Operai FIAT
Fausto Bertinotti
Sì, disubbidiscono gli operai Fiat. Non accettano le decisioni di un'impresa che dagli anni 80 in poi ha riservato loro solo licenziamenti, cassa integrazione, insicurezza e precarietà. Non accettano gli atteggiamenti contraddittori del governo. Disubbidiscono a nord e a sud, a Termini Imerese, a Melfi, a Torino, a Milano, a Cassino. Sono loro che in questi giorni hanno riunificato un'Italia che altri hanno diviso, sono le loro lotte, la loro disubbidienza che ha rimesso al centro di un paese che pareva aver accettato le regole della disuguaglianza, della flessibilità, quella questione operaia che rimane fondamentale malgrado le esaltazioni liberiste di questi anni.
Li abbiamo visti davanti ai cancelli di Termini Imerese, qualche giorno dopo l'annuncio della chiusura della fabbrica, e ieri, di nuovo, a Torino mentre manifestavano e occupavano i binari di Porta Nuova. Abbiamo constatato la rapidità di un contagio, di una contaminazione delle lotte che si sono mosse in pochi giorni dal sud al nord del Paese. Abbiamo toccato con mano una capacità di mobilitazione che ha tutti i caratteri della irriducibilità. E abbiamo cercato di cogliere tutti i messaggi che vengono da forme di lotta insieme tradizionali ed originali.
Essi ci mandano a dire molte, moltissime cose. Con la loro radicalità ci dicono che in questa vicenda non ci sono vie di fuga. Quelle vie che le imprese e il governo hanno praticato negli ultimi anni, gli escamotage, i rinvii, le divisioni in queste lotte non sono possibili. Non è possibile nessuna forma di imbroglio contrattuale o istituzionale. Ai lavoratori della Fiat si deve garantire il posto di lavoro, si deve dare una prospettiva reale. L'alternativa a questo non può che essere lo scontro sociale. Pensiamo alle occupazioni di questi giorni: alle stazioni, agli aeroporti, alle strade, a quei luoghi della mobilità che i lavoratori hanno fermato. Non sono esse il simbolo di quella irriducibilità che non accetta di essere costretta in una protesta tradizionale e rituale, ma è disposta a battere nuove strade, ad aprirsi a nuove forme di lotta? Non rappresentano quel mix straordinario di forza e di nonviolenza che i nuovi movimenti hanno introdotto nelle forme dell'azione politica?
Li abbiamo visti sui binari di Porta Nuova e abbiamo constatato la loro somiglianza con quegli "altri disubbidienti", quelli che ieri si sono recati a Termini Imerese e con quel grande movimento che in tutto il mondo critica la globalizzazione. Ed anche questo è, per chi lo sa capire, un messaggio importante.
A questi operai, a questo movimento non si può che offrire un cambiamento reale. Si deve innanzitutto sottrarre l'iniziativa a coloro che si sono rivelati impotenti e incapaci. Da qui nasce la proposta di un intervento pubblico. Solo cambiando gli assetti proprietari, si cambia l'interlocutore e si può predisporre un piano che parte dalla essenzialità delle loro richieste: la difesa di tutti i posti di lavoro.
La proposta di un intervento diretto dello Stato, accolta agli inizi con sufficienza e qualche ironia, si rivela ogni giorno di più l'unica realistica. Anche essa richiede una radicalità, una capacità di pensare e proporre fuori dagli schemi dell'azienda. Se non la si assume compiutamente l'incontro di lunedì a Palazzo Chigi appare del tutto privo di sbocco e apre uno scenario inquietante.
Liberazione 23 novembre 2002
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