Si è svolto ieri il primo atto dell’atteso vertice Nato.
Argomento all’ordine del giorno: l’allargamento della congrega a 7 Stati ex comunisti, sette Paesi “rossi” precedentemente rientranti nella cosiddetta cortina di ferro.
In base a quanto stabilito, Bulgaria, Romania, Slovenia, Slovacchia, Estonia, Lituania e Lettonia entro il 2004 diventeranno a tutti gli effetti membri dell’organizzazione capeggiata e gestita dagli Stati Uniti.
Dall’ingresso nel 1999 degli ex aderenti al Patto di Varsavia, Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca, questo rappresenta il secondo passo dell’alleanza atlantica verso l’est europeo, al fine , secondo quanto affermato dal segretario generale George Robertson, di “mantenere intatta e aumentare la forza e la vitalità della Nato”, estendendo la stabilità stelle e strisce dal Baltico al Mar Nero. Questa la motivazione più nobile, non certo la più veritiera.
Nonostante le rassicurazioni giunte alla Russia da lord Robertson, sul fatto che l’Alleanza “non andrà contro la sicurezza, né gli interessi di alcuno Stato”, è indubbio che questo progressivo spostamento ad est rappresenta l’attuazione del progetto di accerchiamento e di limitazione dell’antagonista storica degli States. Tesi confermata dal fatto che per il momento sono state congelate le candidature di Albania e Macedonia. Piatti meno succulenti da cui attingere e strategicamente meno importanti.
Il commento di George W. Bush, pur nella sua sinteticità, è riuscito ad essere significativo ed eloquente. “La nuova apertura aumenterà la nostra capacità militare”, queste le parole del primo inquilino della Casa Bianca, che per mascherare i suoi reali interessi ha aggiunto :”rinnoverà lo spirito di questa alleanza democratica”. Anche se è noto a tutti, ormai, il concetto molto soggettivo che il texano ha della democrazia.
Ciò, sommato all’invito rivolto l’altro ieri ai suoi vecchi e recentissimi amici per un appoggio militare nella sua battaglia contro l’Iraq, fornisce la misura dei reali interessi statunitensi celati nel XV vertice.
In questa stessa direzione va inquadrata anche l’approvazione della proposta, giunta non a caso da Washington, della creazione di una Forza di reazione rapida, composta da 20000 militari, pronti ad intervenire tempestivamente in qualsiasi zona del mondo in cui sorga una minaccia per i Paesi membri dell’Alleanza. Un atto che in qualche modo sancisce definitivamente i continui tentativi di Bush di rastrellare sostegni nella sua causa contro il famigerato “asse del male” e che significa l’abbandono di qualsiasi progetto di una struttura militare europea indipendente dall’egida americana.
Mentre nella capitale ceca si decidono, o meglio qualcuno cerca di accelerare le decisioni sulla sorte del popolo iracheno, il capo degli ispettori Onu per il disarmo, Hans Blix, fa giungere notizie inutilmente confortanti sull’esito dei primi incontri avvenuti a Baghdad ad inizio settimana. Dopo due giorni di colloqui, su cui riferirà ufficialmente il prossimo lunedì, Blix ha confermato di aver riscontrato piena disponibilità da parte delle autorità irachene e che riprenderà le ispezioni il 27 novembre. Lavoro certamente inutile, viste le ferme intenzioni, ribadite da Bush a Praga, e pienamente appoggiate dal leader laburista Tony Blair, di disarmare Saddam Hussein a tutti i costi, anche con la forza. Per completare il quadro, Nuova York fa sapere che il prossimo lunedì sarà anche il giorno in cui il Consiglio di Sicurezza rinnoverà il proprio consenso all’iniquo “accordo” oil for food, che da 12 anni costringe l’Iraq a vendere l’oro nero sottocosto in cambio di alcuni beni di prima necessità. L’embargo, sarà esteso per altri sei mesi, consentendo agli Stati Uniti di acquistare il petrolio iracheno ad un prezzo inferiore a quello dettato dal mercato, almeno fino a quando il presidente americano non sarà riuscito a mettere le mani sui pozzi di Saddam Hussein.