Pubblicato da Il Giornale, Domenica 13 Ottobre 2002. Intervista di Stefano Lorenzetto.
Titolo originale: "Gian Turci, il leader dei fumatori, perseguitato dai salutisti"

Una mattina di cinque anni fa, l’ufficiale sanitario canadese incaricato di tenere due ore settimanali di lezione nella scuola di Vancouver frequentata dai figli dell’imprenditore italiano Gian Turci, si avvicinò con aria sospetta ai due alunni e cominciò ad annusare i loro abiti. «I vostri genitori fumano, dite la verità!», inarcò il sopracciglio. I ragazzi si sentirono perduti. Perciò fecero quello che fanno di solito i bambini in simili frangenti: negarono disperatamente.
La settimana dopo, la scena si ripeté: «Su, confessate!». I ragazzi scoppiarono a piangere: «Sì, è vero, papà fuma». L’ufficiale sniffatore sibilò: «State lontani da vostro padre! Lui può uccidervi, così come sta uccidendo se stesso. È vostro preciso dovere salvarlo. Bisogna che smetta subito di fumare».
A quel tempo Gian Turci si concedeva una ventina di Du Maurier al giorno, sigarette canadesi mild, cioè né forti né leggere, le stesse che oggi recano impresse sul pacchetto la fotografia di due bambini e l’implorazione «Don’t poison us», non avvelenarci. Sua moglie meno ancora: una decina. «Ma l’ingranaggio infernale s’era messo in moto a nostra insaputa», mi racconta il papà di questi ragazzi, rifugiato politico - non saprei in che altro modo definire il suo status - in un piccolo appartamento che non puzza affatto di fumo, a Genova, la città dov’è nato 52 anni fa. «Dopo due settimane l’ufficiale sanitario venne nella mia azienda. Pensavo che volesse parlarmi di qualche grana relativa agli scarichi fognari. Invece mi aggredì: “Ho interrogato i suoi figli. Lei fuma. Li sta uccidendo!”. Ah sì, e in base a quali prove può affermarlo?, mi venne spontaneo replicare. “In base all’evidenza scientifica”, rispose. “Comunque la sua opinione è irrilevante. Se non smette di fumare, le togliamo la patria potestà”. Lo presi per il bavero e lo buttai fuori. “Non finisce qui”, furono le sue ultime parole».
Per paura di perdere i figli, la moglie rinunciò immediatamente alle sigarette. «Io no: mi sembrava una prevaricazione intollerabile. Qualche tempo dopo arrivò una notifica di avviamento delle pratiche giudiziarie per la revoca della patria potestà. Mi volevano togliere i figli, capisce? Mi cercai un avvocato. Spesi un sacco di quattrini per oppormi. Niente da fare: rischiavo l’arresto per “assalto a minore”. Dovetti cedere l’azienda al mio socio e scappare in Italia, per fortuna un Paese ancora libero, che non sbatte in galera i fumatori, anche se non so per quanto tempo ancora... I miei figli hanno voluto seguirmi. La madre invece è rimasta là. M’è toccato reinventarmi una vita da emigrante alla rovescia, cercarmi lavoro come traduttore e interprete simultaneo. Ho ancora la doppia cittadinanza, ma in Canada non potrò mai più rimettere piede: sulla mia testa c’è un carico pendente».
Non occorre molta fantasia per capire come mai adesso Gian Turci sia presidente di Forces Italiana, dopo essere stato fondatore di Forces Canada. Forces è un acronimo che sta per «fight ordinances and restrictions to control and eliminate smoking», lotta alle ordinanze e alle restrizioni per controllare ed eliminare il fumo. La consorteria mondiale dei fumatori. La sezione italiana include nel comitato d’onore il dissidente sovietico Vladimir Bukovsky, il ministro Antonio Martino, l’economista Sergio Ricossa. «Non mi chieda se fumano, non saprei risponderle. Il nostro è soprattutto un movimento liberista che vede il proibizionismo come la punta di un iceberg di immense dimensioni».
Proviamo ad andare alla base dell’iceberg.
«Alla base c’è una pericolosa mentalità che delega allo Stato le decisioni sullo stile di vita personale e sull’educazione dei figli. Lo psichiatra statunitense Thomas Szasz, anch’egli nel nostro comitato d’onore, lo chiama Stato terapeutico».
E come funziona questo Stato terapeutico?
«Il ministero dominante è quello della Salute, percepito come incorruttibile, infallibile, non politico, interessato solo al benessere dei cittadini. I quali devono, loro malgrado, rinunciare oggi a piaceri, libertà, tradizioni, valori, abitudini per il bene collettivo di domani».
Girolamo Sirchia nei panni del Grande Dittatore non ce lo vedo.
«Nello Stato di New York è appena entrata in vigore una legge contro l’obesità che prelude al dimagrimento di massa per legge. Sirchia è sintonizzato sulla stessa lunghezza d’onda. In taluni Stati americani è apparsa sulle bottiglie di vino la dicitura “Nuoce gravemente alla salute”, prima obbligatoria soltanto per le sigarette».
Ci costringeranno a bere Coca-cola.
«Anzi! Si sostiene che la celebre bevanda dà assuefazione, non a caso colui che la inventò nel secolo scorso, John Pemberton, era un farmacista, no? Gli ufficiali sanitari lavano il cervello ai bambini fin dalle scuole elementari. Alcol, caffè, merendine, il cibo in generale, sono parificati alle droghe. Il salutismo è la nuova religione del terzo millennio».
Alla voce salutismo leggo sul dizionario: «Atteggiamento di attenzione scrupolosa alla conservazione della salute». Che c’è di male?
«Ha trasceso questa definizione. È diventato una dottrina morale. Oggi non si discrimina più per colore della pelle, sesso o religione, bensì per stile di vita. Già si accendono i primi roghi».
Per bruciare chi?
«Nella Provincia canadese della Nuova Scozia hanno messo al bando i profumi: disturbano l’olfatto della maggioranza. Una sindrome inedita. Sensibilità chimica multipla, la chiamano. Negli uffici del Chronicle Herald di Halifax sono stati vietati persino deodoranti, dopobarba e colluttori orali. A Ottawa i mezzi pubblici sono interdetti a chi usa l’acqua di colonia. Un liceo di Toronto è stato dichiarato fragrance free, libero da profumi. Ora nel mirino ci sono l’aglio, il fumo dei barbecue e anche le gomme da masticare, perché la gente le sputa per terra e rimangono appiccicate ai marciapiedi».
A che età ha cominciato a fumare?
«A 18 anni. Sono andato in tabaccheria e ho chiesto una Nazionale senza filtro. Allora si vendevano sciolte. Tornato a casa, me la sono fumata. Così, per il gusto di provare. Un po’ come per gli spinelli. Chi può dire di non essersi mai fatto almeno uno spinello in vita sua?».
Io, per esempio.
«Be’, io no, ho voluto provare anche quello. Ma ho smesso subito: fa sentire ubriachi. Insopportabile, per un astemio completo come me che beve solo acqua».
Adesso quanti pacchetti di sigarette fa fuori?
«Mai stato un grande fumatore. Chi eccede non gode. Mi bastano una o due sigarette dopo i pasti. E mi accendo la pipa in media cinque volte al giorno. Altri vizi non ne ho. Sono moderato per natura, tranne che nelle idee. Potrei vivere in un convento. Mangio poco: peso 67 chili».
Il suo stato di salute?
«Va bene».
Dalla raucedine e dai colpi di tosse non si direbbe.
«Ho un problema alle corde vocali: un polipetto. La malattia dei cantanti e degli oratori. Tra pochi giorni mi farò operare col laser. L’intervento in sé non mi spaventa. Ciò che mi terrorizza è non poter parlare per dieci giorni».
Colpa del fumo?
«È quello che ho subito chiesto anch’io al medico dell’ospedale San Martino, dov’ero andato due mesi fa per un fastidioso abbassamento di voce: dottore, se è un cancro me lo dica. “Ma no, cosa va a pensare?”, m’ha risposto. ”Questi polipi sono di origine virale. Vengono anche ai non fumatori”».
Scusi se mi sono permesso.
«Ci sono abituato. Oggigiorno il fumo è la causa di tutto. Che non sia un toccasana lo capisco anch’io, essendo uno dei pochi abilitati a parlarne con cognizione di causa».
Perché?
«Innanzitutto sono un esperto di gas. La Technocarb, l’azienda che ho creato a Vancouver, brevetta e costruisce sistemi per convertire ai gas alternativi i motori a benzina: metano, propano, butano, Gpl. Nel mio piccolo credo d’aver contribuito a eliminare qualche milione di tonnellate fra polveri sottili e agenti inquinanti. Ne esistono quattromila, dal benzene al biossido di zolfo. E poi mi considero un sensore vivente».
Sensore vivente?
«Nell’84 mi sono avvelenato col monossido di carbonio. Ho fatto la cosa più stupida di questo mondo: un sabato mattina mi sono messo a misurare per conto mio i gas di scarico di un motore. C’era una perdita. L’ultima cosa che mi ricordo è il bancone di lavoro. M’hanno salvato in extremis. Sei ore in coma. Il monossido di carbonio forma dei legami molecolari permanenti negli alveoli polmonari. In pratica, se davanti a me c’è il tubo di scappamento di un diesel, mi sento morire, devo ricorrere all’aerosol. Cosa che non mi capita quando frequento un ambiente saturo di fumo delle sigarette».
Questo che cosa dimostrerebbe?
«Che il fumo passivo è una truffa, un’invenzione. Non esiste alcuna prova scientifica che esso sia di danno al non fumatore. Il salutismo si basa sulla parascienza, meglio conosciuta in America come junk science, scienza rottame: asserzioni non provate o impossibili da dimostrare, statistiche tendenziose presentate come se fossero dati scientifici inequivocabili».
Il British Medical Journal, che non è una rivista parascientifica, pubblicava già vent’anni fa uno studio epidemiologico del professor Takeshi Hirayama, che confrontava due gruppi di donne sposate giapponesi, omogenei per stato di salute, istruzione, età, condizione economica, esposizione allo smog. L’indagine dimostrò un aumento del 26% dei tumori polmonari nel gruppo di donne che avevano mariti fumatori.
«Non prova nulla. L’epidemiologia considera statisticamente significativo soltanto un incremento di rischio dal 200% in su. La patogenesi del cancro è ignota. In altre parole, quando tutto provoca il cancro, nulla provoca il cancro, e viceversa. Il tumore è una malattia multifattoriale: sono non meno di 40 le cause conosciute o ipotizzate che contribuiscono a farlo insorgere. Ora uno studio epidemiologico multifattoriale diventa tanto meno accurato quante più sono le cause che provocano il male. Un’indagine sul cancro non è come un’indagine sulla poliomielite, malattia monofattoriale, nella quale si possono misurare con accuratezza incrementi dello 0,0002 per cento. E che dire dell’asma? Le concause di questa malattia sono addirittura tremila. Eppure continuiamo a sentir dire che il fumo passivo provoca l’asma».
Non vorrà negare che l’incidenza dei tumori al polmone sia elevatissima fra i fumatori?
«È una mezza verità. Il 90% dei cancri polmonari vengono a fumatori, questo è un fatto. Ma non si precisa che l’età media delle persone colpite è di 72 anni. Cioè l’età nella quale il cancro in genere falcia oltre un terzo della popolazione».
Può sostenere di non aver mai visto nessuno ammalarsi per il fumo?
«Mia madre è morta di cancro al polmone. Era una fumatrice moderata. L’ha uccisa il fumo? La considero una possibilità, non una certezza. Forse avrebbe rischiato di più se avesse bevuto quattro caffè al giorno, considerato che un espresso ha la stessa tossicità di dieci sigarette. Tecnicamente un rischio relativo è solo un’associazione statistica: un’apparente relazione tra l’esposizione al rischio e la malattia. Si possono fare le associazioni più strampalate. Vuol sapere quali aumenti del rischio relativo sono stati documentati dalla scienza rottame? Calvizie in uomini sotto i 55 anni e infarti: + 40%; uso di colluttorio e cancro alla bocca: + 50%; assunzione di yogurt e cancro alle ovaie: + 100%; consumo di 12 hot dog al mese e leucemia: + 850%; uso del reggiseno tutto il giorno e cancro al seno: + 12.000%. Ha senso tutto ciò?».
Il fumo è un vizio?
«Una scelta. Purtroppo i fumatori non si rendono conto che contro di loro è stata dichiarata una guerra mondiale. In che cosa consiste una guerra? Nell’infliggere al nemico il maggior danno possibile al fine di piegarne la volontà. Questo non è più un dibattito. Qui ti ammazzano prima che parli».
Esagerato.
«In Florida un quindicenne ha ucciso a pugni e calci un bambino di 13 anni. Lo ha affrontato dicendogli: “Hai dato al mio fratello più piccolo una sigaretta”, e lo ha massacrato. Prima l’ha cercato per quattro giorni. Un delitto premeditato, non giustificato dall’ira. S’è sentito autorizzato ad ammazzare per una cicca. E questa come me la chiama? Io la chiamo guerra. Quindi non mi resta che combattere. Lo faccio anche per lei».
Non si disturbi: mai fumato in vita mia.
«Però, se permette, mi pare che abbia un discreto girovita. Si tenga pronto: il suo turno sta arrivando. Dove ho vissuto fino a quattro anni fa, sono state introdotte soprattasse per i cibi ipercalorici, i datori di lavoro vengono incentivati a scegliere dipendenti magri, si progetta di rendere obbligatorie le assicurazioni sanitarie per i cittadini grassi. Nelle scuole del Colorado una direttiva invita a non scoraggiare gli alunni che prendono in giro i loro compagni di classe ciccioni. Siamo alla persecuzione nazista. Non a caso i primi manifesti di propaganda antifumo furono concepiti dal Terzo Reich. Quando la civiltà non esprime più valori morali, quando il messaggio politico diventa confuso, quando si decide di licenziare Dio, il nuovo dio diventa il Corpo».
È innegabile che l’obesità abbia costi sociali enormi: negli Usa 300mila morti l’anno e 100 miliardi di dollari.
«Ma nessuno ricorda che il governo federale cambiò con un trucco lo standard che definisce il sovrappeso. Alterando le direttive prodotte dal National heart, lung and blood institute, nel giugno ’98 circa il 55% della popolazione americana diventò obesa da un giorno all’altro, contro l’11-13% precedente. L’argomento fu liquidato con un flash dell’agenzia Associated press, datato 3 giugno: “Il governo riduce la soglia dell’obesità”. Da allora, la nuova soglia è stata adottata anche dall’Oms, Organizzazione mondiale della sanità. Conseguenza: “epidemia” mondiale. Ora si afferma che un sesto della popolazione del pianeta è obesa, mentre con la vecchia soglia, usata per quasi 80 anni, tale percentuale sarebbe stata di circa un ventesimo».
Resta il fatto che i magri godono di più salute.
«Ma chi ha stabilito che il nuovo secolo debba essere no smoking, no eating, no drinking? Senza fumo, senza cibo e senza vino diventa no living, non vita. Preferisco vivere 50 anni da malato come scelgo io, piuttosto che 100 da sano come mi impone lo Stato».
Quanti siete rimasti in Italia a fumare?
«Secondo le statistiche ufficiali 30 su 100. Con l’occhio dell’ignorante, io dico uno su due».
Dove vorrebbe essere libero di fumare?
«Ovunque».
Anche negli ospedali?
«Solo nelle sale d’aspetto. Ricordo ancora con gratitudine l’infermiera che mi offrì le sue sigarette mentre attendevo con ansia la nascita della mia primogenita».
Anche sugli aerei?
«Sì. Secondo uno studio del Dipartimento dei trasporti Usa, condotto nell’89, il passeggero della fila più vicina ai posti riservati ai fumatori dovrebbe volare per cinque anni e mezzo senza sosta per respirare il fumo di una sola sigaretta».
Non ho ben capito perché sugli aerei abbiano introdotto il divieto di fumo per motivi di sicurezza. Per anni e anni hanno consentito ai passeggeri di fumare. Erano tutti voli a rischio?
«La sicurezza non c’entra. È che il divieto di fumo fa risparmiare alle compagnie circa mille dollari per ogni tratta transoceanica. Su un aereo dove si fuma bisogna cambiare il 90% dell’aria e ricircolarne il 10%. L’esatto contrario se non si fuma. Quindi, c’è un notevole risparmio di energia, e cioè di carburante, perché le pompe funzionano a ritmo ridotto. Sparisce la puzza di fumo, in compenso l’aria è più inquinata da virus, batteri, spore, legionella. Infatti l’Oms registra un’esplosione di Tbc attiva fra chi vola».
Vorrebbe fumare anche in chiesa?
«Dove per tradizione non s’è mai fumato, io non voglio fumare. Il luogo più sacro è quello in cui ci sono persone che non vogliono fumare. Però anche casa mia o il mio ufficio sono sacri: lo Stato non si azzardi a mettervi piede».
Che cosa trova di bello nel fumare?
«Mi piace il sapore. Ma fumo soprattutto perché è proibito. Perciò cerco di farlo dove c’è un cartello di divieto: negli aeroporti, nelle stazioni, sui treni, al ristorante. Cerco disperamente di buscare una multa per non pagarla. Voglio andare in galera».
Forces è finanziata dalle multinazionali del tabacco, confessi.
«Magari! Non ci sarebbe nulla di immorale. Invece mi tocca lavorare gratis».
Autorevoli istituti scientifici legano il fumo passivo alla mortalità o morbilità per tumore dei seni nasali, accidenti cardiovascolari, polmonite pneumococciche, patologie neonatali, infezioni respiratorie, asma.
«L’hanno legato a 103 malattie, per l’esattezza. Incluso il lesbismo, che non so se sia da considerarsi una malattia».
Facciamola corta: il fumo passivo sarà anche innocuo, come sostiene lei. Però dà fastidio, irrita naso, gola, occhi. L’aria è di tutti: posso pretendere che non la ammorbi sì o no?
«Ni. In democrazia dovrebbe prevalere il diritto della maggioranza. Ma con la buona educazione si risolve tutto».
Secondo lei allora perché i fumatori ricorrono a cerotti, graffette nelle orecchie, sedute di psicoterapia, sigarette finte pur di smettere? E come mai gli ex fumatori descrivono con accenti epici la fine della loro dipendenza dalla sigaretta?
«Perché si credono, o si credevano, drogati. Meglio, gliel’hanno fatto credere».
Chi?
«La lobby medico-farmaceutica».
Abbia pazienza: la lobby medico-farmaceutica avrà più interesse a farci ammalare per poi curarci, suppongo.
«Mica vero. Nel mondo ci sono un miliardo e 300 milioni di fumatori che si stanno convincendo d’essere tossicomani. Ergo, hanno bisogno di droghe sostitutive, chiamate prodotti di cessazione, quasi tutti a base di nicotina. La quale crea dipendenza se a produrla è la Philip Morris, però disintossica se a venderla è la Johnson & Johnson. Si stanno contendendo il mercato mondiale della nicotina. Solo negli Usa è un business da oltre 600 miliardi di lire l’anno».
Un bel giro d’affari.
«E continua a crescere, anche perché cerottoni transdermici, inalatori e gomme da masticare alla nicotina risultano all’85% inefficaci. In Italia finirà come oltreoceano, dove sono prescritti dagli ufficiali medici scolastici a partire dai 12 anni, come misura preventiva. In pratica i fumatori alterneranno sigarette e prodotti di cessazione. Sempre di nicotina si tratterà. Ci sono passeggeri che salgono in aereo con due cerottoni sulle gambe per paura di una crisi d’astinenza. Ma la sigaretta al massimo può dare dipendenza psicologica, non fisica. Io non ho bisogno di pillole. Mi vede? Sono già tre ore e 10 minuti che non fumo».