di Giovanna Melandri


http://www.unita.it/index.asp?SEZION...TOPIC_ID=21172

Hanno fatto bene i Ds e l'Ulivo al Senato ad impegnarsi in una forte ed incisiva battaglia ostruzionistica contro il progetto di devolution di Bossi, il disegno teso a spaccare il Paese, a demolirne coesione sociale e culturale, a smantellare l'architettura universalistica delle prestazioni sociali.
Così come è importante che le manifestazioni di oggi, a Milano e Bari, siano non solo contro la Finanziaria ma anche contro un progetto che minaccia l'unità nazionale.
In questa legislatura è la seconda prova - la prima è partita in agosto sulla legge Cirami - di un'opposizione che non rinuncia ad utilizzare (come fece abbondantemente il Polo nella scorsa legislatura) lo strumento regolamentare dell'ostruzionismo.
Ad agosto sulle pagine di questo giornale si sviluppò un ampio dibattito sulla «funzione» dell'ostruzionismo. In quella occasione, consapevole della sua funzione simbolica visti i rapporti di forza in Parlamento, suggerii, insieme ad altri, di non limitare alla Cirami ed al tema «giustizia» il ricorso all'ostruzionismo e di estenderlo, invece, ai provvedimenti economici e sociali. Come avremmo dovuto fare, ad esempio, nel caso della legge Bossi-Fini sull'immigrazione o del decreto che ha istituito la società «Patrimonio Spa», il cui scopo è svendere il patrimonio culturale dello Stato. O come dovremmo fare per i provvedimenti oggi all'esame in materia di sanità, scuola, lavoro.
Alcuni temevano che, così facendo, la sinistra potesse offuscare la sua cultura istituzionale. Non voglio tornare su quella polemica quanto, piuttosto, segnalare un problema che mi pare ad oggi tutt'altro che risolto. Prima ancora della leadership e delle regole di convivenza tra forze politiche diverse all'interno della coalizione, il problema principale dell'Ulivo oggi è quello di non avere scelto la sua fisionomia di forza di opposizione. Si può dialogare con questa maggioranza, si possono cercare in Parlamento quelle convergenze che sempre in un sistema bipolare la dialettica politica produce? Certo che si può, anzi, si deve ricercare questa dialettica perché gli interessi del Paese sono di gran lunga più importanti di qualsiasi polemica politica. Ma non si può non vedere o, peggio, ignorare il fatto che fino ad oggi è successa un'altra cosa: la Casa delle Libertà, con un ampio e largamente immotivato ricorso alle deleghe concesse al governo, ha svuotato la funzione del Parlamento e non ha «aperto» - e questo è un obbligo che ricade principalmente sulla maggioranza - su nessun provvedimento un confronto libero, vero, parlamentare con l'opposizione. Insomma, per scelta non nostra e tantomeno frutto di presunti «radicalismi» ma, semmai, per le scelte di una destra essa sì massimalista che del sistema democratico accetta solo la regola «chi vince piglia tutto» le cose sono andate diversamente.
L'obiezione che si muove a questa scelta strategica sul profilo dell'opposizione è la seguente: dobbiamo - spesso si sente dire - essere anche propositivi. E ci mancherebbe altro! Ma non ci sono solo le proposte di legge che si depositano in Parlamento o il programma (per il quale i Ds finalmente hanno aperto il cantiere) per essere propositivi. Il nostro progetto in questa legislatura di opposizione si invera, innanzitutto, nelle regioni e nelle città che amministriamo ogni giorno (ha parlato agli italiani molto di più di qualche documento la scelta accogliente, democratica e vigile degli amministratori toscani in occasione del Social Forum). Ma il nostro progetto si invera anche nella selezione dei no che pronunciamo. Questa è la natura di un sistema bipolare e questo è il compito dell'opposizione in un tale sistema. In assenza del quale (come sta accadendo ad esempio ai democratici americani) l'opposizione diventa irrilevante e gli elettori non la capiscono. E quando gli elettori non la capiscono, non la votano. Ricordo che Giorgio Napolitano, intervenendo nel dibattito di agosto sostenne che nella cultura politica del Pci non vi era l'ostruzionismo. È vero, ma il Pci si esprimeva in un sistema politico e parlamentare completamente diverso da quello attuale che è innanzitutto bipolare. Ed anche anomalo per il tipo di culture politiche che compongono la destra italiana: etnica (Bossi e l'idea «ad ognuno la sua scuola e la sua polizia»), mercantile (Tremonti e l'idea di fare cassa sanando le illegalità e svendendo il patrimonio culturale), illiberale (Fini con il no all'indulto ed alla grazia a Sofri). Con le poche voci dialoganti e liberali del Polo sistematicamente sopraffatte.
Quando è la stessa coesione sociale e culturale del Paese ad essere messa in discussione lo spirito di dialogo non basta e non giustifica, da solo, la ragion d'essere di una forza di opposizione. Usando tutti gli strumenti che i regolamenti parlamentari le offrono, anche l'ostruzionismo se necessario, l'opposizione sia netta e comprensibile. Forse l'assemblea del 27 novembre di tutti i parlamentari dell'Ulivo dovrebbe discutere di questo, scegliere finalmente una linea per la conduzione dell'opposizione in questa legislatura: dialogo sulla giustizia o referendum contro le leggi «vergogna» (rogatorie, falso in bilancio, Cirami)? Sottrarre la Rai dal «bottino» del maggioritario in un sistema «inquinato» dalla posizione del Presidente del Consiglio, o accedere ad un ruolo di minoranza nella gestione del servizio pubblico? O, infine difesa ad oltranza delle nostre tradizioni civili in materia di diritti delle persone in presenza, come ha scritto nei giorni scorsi Claudio Magris, di uno spostamento dei confini della moralità pubblica o dialogo sulle riforme istituzionali?
Sono scelte strategiche, tutte riformiste, tutte legittime, che dipendono dal giudizio che diamo di questa destra e delle sue culture politiche ma che cambiano e definiscono diversamente la fisionomia dell'opposizione.