Miliardi di euro di crediti da onorare e solo 4 milioni in cassa. Clima da bancarotta dopo anni di spese pazze
La Regione Siciliana ha finito i soldi, niente stipendio ai deputati
di GIAN ANTONIO STELLA

Prima il rimborso-vacanze ai familiari di ogni consigliere, compreso (58 mila lire: meglio che niente) il suocero. Poi il finanziamento dell’avveniristico progetto per la macchina «schiudi-uova». Poi l’allevamento del «cirneco dell’Etna» affidato a lavoratori socialmente utili che per ogni cane (prima che le povere bestie morissero tutte di stress) divoravano una ventina di milioni di stipendi l’anno. Poi una serie infinita di spese di esilarante scelleratezza. Eppure, quando hanno saputo che i soldi erano finiti, i deputati regionali siciliani sono caduti dalle nuvole. Vanno capiti: il Palazzo della Cuccagna, come qualcuno ribattezzò l’Ars, non ha più neppure i soldi per pagare i loro (sontuosi) stipendi. Nelle casse della mitica Assemblea Regionale Siciliana, dopo 46 anni di estrosa amministrazione, sono rimasti esattamente 3 milioni e 914 mila euro. Una miseria, per chi ne amministra ogni anno circa quindici miliardi. Fate i conti: è come se una famiglia italiana abituata a gestire un bilancio di 15 mila euro l’anno si ritrovasse con un deposito in banca di 3 euro e 91 centesimi. Pochini. Basti dire che i soli creditori pubblici (le aziende sanitarie, i Comuni, le Province, gli enti regionali...) hanno in mano mandati di pagamento per 2 miliardi, 3 milioni e 104 mila euro (oltre 4.000 miliardi di vecchie lire) che non riescono a riscuotere.
Ai quali vanno sommati i soldi (una montagna) che la Regione deve dare ai creditori del settore privato, alcuni dei quali hanno già chiesto il pignoramento di beni per oltre 25 milioni di euro. Un buco pazzesco. Che l'amministrazione pensa di tappare almeno in parte con un nuovo mutuo da 400 milioni di euro (800 miliardi di vecchie lire) che a sua volta dovrà essere almeno in parte usato per tappare altri buchi bancari spalancati dall'apertura di vecchi mutui chiesti per tappare a loro volta altri buchi ancora.
La Corte dei Conti già l'anno scorso, per bocca del presidente regionale Giuseppe Petrocelli, aveva detto di fare molta attenzione: «Il percorso di risanamento dei conti regionali ha subìto una brusca interruzione». E aveva spiegato che la voragine, dovuta tra l'altro a «promozioni di massa», contributi a pioggia e alla mancata riscossione di 4.200 miliardi di lire di tasse, era montata anche a causa del «ricorso indiscriminato» ai mutui fatti per pagare altri mutui, fino a 8000 miliardi. Cioè oltre 4 milioni di euro. Non bastasse, all'allarme dei magistrati contabili si era aggiunto quello dell'assessore al Bilancio Alessandro Pagano che dopo aver minacciato mille volte le dimissioni per contenere le tentazioni spendaccione dei colleghi, ha spiegato ieri a Emanuele Lauria, del Giornale di Sicilia , di essere quasi quasi contento: «Spero che adesso qualche collega, colpito dalla crisi finanziaria nelle proprie tasche, si renda conto della necessità di portare avanti tutti insieme una politica di rigore».
La coscienza di vacillare sull'orlo dell'abisso, infatti, non era fino a ieri niente affatto diffusa. Certo, nessuno osa più proporre leggine come quella citata sul contributo-vacanze a moglie, figli e suoceri successivamente abolita dai giudici. Né organizzare viaggi come quello a Fukuoka dove, per vedere come i nipponici avevano organizzato i giochi universitari, fu programmata una spedizione da 4 miliardi (17 milioni a testa) di vecchie lire per la trasferta di 231 persone: deputati, funzionari, amici, mogli e amanti più 30 sbandieratori di Siena, 30 trampolieri emiliani, 30 gondolieri veneziani, 10 cantanti romani e 30 Pulcinella napoletani. Né aumenti scriteriati come quello concesso per motivi clientelari alla vigilia delle «politiche» del 1994, quando ai sindacati che per scrupolo avevano moderatamente chiesto solo 14 mila lire d'aumento venne risposto: «Ma no, ve ne diamo 200 mila!». Né regalini extra-lusso come quello fatto ai minatori di Pasquasia, in pensione con un assegno mensile pari di fatto al 108% della busta paga che avevano lavorando. Per non parlare dello stadio di baseball costruito per le Universiadi del 1997 anche se il gioco non era tra le discipline previste o della piscina olimpica chiusa per anni perché l'avevano fatta senza impianto di riscaldamento. Dettaglio che il progettista, informato della cosa, accolse battendosi la fronte: «Minchia: m'u scurdai!».
Erede di una scriteriata gestione condotta da un po' tutte le giunte regionali via via succedutesi, di centro, di destra e di sinistra, il governo di Totò Cuffaro (a sua volta protagonista delle ultime amministrazioni visto che era assessore sia con la destra sia con la sinistra) si è trovato alle prese con una situazione disperata che cerca oggi di arginare come può. Non pare però che la sua straripante maggioranza (63 consiglieri su 90) si sia data però pensiero della crisi. Prova ne sia che soltanto poche settimane fa, nonostante la catastrofe pensionistica che ha visto nei primi mesi di quest'anno andare in pensione 721 dipendenti regionali dei quali neppure una cinquantina per vecchiaia, aveva votato insieme con un pezzo della sinistra l'estensione ai dipendenti degli enti regionali delle pensioni baby che consentono a una donna sposata e madre di andare ancora oggi in pensione dopo solo venti anni di carriera.
L'impossibilità di ritirare lo stipendio, sorpresa!, ha lasciato tutti stupefatti: ma come, finiti i soldi? Un dramma. Tanto più che i poveretti, in uno dei rari momenti di lavoro nell'aula parlamentare (dove secondo gli ultimi calcoli soggiornano mediamente due ore e mezzo la settimana) si erano appena dati un aumentino allo stipendio: 650 euro. Il minimo indispensabile, converrete, per far fronte al costo della vita. Che ognuno di questi servitori dello Stato stoicamente affronta con un vitalizio appena sufficiente: in media, comprese le varie indennità, 12 mila euro al mese.
Gian Antonio Stella