22/11/2002 - di LUCKYDUX®© ; Fonte: http://www.espressonline.it

Moggi. Tanzi. Cragnotti. Geronzi... Sono loro, padri e figli, amici e soci, a controllare il mercato dei giocatori. E a condizionare prestazioni e ingaggi

di Giancarlo Dotto

Piazza Crimea a Torino. Primo piano in fondo al corridoio, cellulari sparsi, puzzo di sigaro, alle pareti i ritratti dei giocatori via via sbolognati per usura o "eccesso di personalità". Vialli, Baggio, Ravanelli, Vieri, gli ultimi, Deschamps e Zidane. Al centro della stanza lei, la lussuosa scrivania in cristallo del boss, per la serie "se potesse parlare". Padre e figlio che tubano e si fumano addosso, seduti uno di fronte all'altro, le zanne sotto il tavolo. «Papi, me lo compri Di Vaio?», incalza Alessandro Moggi, procuratore e rampollo di Luciano, plenipotenziario della Juventus detto Paletta per i trascorsi di ferroviere a Civitavecchia. Marco Di Vaio è uno dei calciatori assistiti dal figlio di Moggi, con tanti altri bianconeri di oggi e di ieri. Accordo lampo tra i due, il richiamo del sangue si fonde a meraviglia con quello della pecunia.
Più o meno romanzato, è il siparietto narrato nelle pagine di "Le Monde" in un recente articolo sulla Gea World, "le lobby des fils à papa", costellato di sarcasmi e fustigazioni alla maniera dei francesi. Siamo alle solite: la stampa straniera ci sbeffeggia e noi zitti, impassibili, maestri della Grande Sordina, cerimonieri dell'Ovatta. Il viziaccio tutto nostrano del conflitto d'interessi tocca in questo caso il pallone. «Un'ombra inquietante che minaccia l'integrità del calcio italiano e getta sospetti sul campionato», scrive "Le Monde" che si domanda retorico: «È normale che Alessandro Nesta, difensore del Milan, parli tutti i giorni con il figlio di un alto dirigente della Juventus?». No che non è normale.
Progetto ambizioso, la Gea World mira a diventare l'equivalente in Italia del gigante americano Mc Cormack-Img, esaltando l'italico "tengo famiglia" e il non meno incisivo "sono figlio di". Marketing, diritti d'immagine, procure. Un intreccio labirintico di affari tra padri e figli, fratelli e sorelle, poteri forti meglio se consacrati dal vincolo familiare. Moggi, Calleri, De Mita, Geronzi, Lippi, Tanzi, Cragnotti. Gente che non ha quasi mai bisogno di blandire o ricattare. Gli basta presentarsi con i cognomi per fare strage di cuori.
Concepita per sfruttare al meglio le grandi sinergie tra banche, club e aziende, la Gea World dilaga, raddoppiando in pochi mesi di attività frenetica il numero degli assistiti tra giocatori e allenatori. Una logica da monopolio strisciante. In un soprassalto di pudore cede le sue quote Francesca Tanzi, figlia di mister Parmalat, socia fondatrice. Si dimette anche Andrea Cragnotti, figlio di Sergio, ma nessuno ci crede. All'interno della Gea restano tutti i suoi uomini, De Mita, Cellini, lo stesso Mancini. Resta anche Chiara Geronzi, l'altra associata della prima ora, figlia di Cesare Geronzi e giornalista di Mediaset. Affari di famiglia, certo, ma anche un modo per esercitare un controllo sui giocatori in regime di svincolo, potenzialmente in grado di condizionarne i comportamenti e alterare i risultati.
È bufera. I procuratori ringhiano, fioccano denunce e dossier, protestano gli allenatori, il solito Zeman, ma anche Capello e Sensi sul versante Roma. Partono le inchieste, partono ma non arrivano mai. «Una storia molto riprovevole», si limita alla verbosità il furore di Franco Carraro, presidente della Federazione, che pure dovrebbe vigilare sulla regolarità del sistema. Al suo fianco lavora Benedetta Geronzi, l'altra figlia di Cesare che è padre anche di Chiara. Luigi Carraro, figlio di Franco, dirige Mediocredito Centrale, filiale della Banca di Roma presieduta dall'inevitabile Geronzi. Le due circostanze assommate non aiutano Carraro nel passaggio all'atto.
Resterebbero un bel po' di domandine igieniche che i tifosi azionisti delle società quotate in Borsa dovrebbero cominciare a porsi, uscendo per una volta dalla condizione di sudditi buoni solo da mungere. Il tifoso laziale, per esempio, potrebbe chiedersi che fine hanno fatto i miliardi incassati da Cragnotti per tutte le cessioni degli ultimi anni, da Vieri a Nesta, da Veron a Nedved, da Salas a Conceicao. Chiedersi perché mai ci si sia messi nella condizione di svendere Nesta al Milan con il cappio alla gola di creditori come la Banca di Roma, dopo aver acquisito in precedenza a prezzi esorbitanti i vari Manfredini, Eriberto, Oddo e Sorin? E la Consob, supposta vigilante, che fa? Grida allo scandalo e tace allo stesso tempo.
E poi ancora. Come capita che lo stesso Nesta sia, da un giorno all'altro, impacchettato e deportato dal suo procuratore di fiducia Dario Canovi alla Gea di Alessandro Moggi? Risulta che De Mita e Cellini, all'epoca ufficio stampa e responsabile marketing della Lazio, si siano adoperati per il transfert giocando su due tavoli? E, secondo la denuncia dell'agente Fifa Vincenzo Morabito, provandoci anche con Dejan Stankovic nell'intimità dello spogliatoio?
Per non parlare di Cesare Geronzi, padrone sempre meno occulto del dissennato zoo pallonaro. Testimoni giurano che sarebbe stato il Grande Vecchio in persona a tramare il ratto del sabino Nesta. Irretiti lui e il fratello Fernando, ex benzinaio oggi proprietario di una stazione di servizio tra Orte e Roma, prelevati un pomeriggio all'Olgiata da una limousine in vetri fumé e consegnati in Banca di Roma alle grinfie di Geronzi. Che seppe trovare l'argomento giusto. «Dai la procura a mia figlia e tutti i tuoi incubi passeranno», alludendo ai miliardi che il ragazzo avrebbe dovuto sganciare a una società olandese per non aver rispettato il contratto d'immagine. E che dire dei posti di lavoro promessi ai fratelli di Pancaro per convincerlo ad accasarsi in Gea?
Nel frattempo, Nesta è passato alla Gea e gioca nel Milan di Galliani presidente di Lega, ma i suoi guai non risultano estinti. La sua cessione è servita però a tenere a galla Cragnotti, che ha pagato in questi giorni gli stipendi di maggio. Ma, in compenso, dovrà versare agli amici della Gea il 10 per cento pattuito sulla cessione di Nesta. L'azionista tifoso è in diritto di chiedersi se è davvero un buon affare trattare affari con la Gea World. E se sia vero o meno che i ragazzi della società Lazio subiscono la pressione psicologica della società del figlio di Moggi e compagni.
Anche l'azionista juventino ha di che interrogarsi se ne ha voglia. Per esempio sul passaggio, nell'ultimo prospetto informativo della Juventus per la quotazione in Borsa, che dettaglia come tra il 1999 e il giugno 2001 la Juventus abbia versato a Football management, la società di Alessandro Moggi prima della fusione con la Gea, compensi pari a circa 1,3 milioni di euro. E su quanto verserà quest'anno alla Gea World per gli affari Baiocco e Blasi, guarda caso altri due giocatori della scuderia di Alessandro Moggi. «L'ennesima coincidenza interessante», scrive caustico Vittorio Malaguti nel suo "I conti truccati del calcio", dossier sul crac finanziario del pallone. E che ci fa quel Davide Lippi, figlio di Marcello, assieme ad Alessandro Moggi nella scuderia Gea? Un'altra coincidenza? In Inghilterra i due sarebbero fuorilegge. La carriera di procuratori è interdetta a figli e parenti di allenatori o manager. In Francia non c'è la legge ma funziona l'etica. In Spagna non esistono casi simili. Da noi i dirigenti del Padova chiamano il giovane Rigoni e dicono: «Se vuoi andare alla Juve devi dare la procura al figlio di Moggi».
Il Perugia non è quotato in Borsa, ma il suo tifoso avrebbe lo stesso di che inquietarsi. Per la storia, ad esempio, della causa intentata e vinta da due ex operai di Gaucci, la successiva sentenza di fallimento del giugno 2001 e il salvataggio in extremis grazie a una fidejussione indovinate di chi? Della Banca di Roma. Già grato a Geronzi, artefice della cessione di Nakata alla Roma per 42 miliardi, Lucianone Gaucci diventa un docile emissario al guinzaglio della lobby. Convoca il giovane talento Gatti e lo spinge ad aderire alla Gea World. Liverani è già sistemato alla Lazio. Con Baiocco e Blasi non c'è bisogno. Il nome di Moggi sa di terra promessa, profuma di Juve. Geronzi fu anche il promotore dell'incontro tra Gaucci e Cragnotti, la settimana di quel Perugia-Juventus in cui gli umbri si dannarono senza apparente motivo per sfilare lo scudetto alla Juve e consegnarlo alla Lazio, complice anche il diluvio e un Collina che camminava sulle acque.
Il ridicolo e il sublime fanno il paio con l'articolo 15 del nuovo codice che dovrebbe regolare l'attività degli agenti. «Qualora sussistano ragioni di conflitto d'interesse nella conclusione di un contratto, l'agente è tenuto ad informarne immediatamente il calciatore, che dovrà sottoscrivere un'apposita dichiarazione nel contratto». Un capolavoro di stupidità spacciato per legalità. Come dire: «Caro Baiocco, sappi che mio padre Luciano è il boss della squadra con cui stiamo trattando» e lui Baiocco che, invece di ritrarsi sdegnato, accetta la clausola che lo condanna a vestire la maglia bianconera in Champions League piuttosto che quella del Perugia nell'Intertoto.
Il conflitto d'interessi è devastante. Forse non altera i risultati ma di sicuro inquina, attizza sospetti, semina veleni. Cosa debbono pensare dirigenti e tifosi retrocessi di Napoli e Reggina quando il Verona si salva a Parma, due anni fa, grazie al raptus di Benarrivo che s'avventa come un caterpillar sull'innocuo Mutu ai limiti dell'area? Quel Benarrivo, micidiale coincidenza, legato a Pastorello, figlio del presidente del Verona e collaboratore di Gea? O quelli della Fiorentina, più estinti che retrocessi, quando si ritrovano in panchina un Mancini miracolato da una deroga che non sta né in cielo né in terra, ma voluta dal presidente del Coni Petrucci su richiesta di Geronzi, tifoso laziale e amico di Mancini. Uno a cui un favore non si può negare.

24.10.2002