Rai, una questione maledettamente seria

Rina Gagliardi

E'altamente probabile che il comune cittadino, posto che riesca a a capire qualcosa di quel che succede in Rai, nutra verso questa vicenda un disinteresse profondo. La crisi del Cda - ieri resa definitiva dalle dimissioni del «terzo uomo», Staderini - viene percepita, insomma, come un evento tipico di Palazzo, tipico degli "addetti ai lavori", lontano dalla vita reale delle persone: le quali, del resto, non hanno su di esso alcun potere di intervento o di influenza. Una propensione del tutto comprensibile e perfino condivisibile. Se non fosse, però, che l'informazione, la comunicazione, la qualità della Tv pubblica (e privata) sono oggi beni primari, che riguardano appunto "tutti noi": cioè lo stato della democrazia reale, per usare un'espressione un po' enfatica. Dunque, si tratta di una questione maledettamente importante, che sarebbe sbagliato sottovalutare o delegare alle diatribe intestine del potere.

La crisi in corso ha, in effetti, una radice tutta politica: prima che di una prova di forza tra centrodestra e opposizione, si tratta di uno scontro tutto interno alla "Casa delle libertà". Quasi un essai di ribaltone, con i cattolici dell'Udc che, a differenza del '94, interpretano la parte che era allora della Lega. Si capisce allora perché i due superstiti del Cda - il presidente Baldassarre e il leghista Albertoni - non mollino il loro posto, come sarebbe logico e naturale in qualsiasi altra parte del mondo. Dietro l'arroganza sostanziale e gli speciosi argomenti formali ("giuridici"), c'è in ballo un problema assai più generale: la resistenza (armata?) al disegno neocentrista. Ma anche sul fronte dell'opposizione, la Rai rischia di diventare solo una (non felice) "occasione" per misurare i rapporti di forza interni all'Ulivo, tra Margherita e Ds, tra "rutelliani" e prodiani, tra centristi e sinistra moderata. Già da questo breve schizzo, è chiaro che quel che non va è proprio il manico: una concezione e una pratica tutta e solo strumentale del servizio pubblico. Una "filosofia" spartitoria, lottizzatoria, legata alle ferree leggi dell'alternanza, malamente mescolata con uno spoil system tutto italiano. Ma non è proprio questo che va modificato, anzi radicalmente rovesciato?

La Rai-Tv, nell'era dell'informazione globale, non può che essere pubblica: questo è il punto di partenza, anzi, di arrivo, di qualsiasi proposta. Pubblico non vuol dire del governo o dell'opposizione: vuol dire che è l'interesse generale del Paese la principale ragion d'essere del servizio. Che perciò è, per sua natura e vocazione profonda, plurale e pluralista: cioè davvero rappresentativa della vita civile reale, delle culture in movimento, delle soggettività reali che prendono forma.

Se ci si provasse ad applicare questo principio, si scoprirebbe, forse, che l'elezione del Cda della Rai non può riguardare in esclusiva né gli esecutivi in carica né i vertici del Parlamento. Ci sono almeno due grandi soggettività che potrebbero, o dovrebbero, svolgere un ruolo di protagonisti: gli utenti del servizio pubblico stesso, quelli che, in fondo, lo "nutrono" pagando il canone, da un lato, i lavoratori della stessa azienda, dall'altro lato, che non possono essere gli eterni spettatori, più o meno lottizzati, più o meno interessati, di una faccenda che li riguarda così da vicino. Le forme di questo coinvolgimento, certo, non sono facili da pensare e realizzare - ma è davvero tanto più semplice ed efficiente il sistema attuale? Si tratterebbe, naturalmente, di concepire sul campo una riforma strutturale - una riforma così necessaria, che i riformisti di tutti i colori, quasi ormai un esercito, si guardano bene dal solo prospettarla. Di bandire complotti, manovre, bipolarismi, equilibrismi, e mettere al centro l'idea di una Rai, finalmente, rappresentativa, capace di informare, divertire di stimolare criticamente i cervelli. Un'utopia?

Liberazione 28 novembre 2002
http://www.liberazione.it