Al centro dei colloqui la guerra contro Baghdad e la questione
dell’allargamento ad Est dell’Alleanza

di Mauro Bottarelli

È cominciato ieri, in un clima da stato d’assedio che Praga sperava di non dover più vivere dopo l’invasione sovietica e i fatti della primavera ’68, il vertice della Nato, ennesimo e definitivo tassello nel mosaico dell’allargamento a Est dell’Alleanza. Una scatola vuota che, come sempre più spesso accade, non serve a decidere nulla e diviene quasi esclusivamente pretesto per manifestazioni di protesta no-global e dispiegamenti repressivi di forze dell’ordine.
Tredicimila agenti presidiano la capitale ceca oltre ai vari servizi segreti e di sicurezza degli Stati membri: tutto questo per un vertice nel quale saranno sanciti ingressi già ampiamente preventivati e verranno ribadite alleanza ampiamente raggiunte sull’attacco all’Iraq. Non bastava una video-conferenza (più economica e certamente più sicura per tutti), non bastavano i colloqui telefonici che quotidianamente capi di Stato e dell’Alleanza hanno tra loro: no, all’alba del 2002 abbiamo ancora bisogno dell’illusione democratica della cerimonia, del vertice, della discussione plenaria.
Quasi che la presenza contemporanea di politici e militari attorno ad un tavolo rappresenti una garanzia per il rispetto delle opinioni dei popoli e dei cittadini: comunque vada, comunque sia saranno i vertici a decidere tra di loro se fare la guerra o la pace, saranno i vertici a dare la patente di alleato a qualcuno e negarla a qualcun’altro. Sempre sopra le nostre teste, sempre a prescindere della nostre valutazioni. Paradossalmente, l’appuntamento di Praga servirà come “camera di compensazione” della tensione venutesi a creare attorno al caso Turchia: Ankara era e rimane troppo importante per Washington in previsione di un attacco all’Iraq, quindi la diplomazia parallela della Nato servirà anche da pungolo alla politica dei partner europei in vista dell’appuntamento di dicembre a Copenhagen. Il duro attacco portato da George Bush verso l’Onu riguardo le incursioni aeree americane e britanniche sulle no-fly zones a Nord e a Sud dell’Iraq, lascia di fatto presagire quanto temuto da giorni: la guerra ci sarà, ci sarà presto e sarà totalmente diversa da quella che nel ’91 vide i marines americani tornarsene a casa (imbottiti di uranio impoverito) una volta giunti a dieci chilometri da Baghdad. «Daremo una risposta appropriata ai tiri della contraerea irachena», ha tuonato Bush all’indirizzo del Palazzo di Vetro, che proprio ieri ha ribadito come l’attività dei cannoni iracheni non rappresenti una violazione della risoluzione 1441 del Consiglio di sicurezza. L’ombra di un casus belli è alle porte: nonostante la sceneggiata dell’invio degli ispettori e del sorriso a 32 denti mostrato dal capo degli stessi, Blix, non appena giunto a Cipro, l’operazione Onu non sarà mai portata a termine. Tra il 4 e l’8 dicembre almeno due avvenimenti potrebbero portare Washington alla scelta di un atto di forza, anche unilaterale: la fine del ramadam, il mese sacro dell’Islam e la data ultima di consegna da parte di Baghdad della lista delle proprie armi non convenzionali. Quasi certamente il dossier iracheno non soddisferà Washington: in quel caso, con la tensione alle stelle, un eventuale aumento delle attività contraeree irachene (anche in risposta a un probabile aumento dell’attività alleata nella no-fly zone) potrebbe garantire alla Casa Bianca il pretesto perfetto per chiudere i conti con l’ostacolo dell’Onu e dar vita all’attacco finale. Di questo, statene certi, non si parlerà a Praga, come non si parlerà di molto altro: tra tartine al foie gras e flutes di champagne si festeggerà l’ingresso di nuovi partner ex-comunisti nell’Alleanza, formalità già sorpassata dai fatti visto che durante l’attacco alla Jugoslavia e all’Afghanistan molti di questi Paesi già fornirono appoggio e spazio aereo. Del resto, delle cose importanti, si è già parlato e deciso: in separata sede. Perché, quindi, non farla finita con queste pericolose e costose pagliacciate, perché prendere in ostaggio una città come Praga già duramente colpita dalle alluvioni. Perché, soprattutto, fingere che al tavolo della “rosa dei venti” tutti contano allo stesso modo: che si faccia questa guerra se così dev’essere, ma nessuno speri di chiudere in pari il conto con le proprie responsabilità. Dall’Iraq all’allargamento della Nato all’ingresso della Turchia nell’Ue dobbiamo ricordarci che certe scelte sono vincolanti, certe decisioni necessitano di quel mandato popolare che qui, come altrove, viene bypassato in nome dell’emergenza e della partnership: nel castello blindato di Praga va in scena la trasposizione di un romanzo tragico e surreale che nemmeno l’autoctono Kafka avrebbe saputo scrivere. Peccato che i protagonisti siamo tutti noi, burattini sulla scena luccicante della rappresentatività negata.