di mezzo la coerenza, ma la possibilità di giocare un ruolo decisivo domani, cosa impossibile senza avere le mani completamente libere da vincoli e legami con chi deciderà di giungere ad un compromesso con l'imperialismo "più democratico".




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