Il progetto israeliano, bocciato dall'ex ministro Peres, provoca la reazione indignata di Arafat
Hebron, bomba a orologeria
Sharon vuole unirla alla colonia di Kiryat Arba. A rischio l'esistenza stessa dei palestinesi


Giancarlo Lannutti

Il primo ministro Sharon si mostra intenzionato a portare avanti a tappe forzate il progetto di «risistemazione» a Hebron per «garantire la sicurezza» dei coloni oltranzisti; ieri mattina ha compiuto un sopraluogo in città, accompagnato dal neo-ministro della Difesa generale Shaul Mofaz, ed ha impartito l'ordine di assicurare la «continuità territoriale» fra la colonia nel cuore della città, la Moschea di Abramo (Ibrahim Khalil, dove il patriarca è sepolto insieme ai suoi familiari) e la vicina colonia di Kiryat Arba. Si tratta di un progetto dissennato, che straccia tutti gli accordi già sottoscritti fra il 1993 e il 1997 e mette in causa l'esistenza di migliaia di palestinesi: una vera e propria bomba ad orologeria, insomma; ed il progetto ha infatti provocato la reazione indignata e preoccupata del presidente Arafat, ma anche una netta presa di distanza dell'ex-ministro degli Esteri laburista Peres dettata certamente non solo da considerazioni di carattere elettoralistico. Le quali ultime invece pesano sicuramente nelle dichiarazioni del neo-ministro degli Esteri Netanyahu, che è - guarda caso - il firmatario dell'accordo su Hebron del gennaio 1997 e che oggi, nella forsennata rincorsa per contendere a Sharon la leadership nel Likud e la candidatura a premier, finisce per sconfessare sé stesso.
Per capire la portata del problema bisogna tenere presente che la città di Hebron è un vero e proprio nervo scoperto del conflitto israelo-palestinese, forse al pari della stessa questione di Gerusalemme: tutte e due le città infatti hanno un peso cruciale dal punto di vista religioso, e dunque anche storico e psicologico, per entrambe le comunità israeliana e palestinese al punto da essere considerate da entrambe, e sia pure a diverso titolo, come «irrinunciabili». Le tombe di Abramo e dei suoi familiari, che si trovano nella moschea omonima, sono un importantissimo luogo santo sia per gli ebrei che per i musulmani, ed anche - sia pure con minore enfasi - per i cristiani. Hebron fu negli anni '20 una delle città sconvolte dai primi sanguinosi scontri fra le due comunità; nell'agosto 1929 l'uccisione, in concomitanza con un bagno di sangue a Gerusalemme, di 59 ebrei mise di fatto fine alla presenza ebraica nella città. Quattro decenni dopo, nel 1968 un gruppo di ebrei ortodossi guidati dal rabbino Moshe Levinger, fondatore dell'organizzazione oltranzista del Gush Emunim (Blocco dei fedeli) e personalmente responsabile di attentati e uccisioni a danno dei palestinesi, fondò la colonia di Kiryat Arba, alle porte della città, grazie alla benevolenza dell'allora governo a guida laburista, e l'anno successivo con un autentico colpo di mano insediò un ulteriore gruppo di coloni nel cuore del quartiere arabo del mercato. Da allora questi poco di più 400 coloni oltranzisti hanno costituito un'autentico focolaio di provocazione all'interno di Hebron, mobilitando fino a duemila soldati per la loro protezione e rendendo la vita impossibile alle circostanti famiglie palestinesi. Fu inoltre proprio un colono di Kiryat Arba - il medico di origine americana Baruch Goldstein - a massacrare il 25 febbraio 1994 a raffiche di mitra 29 palestinesi in preghiera nella moschea, mettendo in atto il primo grave sabotaggio del processo di Oslo. Va anche ricordato che dal giugno 1967 la moschea è stata in parte adibita a sinagoga ed è presidiata dai militari israeliani, che ne controllano (e ne impediscono spesso a loro arbitrio) l'accesso.

Per questo quando il governo Peres, all'indomani dell'assassinio del primo ministro Rabin da parte di un ultrà ebraico, ordinò il ritiro dell'esercito dalle città della Cisgiordania in base agli accordi di Oslo, ne lasciò fuori Hebron, che fu oggetto di uno specifico accordo nel gennaio 1997 quando era arrivato al potere Netanyahu; all'Anp fu consegnato allora solo l'80% della città, mentre il rimanente 20% con decine di migliaia di abitanti rimase in mano all'esercito israeliano proprio per «garantire» la presenza dei coloni oltranzisti nella zona del mercato. Ora la volontà di creare una «continuità territoriale» tra quei coloni e quelli di Kiryat Arba rischia di provocare la distruzione di decine di case palestinesi, di perpetuare e approfondire la divisione della città e di sottrarre altro territorio all'Autorità nazionale palestinese e domani al costituendo (se mai verrà, date queste premesse) Stato indipendente. Comprensibile dunque che Arafat parli del progetto Sharon come di un «grave crimine» e che lo stesso Peres metta in guardia contro la prospettiva di un «corridoio» che - ha detto - «non garantirà la sicurezza dei coloni e servirà solo ad aumentare la frizione». Una previsione anche troppo facile che lascia presagire il peggio.

Liberazione 19 novembre 2002
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