

"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
Der Wehrwolf


Dopo il 1815 agli intellettuali e ai borghesi seguaci delle nuove idee non restava, contro la severa persecuzione degli organi di polizia, che la cospirazione nell'ambito delle società segrete. Molte di esse, per la verità esistevano già prima del 1815, ma solo in seguito ebbero una grande diffusione: il clima di Restaurazione costituì infatti un terreno adatto per la congiura, in quanto coloro che intendevano battersi per una società di cittadini liberi erano costretti a riunirsi di nascosto per evitare di essere scoperti e perseguitati. Le società segrete, che ebbero maggiore fortuna, furono la Massoneria e la Carboneria.
LA MASSONERIA
Misteriose e antichissime sono le origine della Massoneria, la cui denominazione originale in italiano è Libera Muratoria (in francese Franc-Maçon). Le origini più probabili ci riportano alle corporazioni dei maestri comacini, dei costruttori di cattedrali, alle associazioni artigiane gerarchicamente strutturate (apprendista, compagno, maestro), che conservano gelosamente i segreti del mestiere. Fra le varie associazioni medievali, fra quelle meglio organizzate era senza dubbio quella dei muratori. Essa sopravvisse soprattutto in Inghilterra, dove, com'era d'uso, entrarono a far parte dell'associazione anche membri estranei all'arte muratoria, soprattutto nobili ed intellettuali, la cui presenza era "accettata" e gradita per la protezione, il prestigio e gli aiuti che potevano fornire alla corporazione. Col tempo, nel generale decadere delle corporazioni artigiane, i "liberi muratori accettati" finirono per prevalere anche come numero su quelli esercitanti il mestiere.
Le riunioni si svolgevano nella "loggia", la capanna in cui si riunivano gli operai e i tecnici, ma nel 1717, a Londra, quattro di queste logge si fusero insieme, dando vita alla Grande Loggia di Londra e abbandonando definitivamente ogni carattere di associazione di mestiere. Da questo momento la Libera Muratoria da operativa si trasformò in speculativa, assumendo l'aspetto di un'associazione chiusa e segreta, praticante determinate attività, anche civili e sociali.
La caratteristica ideologica, in questa prima fase, consistette in una comune e aperta professione di fede cristiana. Della vecchia associazione di mestiere furono conservate le caratteristiche dei tre gradi di apprendista, compagno e maestro e il rituale mantenne il simbolismo delle antiche confraternite; la trasformazione del profano venne descritta come la trasformazione della "pietra grezza" in "pietra cubica"; tra i vari simboli figurò il martello, insegna del maestro venerabile che presiedeva le riunioni e le cerimonie della loggia.
In Italia la setta si diffuse dal 1730, a Roma, a Firenze, a Venezia, a Milano e in altre città ancora. Ma in Italia, e in generale nei paesi cattolici, la Massoneria dovette affrontare l'avversione della Chiesa, che non ammetteva deviazione dai suoi dogmi e fulminò contro la società una serie di scomuniche periodicamente rinnovate.
Nella seconda metà del '700 la Massoneria era conosciuta in tutto il continente europeo e divenne così strumento di diffusione delle idee illuministe. In Italia, durante gli anni della restaurazione e delle cospirazioni risorgimentali, la Massoneria fu quasi del tutto assente ma è assai probabile che fossero derivazioni e filiazioni della Massoneria le società segrete (come quella dei carbonari e degli adelfi) che s'impegnarono nella lotta per l'indipendenza e la libertà. Di sicuro gli iscritti a queste sette patriottiche erano, nella quasi totalità dei casi, affiliati anche alla Libera Muratoria.
Negli anni successivi ed immediatamente precedenti all'Unità, molti uomini politici e soprattutto capi del movimento democratico italiano diedero la loro adesione alla Massoneria: basti fare i nomi di Crispi e Garibaldi. Nella seconda metà del seccolo XIX, negli stati cattolici, e prevalentemente in Italia e in Francia, la Massoneria assunse un decisivo carattere materialista, democratico e anticlericale.
LA CARBONERIA
Nel regno di Napoli, intorno al 1810, alcuni ufficiali francesi dell'esercito di Murat si staccarono dalla Massoneria e dettero vita ad un'altra associazione segreta di tipo settario: la Carboneria. Diffusasi rapidamente nel resto d'Italia, in Francia e in Spagna, fu la principale causa di inquietudine dei governi fino al 1830 e la più importante fra le varie organizzazioni dello stesso tipo che nacquero allora.
Le radici della Carboneria napoletana vanno ricercate fuori dalla penisola italiana e precisamente in Francia. Risale alla seconda metà del 1700 l'esistenza dei Charbonniers (Società dei Buoni Cugini), strumento operativo e reazionario della più famosa Filadelphia. E' molto probabile che alcuni Filadelfi francesi, venuti nel Regno di Napoli, come funzionari o ufficiali dell'esercito, ed incontratisi con gli oppositori del regime in nome dei princìpi giacobini, abbiano suggerito l'idea dei Charbonniers. E' probabile che fra i Filadelfi vi fosse Joseph Briot, ex seguace di Babeuf e sono in molti ad attribuire la paternità della Carboneria a Briot e Babeuf. Una volta organizzatisi questi Carbonari napoletani, strinsero relazioni con gli inglesi per ricevere aiuti economici nella lotta contro il dominio di Murat e del Bonaparte. Sebbene la denominazione provenga dalla Francia e gli aiuti economici dall'Inghilterra, è chiaro che le origini della Carboneria siano da ricercarsi nel movimento giacobino napoletano (che a sua volta deriva dai massoni illuminati).
I membri della Carboneria erano soprattutto ufficiali, aristocratici, intellettuali, membri della borghesia illuminata e liberale. La struttura era regolata rigidamente dall'alto, il comportamento doveva essere ispirato alle regole della massima segretezza. Sia per ragioni di segretezza sia per il gusto del travestimento e del vocabolario cifrato, si fece ricorso a nomi ed espressioni tipici di uno dei più antichi e miseri mestieri del popolo: appunto quello dei carbonari . Un mestiere come quello dei carbonari si prestava d'altronde abbastanza bene: chi lo praticava doveva spostarsi continuamente dovunque ci fosse legname da trasformare in carbone. Inoltre si trattava di un'attività piuttosto diffusa, soprattutto nel meridione d'Italia. Ecco dunque i cospiratori politici camuffarsi da carbonari.
La loro organizzazione è diretta dal centro, da una "grande vendita" di cui fanno parte pochi membri. Gli ordini vengono trasmessi da questa a varie "baracche" o "vendite locali", composte di venti affiliati, detti anche "cugini". I "cugini", all'atto della loro entrata nella Carboneria, sono detti "apprendisti" e conoscono solo in parte la struttura e gli scopi dell'organizzazione. Dopo un periodo di prova, entrano a far parte del grado superiore, diventando "maestri" (anche questi termini derivano dall'organizzazione corporativa del lavoro di origine medievale).
Nella Carboneria vige il gradualismo (già presente nella loggia illuminata), per cui il programma dell'associazione veniva rivelato solo gradualmente all'adepto via via che dai superiori era ritenuto degno di essere iniziato ai segreti. Questa gradualità non era dovuta solamente alla necessità di mantenere la segretezza ma aveva principlamente una funzione di iniziazione pedagogica. Di solito la Carboneria era divisa in tre gradi: apprendista, maestro e gran maestro.
Nel primo grado si professava genericamente alcuni princìpi umanitari, impostati sulla morale e sulla religione tradizionale.
Nel secondo si parlava di costituzione, d'indipendenza e di libertà.
Nel terzo si proclamava l'aspirazione a creare una repubblica ed un regime di eguaglianza sociale, che comportasse la spartizione delle terra e la promulgazione della legge agraria.
Il loro obiettivo era, in generale, la conquista di una costituzione; ma nell'Italia settentrionale - il Lombardo-Veneto - si lottava anche per la conquista dell'indipendenza dalla dominazione austriaca; nello Stato Pontificio si chiedeva, invece, un governo laico dopo tanti anni di malgoverno ecclesiastico; i carbonari della Sicilia esigevano che l'isola diventasse uno Stato separato da quello di Napoli contrariamente a quelli di Napoli che volevano tenerla unita al regno.
La Carboneria aveva due grandi difetti: la mancanza di un'organizzazione centrale, capace appunto di collegare fra loro le diverse iniziative regionali secondo criteri unitari e organici e il carattere misterioso dell'associazione i cui membri ignoravano talora persino i programmi e l'identità dei loro capi e dovevano spesso sottoporsi a riti strani ed incomprensibili. Inoltre, l'origine degli associati faceva della Carboneria un'associazione troppo chiusa e ristretta per poter formulare vasti programmi a carattere nazionale. L'assenza delle classi popolari fu infatti una delle principali cause degli insuccessi, ai quali fra il 1821 e il 1831 andarono incontro i moti carbonari in Italia.
ALTRE ASSOCIAZIONI SEGRETE
La Carboneria fu la più importante e diffusa fra le sette italiane ed europee dell'epoca; ma non fu la sola. Altre nacquero dalla incessante attività di un rivoluzionario di professione: Filippo Buonarroti. Caratteristica delle sette da lui create e organizzate era l'esistenza di un terzo livello rispetto ai due già preesistenti nella Carboneria. Al terzo livello di iniziazione arrivavano solo pochissimi, i più fidati e preparati, i quali erano anche i soli a sapere che, obiettivi ultimi dell'organizzazione, oltre alla conquista della costituzione (1° livello) e della forma repubblicana di governo (2° livello), erano l'uguaglianza sociale e la comunità dei beni, da raggiungere per mezzo di una legge agraria che mettesse in comune il godimento dei beni e la proprietà delle terre.
Tutta Europa conobbe allora forme di organizzazione e di lotta politica di questo tipo: in Russia, le due Società detta l'una del Nord e l'altra del Sud; in Francia, la Carboneria, gli Adelfi e i Filadelfi; in Grecia la Eteria; in Spagna, i Carbonari, i Massoni, i Comuneros. Queste associazioni operavano in segreto ma avevano tra di loro contatti e canali di comunicazione. Potevano così organizzare moti e insurrezioni contemporaneamente in diversi stati come avvenne nel 1820.
Non c'erano solo sette organizzate per affermare nella società le idee liberali e quelle democratiche radicali. Anche coloro che volevano combattere fino in fondo le conseguenze della Rivoluzione francese e dell'Illuminismo si organizzarono in società segrete. Già in Francia, negli anni della Rivoluzione, c'erano state organizzazioni di questo genere. Anche in Italia si diffusero negli anni della Restaurazione società segrete dello stesso genere. Si conoscono vari nomi: i Calderari, che operavano nel Regno delle Due Sicilie, le Amicizie Cristiane, di ispirazione cattolico-rivoluzionaria, i Cavalieri della Fede attivi in Francia. A differenza delle sette rivoluzionarie quelle reazionarie si servirono del segreto solo per combattere meglio i progressi delle idee liberali e democratiche nella società; esse lavoravano al servizio della polizia, del clero e dei governi e ne ottennero mezzi e protezione.
"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
Der Wehrwolf


Così nacque l’Italia liberata. Grazie alla massoneria
di Gian Carlo Colombo
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E’ uscito, per i tipi dell’Istituto di studi Lino Salvini in Firenze, Giovine Italia, storia e documenti di Aldo Chiarle. Il terzo libro dopo Risorgimento e in attesa che vengano dati alle stampe altri due contributi che coprano tutto il periodo del Risorgimento, fino alla liberazione di Roma del 1870. Il periodo coperto è quello che va dal 1831 al 1857, il periodo più duro forse di tutto il Risorgimento ma anche il più fecondo, perché fu il periodo di incubazione che precedette lo Sbarco dei Mille, la liberazione dell’Italia centrale, l’incontro di Teano. Questo libro dell’amico Chiarle, ha anche un pregio aggiuntivo, la Prefazione di Paolo Ungari, un Amico scomparso in circostanze tragiche, ma che aveva, da politico nato ed equilibrato, la capacità di dare in sintesi una visione d’assieme del problema, con grande umanità e competenza.
Leggendo e meditando il libro di Chiarle, mi convinco sempre di più quanto sia necessaria una revisione della storia patria, non solo quella dell’ultimo secolo, ma anche della storia che è stata l’origine della nostra compagine nazionale. A scuola ora come allora, con tecniche sopraffine di sopravvalutazione e sottovalutazioni di fatti, documenti, avvenimenti, si è teso a sottovalutare e svalutare l’apporto della Carboneria e della Giovine Italia. perché né al fascismo, né alla Chiesa cattolica ha fatto mai piacere, né tuttora fa comodo che l’origine culturale della nostra unità, le basi concettuali provenienti dalla Massoneria italiana, fossero state e sono le radice vere dell’unità della Patria. Carboneria prima e Giovine Italia poi furono il braccio armato massonico e dell’unificazione italiana. Solo la Massoneria riuscì a ordinare a sistema le idee e a diffonderle e a farle partecipare a quella “massa critica” necessaria per il salto di qualità che fu il Risorgimento italiano.
In tempi grigi e sinistri, dove le plebi erano intenzionalmente tenute nella disperazione dell’ignoranza e sotto il tallone della tirannia religiosa, con la superstizione sparsa a piene mani (il vero oppio dei popoli) e con la sospettosità come metodo di governo e giustizia, successe un miracolo laico. Quel miracolo che i libri di storia di impronta cattolica, fascista e comunista tendono a svilire e pour cause. I documenti che Chiarle ha pubblicato dimostrano come la Giovine Italia o qualsiasi altra forza organizzata non avrebbe da sola potuto dare all’Italia la sua libertà e la sua unità, se il sistema massonico, non le avesse messo a disposizione la metodologia, la sua forza nell’affratellare le persone, nel temprarne le volontà illuminandone le coscienze. Di questi giorni si fa un gran baccano per stabilire se alcuni giovani miliardari in calzoncini, debbano o meno cantare l’inno nazionale.
Va dato atto al Presidente della Repubblica, di aver rotto con il passato prossimo che in parte si vergognava dell’inno, di averne accreditato una sinfonia più solenne e più consapevole: ma a tutti va ricordato che il nostro è un inno massonico, non solo perché tali erano gli autori, ma per le sue strofe: Fratelli d’Italia. un fatto rivoluzionario, fratelli non di sangue, ma di idee e di sentimenti. E la Giovine Italia come ricorda Chiarle unì i fratelli; pensate riuscì a fare andare d’accordo, Mazzini e Garibaldi, il re Vittorio e Cavour, i quali tutti quanto a carattere non scherzavano e a litigiosità, neppure. Ma il vero miracolo e di cui la Giovine Italia fu, meglio della Carboneria, l’arma della unificazione, l’unificazione di gente che non si conosceva, che sui univa in un progetto di libertà e unità, che proprio perché il progetto era di tutti ed aperto a tutti, e non contro; fu una forza di unificazione rivoluzionaria e liberale allo stesso tempo.
Si capisce benissimo la sottovalutazione coatta e decisa in modo consapevole, da preti, fascisti e marxisti, delle nostre radici risorgimentali. Ma l’unificazione dell’Italia non unì solo i capi, non fu una rivoluzione calata dall’alto come si cerca di far credere, una rivoluzione misteriosa e nascosta. Basta leggere le due sentenze esemplari che Chiarle pubblica emanate contro esponenti della Giovine Italia e il terribile atto d’accusa dell’insurrezione di Rimini contro la vendetta cattolica e delle dittature locali. Si tratta per la prima volta dell’unificazione, nella condanna anche a morte, di contadini, artigiani e operai, studenti e impiegati, cioè di italiani ante litteram, ma di italiani semplici e di tutti i giorni oserei dire. Anche il cristianesimo si dovette “arrangiare” nelle catacombe voglio ricordare ai tanti clericali che guardano con sospetto ancora oggi al Risorgimento, vera matrice della libertà dei laici e delle loro ideologie confessionali.
E’ evidente che questi documenti di condanne esemplari non siano “piaciuti” ma questi documenti sono la prova di evidente di che cosa sia capace la forza e la sinergia delle idee consapevolmente organizzate intorno a valori che diventano comuni. Ultima notazione, la massa critica che raggiunge la Giovine Italia è legata ad un termine: unità che si aggiunge agli altri di indipendenza, libertà e repubblica. In tal modo si riuscì a reggere l’urto della reazione feroce e proterva e battere un potere che si ammantava di attributi trascendenti e di investiture divine. Non dimentico il Credo in Dio di Mazzini che Chiarle pubblica, del Massone Mazzini e della sua fede nella Patria; evidentemente concetti rivoluzionari ma sentiti giusti dalla gente comune. Una rivoluzione delle coscienze prima, una rivalutazione di concetti religiosi e di fede, che non devono essere usati contro qualcuno, strumentalizzati per opprimere coscienze e persone, né come potere di governo.
Gian Carlo Colombo
gc.colombo@libero.it
"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
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Giuseppe Garibaldi e la Massoneria
di Caio Mario Aceti
Fallita miseramente sul nascere l’insurrezione di Genova, Garibaldi a stento riusciva a salvarsi, travestito da contadino, prima a Nizza, poi a Marsiglia; in questa città apprendeva dai giornali, il 18 Giugno 1834, di esser stato condannato a morte dal Consiglio di Guerra Divisionario di Genova. Cominciava per il giovane nizzardo il lungo esilio che lo terra lontano dall’Italia per 14 anni. A Marsiglia stette un po’ di tempo "inoperoso"; poi riprese a navigare.
Agli inizi del 1836 giunse a Tunisi calorosamente ricevuto dai massoni italiani esuli. Prese alloggio in un palazzo della rue de la Commission sulla cui facciata fu posta nel 1905, a cura dei massoni italiani di Tunisi, una lapide-ricordo con la scritta seguente:
L’ANNO MDCCCXXXCVI / OSPITÒ QUESTA CASA / GIUSEPPE GARIBALDI / GAETANO FEDRIANI E ALTRI PROFUGHI D’ITALIA / MENTRE / FRA GLI URGENTI DESIDERI / INTENDEVANO A RISTORARE LE FORTUNE AFFLITTE / DELLA LIBERTÀ E DELLA PATRIA / XX SETTEMBRE MDCCCCV.
Nello stesso anno, persa ogni speranza di nuove azioni in favore della libertà italiana, Garibaldi si imbarcava per il Brasile.
In quel lontano paese iniziava la sua vita massonica.
A Rio Grande, nella Loggia Asile de la Vertu, Garibaldi era iniziato nello stesso anno del suo arrivo.
Dopo aver combattuto a lungo in favore della giovane Repubblica del Rio Grande contro Pedro II Imperatore del Brasile, Garibaldi, stanco e sfiduciato, abbandonava la lotta e con Anita ed il figlioletto Menotti si trasferiva a Montevideo giungendovi il 21 Maggio 1841.
In questa città, secondo quanto riferì Adolphe Vaillant corrispondente nel 1861 del Monde Maçonnique di Parigi, Garibaldi abbandonava la Loggia Asile de la Vertu perché ritenuta irregolare e il 28 Agosto 1844 si affiliava alla Loggia Les Amis de la Patrie, fondata nel 1827 alle dipendenze del Grande Oriente di Francia.
Durante la guerra che sostenne contro il dittatore argentino Rosas, Garibaldi ebbe poco tempo da dedicare alle tenute della sua Loggia; solo dopo il 1860 divenne assiduo Massone giungendo al più alto grado della piramide massonica.
Fra tante lotte e sacrifici, non aveva però dimenticato l’Italia dalla quale, di tanto in tanto, gli giungevano notizie che non lo lasciavano indifferente. E così il 15 Aprile 1848, con la sua piccola legione di Camicie Rosse, si imbarcava sul brigantino "Speranza" alla volta dell’Italia. Prima di partire si accomiatava dalla Loggia Les Amis de la Patrie scrivendo al Venerabile:
"La prego di aver la bontà di presentare i miei saluti ed i miei auguri di felicità ai fratelli della loggia, nella sicurezza di conservarmi, in qualsiasi parte del mondo mi trovi, loro devoto fratello, sempre pronto a dedicarmi al sacro rito, al quale ho l’onore di appartenere".
Purtroppo Garibaldi non doveva restare a lungo in patria; presto la via dell’esilio si doveva riaprire per lui.
Dopo la sfortunata ed eroica difesa della Repubblica Romana del 1849, sfuggito con una lunga ed estenuante fuga, alla caccia che gli davano le truppe di tre nazioni, l’Eroe era arrestato a Chiavari dalla polizia piemontese e condotto a Genova. Poiché i governi di Francia e d’Austria facevano pressioni, il Governo sardo fu costretto a farlo espatriare e così il 16 Settembre Garibaldi si imbarcava sul "San Michele" per Tunisi. Ma qui non gli fu permesso di scendere a terra. E così a Tangeri. Andò alla Maddalena, ma dopo alcuni giorni ecco giungere la nave sarda Colombo con l’ordine di portarlo a Gibilterra. Ma anche qui Garibaldi è ospite non gradito e poiché solo gli Stati Uniti d’America gli offrivano asilo, si diresse a Liverpool e di là alla volta di quella Nazione dove giunse il 30 Giugno 1850.
Il New York Tribune ne annunciava l’arrivo con queste parole: La nave Waterloo è qui giunta da Liverpool questa mattina, portando Garibaldi l’uomo di fama mondiale, l’eroe di Montevideo e difensore di Roma. Egli sarà accolto da quanti lo conoscono come si conviene al suo carattere cavalleresco e ai suoi servigi in favore della Libertà.
Nella terra del suo secondo esilio Garibaldi fu ospite del Massone Antonio Meucci con il quale partecipò ai lavori della Loggia Tomkins N. 471 cingendo quella sciarpa di Maestro che poi dono al fratello G. B. Fouché; questi a sua volta ne faceva dono il 24 Gennaio 1883 alla Massoneria genovese.
Infine anche questo esilio ebbe termine e Garibaldi poteva rientrare in patria giungendo a Genova nel Maggio del 1854. Riprendeva così l’attività politica in favore dell’unificazione italiana e contemporaneamente l’attività massonica affiliandosi alla Loggia Philantropie Ligurienne, all’Oriente di Nizza. Nel 1860, a Palermo, era iniziato in una Loggia del Rito di Memphis. Grazie soprattutto al suo alto prestigio, egli unificò il Rito di Memphis con il Rito di Misraim creando così il Rito Antico e Primitivo di Memphis-Misraim; nel 1881 era posto a capo di questo Rito per l’Italia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, conservandone la carica di Gran Gerofante sino alla sua morte. Il 7 Marzo 1862 la Loggia Trionfo Ligure di Genova lo nominava suo Fratello Onorario. E in quello stesso anno, il Supremo Consiglio di Palermo, essendo venuto a conoscenza che Garibaldi era Massone, lo promosse al 33° Grado offrendogli la Grande Maestranza.
Intanto avevano inizio i primi tentativi di riunire in un unico corpo tutti i gruppi massonici sparsi lungo la penisola.
A Torino si costituiva un Grande Oriente e Garibaldi era proposto per la Grande Maestranza, ma non riusciva ad esser eletto perché superato nella votazione dal deputato Cordova sostenuto dalla Loggia Ausonia.
Nel 1864 aveva luogo a Firenze un’altra Assemblea nella quale i rappresentanti di oltre settanta Logge gettarono le basi della conciliazione fra tutti i gruppi massonici italiani stabilendo la sede centrale della Massoneria Italiana in Firenze, sede politica del Governo Italiano e suddividendo l’amministrazione in quattro sezioni: Firenze, Palermo, Napoli e Torino, proclamando il solo che si poteva proclamare.
L’elezione di Garibaldi a Gran Maestro del Supremo Consiglio di Palermo prima e a Gran Maestro del Grande Oriente di Firenze dopo, non era piaciuta a molti Fratelli. Egli allora, allo scopo di eliminare ogni equivoco chiarendo così la sua posizione nella Massoneria Italiana, faceva pervenire al G. M. Ludovico Frapolli la dichiarazione seguente:
"Io dichiaro di appartenere ad una sola Massoneria italiana e umanitaria, rappresentata dal G. O. nell’Assemblea del giugno pp. in Napoli, risiedente in Firenze - mentre non abbiamo Roma - che vuole, in virtù dello spirito universale della Massoneria, la fratellanza dei popoli e non le autonomie, che sono un regresso, massime nelle aspirazioni italiane".
Circa un anno dopo questa dichiarazione, Garibaldi riceveva dal Fratello Campanella del Supremo Consiglio di Palermo questo messaggio:
"Generale, il Supremo Consiglio della Massoneria residente in Palermo, m’incarica di trasmettervi l’accluso dispaccio, che io spero di potervi consegnare a mani, avendo voi rinunziato a quanto assicurano i giornali alla vostra gita nel continente.
Il Supremo Consiglio mi afferma altresì esser vostra intenzione di rinunziare alla Gran Maestria dell’Ordine Massonico di Rito Scozzese e voler unificare la Massoneria Italiana in un sol fascio, sotto la dipendenza del Grande Oriente sedente in Firenze.
Il vostro concetto di unificazione è bello, e grande, e saggio e noi Massoni di rito scozzese, unitari nell’anima, saremmo i primi ad abbracciarlo, se l’attuazione ne fosse possibile".
Nel dispaccio il Supremo Consiglio in sostanza non gli chiedeva che una franca dichiarazione come quella che egli aveva presentato, a suo tempo, al Gran Maestro Frapolli:
"... noi a qualunque costo e per qualunque circostanza, mai avremmo pensato a togliervi la maestria. Se poi da parte vostra avete volontariamente abbandonato la presidenza del Supremo Consiglio, ditelo francamente, onde altri in vece vostra potessimo nominare ...".
La risposta fu breve e concisa:
"Senza desistere dalla mia qualità di fratello massone, io rinunzio a qualunque titolo e grado conferitomi dal Supremo Consiglio di Palermo e sono in considerazione
G. Garibaldi".
Giugno 1870. Scoppiava il conflitto franco-prussiano; l’esercito francese era sconfitto a Sedan e i tedeschi occupavano Parigi. Garibaldi era stato fiero avversario di Napoleone III, ma di fronte ai nuovi avvenimenti, dimenticando il sangue sparso a Mentana, accorreva in difesa della nuova Repubblica. Abbandonata di nascosto Caprera con pochi fidi giungeva a Marsiglia accolto trionfalmente dalla popolazione. La notizia del suo sbarco giunse a Nizza dove il dottor Pacifique Clericy vice-presidente della Commissione Municipale nizzarda, gli indirizzava, il giorno 11 Ottobre, una pubblica lettera:
"Caro Amico, avevamo desiderato e lo speravamo che avreste attraversato la nostra città e ricevuto le felicitazioni dei nostri compatrioti. Come sindaco di questa città e interprete dei sentimenti dei miei concittadini, vi prego di ricevere l’espressione della nostra più sincera amicizia ed intera devozione. Come Venerabile della rispettabile loggia Massonica della Philantropie Ligurienne vi invio il nostro triplice bacio fraterno ...".
A Garibaldi accorso in aiuto della Repubblica Francese si era unito Ludovico Frapolli. Ma poiché le logge tedesche protestarono energicamente per l’atteggiamento assunto dal G. M. del G. O. Italiano, Frapolli fu costretto a dare le dimissioni; così le redini dell’Ordine passarono nelle mani del G. M. Aggiunto Giuseppe Mazzoni. Questi, dopo il 1870, seppe accordarsi con tutti i gruppi massonici italiani per la convocazione in Roma di una Assemblea Generale Costituente che unificasse la Massoneria italiana. Il Supremo Consiglio di Palermo non ne volle sapere. Allora il suo Gran Maestro Federico Campanella si staccò con una sessantina di Logge e intervenne alla Grande Assemblea che si tenne in Roma nell’aprile del 1872. In essa fu affermata l’unità di tutti i Massoni italiani eleggendone a G. M. Effettivo Giuseppe Mazzoni e a G. M. Onorario Federico Campanella.
Vinto dal peso degli anni e soprattutto dalla malattia Garibaldi si era ritirato a Caprera. Tuttavia, ancora una volta volle fare un viaggio sul continente. Il 4 Novembre 1880 a Milano si era inaugurato il monumento ai Martiri di Mentana. Garibaldi vi si era recato. Una commissione massonica presieduta dal celebre igienista Gaetano Pini gli aveva portato il saluto dell’Oriente. Garibaldi rispondeva:
"Miei Fratelli, sono commosso di ricevere questo atto di omaggio e di affetto per parte della Massoneria. Dovunque si tratti di una causa umanitaria, noi siamo sicuri di trovare l’antica nostra Massoneria, che è la base fondamentale di tutte le associazioni veramente liberali. Ringrazio tutti i fratelli e dite loro che io sono con essi col cuore e mi vanto e vado superbo di aver sempre appartenuto e di appartenere alla Massoneria".
Furono le sue ultime parole pronunciate pubblicamente; soprattutto fu la sua professione di Fede Massonica.
Bibliografia
Casa de Garibaldi, Montevideo, s.d.
Corneli A.: Giuseppe Garibaldi nell’Uruguay. Buenos Ayres, 1955.
Bacci U.: Il libro del massone italiano. Vol. II. Roma, 1905.
Failla J.: La vida massonica de José Garibaldi. (in: Simbolo, dicembre 1952).
Folengo R.: Il centocinquantesimo anniversario della nascita di Giuseppe Garibaldi alla luce della passione garibaldina di Giosuè Carducci. (in: Lumen Vitae, luglio 1957).
Sacerdote G.: Vita di Giuseppe Garibaldi. Milano, 1933.
Libro d’Oro della R. L. "La Verita-Labor" all’Or. di Sampierdarena, 1959.
(Pubblicato sulla rivista "Acacia" n° 7, 1981)
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Un’altra storiaI Mille? Benedetti dal conte di Cavour La spedizione in Sicilia sarebbe stata impossibile senza l’appoggio -segreto- del Regno di SardegnaAngela Pellicciari«Venga da me quando vuole, ma pria di giorno e che nessuno lo veda e che nessuno lo sappia. Se sarò interrogato in Parlamento o dalla diplomazia (soggiunse, sorridendo), lo rinnegherò come Pietro e dirò: non lo conosco»: così - racconta La Farina - gli disse Cavour durante uno dei numerosissimi e super segreti colloqui per organizzare quella che è passata alla storia come “spedizione dei Mille”.
Perché Cavour non vuole che venga alla luce l’organizzazione capillare da lui stesso meticolosamente preparata - insieme al fido La Farina - per l’invasione dell’Italia meridionale? Perché la vulgata esige che il Regno di Sardegna intervengano solo ed esclusivamente per soccorrere le popolazioni italiane che “gemono” sotto il giogo della schiavitù: in caso contrario, se le apparenze non sono salvate, Cavour rischia la perdita della copertura internazionale indispensabile per l’unificazione dell’Italia sotto i Savoia.
La storiografia del Novecento ha puntualmente ripetuto la versione di comodo raccontata al mondo dai governanti sardi. Ma le cose non stanno così. Per sapere come si sono svolti i fatti è utile ricorrere all’epistolario e agli articoli del braccio destro di Cavour, l’influente storico massone Giuseppe La Farina, potentissimo segretario della Società Nazionale. Nella lettera del 14 ottobre 1860, per esempio, questi racconta all’amico Pietro Sbarbaro: «V’è una parte della mia biografia completamente sconosciuta, ed è forse la più importante, voglio dire le mie relazioni con conte di Cavour: relazioni intime, e pur tenute segretissime dal ’56 al ’59, e non sospettate né anco dagli amici stretti del Conte di Cavour. Io vedeva il conte di Cavour quasi tutti i giorni prima dell’alba [...] fui io che gli feci conoscere Garibaldi, e che l’indussi ad adoperarlo nella guerra d’indipendenza che si apparecchiava [...] Le potrò dare notizia della parte presa da me e dalla Società Nazionale alla spedizione di Sicilia; ed Ella vedrà che il concetto fu mio; che Garibaldi esitava (e ne ho documenti)», che «e armi e munizioni furono somministrate a Garibaldi da me: egli non aveva nulla».
In una lettera di poco posteriore lo storico siciliano è ancora più esplicito: «Gl’indugi alla partenza [per la Sicilia] vennero da Garibaldi e da’ suoi amici, i quali dicevano quella impresa una follia. Garibaldi si decise a partire, quando seppe che i Siciliani sarebbero partiti senza di lui. Questa è la verità vera». La verità che La Farina racconta nelle lettere è da lui lui divulgata anche a mezzo stampa. Sull’Espero il 24 gennaio 1862, per esempio, La Farina scrive: «Per quattro anni lo scrittore di questi articoli vide, quasi tutte le mattine, il conte di Cavour, senza che qualcuno de’ suoi intimi amici lo sapesse, andando sempre due o tre ore prima di giorno, e sortendo spesso da una scaletta segreta, ch’era contigua alla sua camera da letto, quando in anticamera v’era qualcuno che lo potesse conoscere!».
Dalla testimonianza di La Farina il ruolo di Garibaldi nell’impresa siciliana risulta decisamente ridimensionato. Sarà vero? Sembrerebbe di sì. Perlomeno a leggere quanto il generale scrive a La Farina da Caprera l’8 gennaio 1859: «Circa all’organizzazione convenuta io la lascio interamente a voi. Medici e chiunque de’ miei hanno ordine di non fare nulla senza consultarvi. Lo stesso ho raccomandato a quei di dentro. Vogliatemi bene e comandatemi».
Se i lruolo di Garibaldi è stato gonfiato ad arte - Garibaldi non avrebbe fatto un passo senza Cavour e La Farina, i loro soldi e le loro armi - cosa dire dei Mille che hanno seguito il generale nell’eroica impresa liberatrice? Leggiamo cosa pensa di loro il generale Giuseppe Garibaldi: «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto».
"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
Der Wehrwolf


Un’altra storiaGaribaldi? Voleva cacciare CavourIn un libro sui Mille scritto nel 1859, il deputato Boggio indaga sulle reali intenzioni del generaleAngela PellicciariNel Regno di Sardegna c’è un personaggio influente, massone, studioso e deputato, che si chiama Pier Cesare Boggio. Boggio è un personaggio atipico nel senso che paga di persona per le idee che professa: muore da eroe a Lissa nella battaglia navale che vede l’ammiraglio Persano in fuga davanti ad un nemico infinitamente più debole. In quella occasione Boggio rifiuta la personale salvezza offertagli dall’ammiraglio e affonda con la sua nave. Boggio dunque, che nella vita si è occupato -come più tardi farà Arturo Carlo Jemolo- di rapporti fra chiesa e stato scrivendo un bel testo dal titolo La chiesa e lo stato in Piemonte, nel 1859 dà alle stampe un libro-verità sulla spedizione dei Mille. La motivazione è semplice: il narciso Garibaldi, incantato dalle lodi dei mazziniani, vuole fare di testa propria e minaccia di avanzare su Roma. Se così accade per l’Italia sabauda la partita è chiusa perché Napoleone III è costretto a voltare le spalle a Vittorio Emanuele e ad intervenire a fianco del Papa.
Questo il contesto in cui Boggio scrive Cavour o Garibaldi? Nell’intento evidente di sottoporre il generale ad una pressione forte che si avvicina al ricatto, Boggio descrive per filo e per segno le prodezze della dittatura garibaldina. Il deputato ricorda che Garibaldi pretende, come condizione per stare ai patti e consegnare il meridione a Vittorio Emanuele, la cacciata di Cavour dal governo. Ma -si domanda- «Ha Garibaldi il diritto di porre condizioni? Liberò la Sicilia - sta bene -; ma di grazia, con quali armi?». Il generale risponda: da chi ebbe «i cannoni e le munizioni da guerra? E le somme ingenti di denaro?». Boggio insiste: «Perché, Generale, entraste in Napoli senza colpo ferire?». Chi ha fatto in modo che «i capi delle truppe» disperdessero «le loro truppe»? Garibaldi vuol cacciare Cavour? Che spieghi prima che fine hanno fatto le «somme di pubblica ragione trovate in Palermo, e delle altre della stessa natura, ma anche più considerevoli trovate in Napoli! Volete un saggio di quel poco che moltissimo giunge insino a noi?». Boggio a questo punto si dilunga sulla descrizione delle eroiche gesta compiute in nome della libertà: «La dittatura è fatta sinonimo di anarchia; -di qua e di là del Faro non sono più leggi, non è più amministrazione regolare, non tutela delle persone e delle proprietà, non tribunali, non ordine, nulla insomma di ciò che costituisce il vivere civile di uno Stato»; ai cittadini «è venuta meno la tutela delle leggi antiche, senzaché siasi introdotta la protezione delle leggi nuove; suppliscono alla lacuna il capriccio e l’arbitrio».
I pro-dittatori si fanno e si disfanno: «Pro-dittatore scelto con molta solennità fu il Depretis»; dopo una settimana si cambia e pro-dittatore diventa Mordini «senza che pur una parola, una sillaba accenni che egli surroga Depretis»; Mordini è appena installato e «già si buccina che il suo posto è offerto ad Aurelio Saffi. Che pensare di tanta instabilità di persone e d’offici?». Tanti giri di valzer nelle poltrone per fare cosa? L’ufficio di pro-dittatore «è nominale e illusorio; dietro e sopra il governo officiale, sta un governo segreto, che è il solo padrone vero di tutto e di tutti. Il Principe di Torrearsa legge nel foglio ufficiale la propria nomina a Presidente il Consiglio dei Ministri, della quale è affatto inconsapevole: attende l’annunzio diretto del Capo dello Stato: passa un giorno, passano due, nulla riceve; e intanto escono sulla Gazzetta decreti e provvisioni che appaiono da lui emanate. Si presenta per tre volte al Dittatore per chiedere una spiegazione: gli dicono che non ha tempo di riceverlo; a gran fatica riesce il terzo giorno a farsi sentire, per protestare contro lo indegno abuso del nome». Ai ministri le cose vanno meglio? Parrebbe di no. Anche a loro capita di varare provvedimenti di cui nulla sanno e che pure portano in calce le loro firme: «il foglio ufficiale zeppo di decreti, tutti portanti in piena regola la firma dei ministri rispettivi: eppure questi sanno di nulla aver firmato di ciò, e quelle provvisioni che recano in calce il loro nome riescono loro affatto nuove». I ministri, ovviamente, protestano e «l’imperturbabile Bertani [segretario di Garibaldi, mazziniano] apre un portafogli, e mostrando loro le minute originali dei decreti: “Ecco, dice loro, ecco che abbiamo lasciato in bianco lo spazio per le firme vostre: potete apporle adesso”». Boggio ne ha per tutti; anche per gli stranieri patrocinatori della spedizione: «Lo sperpero del denaro pubblico è incredibile», scrive, «si acquistano navi e materiali da guerra assolutamente superflui, navi comprate all’estero, roba di rifiuto, inabili a tenere il mare, somme ingenti, favolose scompaiono colla facilità e rapidità stessa colla quale furono agguantate dalle casse Borboniche». «Voi dovete ricordarvi che non siete in un paese di conquista», conclude. Interessante davvero questo testo che, chissà perché, è letteralmente scomparso dalla letteratura risorgimentale.
"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
Der Wehrwolf


Il tricolore, bandiera massonica
Il 1 settembre 1904 alla Camera francese si verificò un acceso dibattito tra i deputati. Gli incidenti verbali furono provocati da un'affermazione pubblica del marchese di Rosando, il quale, rivolto verso i colleghi della sinistra, aveva esclamato: "La Framassoneria ha lavorato in sordina, ma in modo costante, a preparare la Rivoluzione!". Il deputato Jumel aveva immediatamente replicato: "E' un effetto di cui ci vantiamo!". Lo seguirono a ruota, in un crescendo di attacchi enfatici, Alessandro Zevaes ("E' il più grande elogio che potreste farci!") ed Enrico Michel ("È la ragione per la quale voi ed i vostri amici la detestate!"). Rosando rispose subito: "Siamo quindi perfettamente d'accordo su questo punto, cioè che la Massoneria è stata la sola autrice della Rivoluzione, egli applausi che io raccolgo da sinistra, ed ai quali sono poco abituato, provano. signori, che voi riconoscete con me che essa ha fatto la Rivoluzione francese". E Jumel, di rimando: "Facciamo più che riconoscerlo, lo proclamiamo!". E così, con questa fiera proclama-zione si chiariva definitivamente un evento storico: e cioè che era stata la Massoneria a volere, finanziare e preparare la Rivoluzione francese. Rivoluzione che oltre a portarci le delizie delle teste mozzate dallo strumento del dottor Guillotin, escogitò e ci impose lo stesso vessillo dietro cui si nascondeva la rabbia sanculotta: la bandiera dei tre colori. Come ben si sa, le armate rivoluzionarie, grazie poi al confratello Napoleone Bonaparte (iniziato ai «misteri» massonici sin da quando era semplice tenente ) portarono il proprio emblema multicolore in ogni parte della vecchia Europa, sotto il comando di generali come Ney, Cambronne, Lefebre Bemadotte, tutti affiliati alle logge massoniche. Sul sangue dei Lazzari napoletani, dei montanari di Andreas Hofer, dei guerrilleros spagnoli si piantava l' albero della Libertè con in cima la coccarda tricolore.
In Italia fu lo stesso Bonaparte a consegnare il primo stendardo tricolorato (al blù fu sostituito il verde, colore classico delle logge massoniche) ad un corpo di volontari della Legione Lombarda, i «Cacciatori delle Alpi» che, si badi bene, alla faccia dell'indipendenza italica, erano inquadrati nell'Annata francese. Tanto è vero che al centro di questa bandiera campeggiava il simbolo stesso dei giacobini francesi: il berretto grigio. Inoltre, per mantenere questo suo Corpo di italiani «infrancesati», Napoleone non seppe far di meglio che saccheggiare e profanare tutte le chiese della penisola che si trovavano sfortunatamente sul suo cammino.
II tricolore venne comunque adottato ufficialmente come bandiera di Stato dalla Repubblica Cispadana (altra invenzione napoleonica), riunita a Reggio Emilia il 7gennaio 1797. Ma la Repubblica Cispadana ( così come quella Cisalpina) tutto poteva essere tranne che una difesa di «italianità». Era una repubblica massonica a perfetta imitazione di quella francese, da cui dipendeva in tutto e per tutto.
Marziano Brignoli, direttore delle Raccolte Storiche del Comune di Milano (Museo del Risorgimento e Museo di Storia Contemporanea), non sospetto di simpatie «reazionarie», ha affermato che "è chiaro che la nostra bandiera è nata ad imitazione di quella francese". Per Brignoli "i nostri tre colori provengono dall'insegna di una setta massonica ". Sarà forse un caso, ma è certo che il bianco, il rosso e il verde erano anche i colori della setta di affiliazione massonica del ro-magnolo Giuseppe Compagnoni, il segretario della Repubblica Cispadana che a Reggio Emilia propose di adottare il tricolore come bandiera del nuovo Stato.
Dalla Repubblica Cispadana, seguendo la dominazione francese, il tricolore passò poi a quella Cisalpina (12 maggio 1797). Alla caduta della dittatura bonapartista, nel 1814, il tricolore non solo scomparve ovunque, ma fu generalmente considerato come emblema dei collaborazionisti con gli invasori francesi. Si arriverà poi al 1848 ed ai «moti risorgimentali» per vedere suscitare il vessillo pluricolorato, grazie alla complicità delle stesse dinastie anti-bonapartiste (come quella dei Savoia) che si «adeguavano» ai tempi, e con il Re Travicello
(Carlo Alberto), grande protettore di sette e di logge, rivestendosi coi colori cispadani. Come si sa, giunse poi l'ora dei «fratelli d'Italia». «Fratello» massone era infatti Goffredo Mameli (al quale fu addirittura intitolata una Loggia), e come lui massoni di rango furono tutti i vari «artefici» del «risorgimento» (voluto da un Piemonte in cui si parlava più francese che italiano): da Garibaldi (nominato nel 1862 Gran Maestro e Primo Massone d'ltalia ), a Bixio, a Cavour , a Costantino Nigra, a Bettino Ricasoli, a Ludovico Frapolli, e via dicendo. Ora, tutti questi fatti non potevano essere certo sconosciuti a due appassionati risorgimentalisti come Spadolini e Craxi. Perche, allora, i due governanti "filocisalpini" progettarono di istituire per il 12 maggio la «Festa del Tricolore» invece che per il 7 gennaio, come giustamente rivendicato dalla "cispadana" Reggio Emilia ? Possibile che i due politici in questione erano tanto malaccorti da incorrere in un «infortunio culturale» di tale calibro? Certo che no. La verità è che Craxi e Spadolini tentarono di giocare la carta del 12 maggio, per un fatto culturalmente (e laicisticamente) molto più rilevante. Il 12 maggio è infatti la grande data del laicismo trionfante: quella per cui nel 1974 le forze radical-massoniche sconfissero quelle cattoliche nel referendum sul divorzio. Questo è infatti il vero motivo per cui l'accoppiata Craxi-Spadolini era più filo-cisalpina che filo-cispadana. Dietro la maschera della Repubblica tricolorita, le lobby laiciste nascondevano il volto della repubblica divorzista. A questo occulto progetto, i cattolici ( o almeno, alcuni cattolici) non solo non seppero opporsi, ma addirittura accondiscesero con entusiasmo. A costoro ricordiamo che nel 1871 il Conte di Chambord rifiutò di sedere sul trono di Francia, non accettando l'adozione del tricolore come bandiera dello Stato francese. «Se il vostro tricolore e un simbolo e voi ci tenete tanto come simbolo, allora non si tratta più di riforma, ma di abiura» disse il buon Henry di Chambord ai politici del compromesso. Ha proprio ragione Ploncard d'Assac quando scrive che "una delle più grandi abilità della Rivoluzione sta nel trasformare i conflitti d'idee in scontri simbolici'). Ed è proprio su questo che devono riflettere i vari portabandiere delle cosiddette “meditazioni culturali”.
Pino Tosca
"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
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Mondialismo: il nemico dei popoli.
Ti hanno forse chiesto se eri d’accordo ad “entrare in Europa”? Ti hanno forse chiesto se ritenevi giusto pagare un’eurotassa o fare sacrifici per rispettare i tanto famosi parametri di Maastricht? E ti sembra giusto che siano altri a decidere – e non gli allevatori o agricoltori – quanto latte produrre e quali cibi mangiare? E ti sembra giusto che prodotti alimentari tipici di una regione appartenenti alla tradizione di un popolo debbano scomparire per far posto ad anonime cibaglie prodotte da multinazionali?
E ti sembra giusto che signori in doppiopetto facenti parte di organizzazioni dai nomi strani (FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE, BANCA MONDIALE, ecc..) dicano ai politici di tutto il mondo di tagliare pensioni altrimenti nei confronti delle monete nazionali si scatenerà una speculazione senza precedenti? E ti sembra giusto che i governi italiani concedano regali a un signore che produce automobili a Torino (e tifoso della Juve) per rimanere in carica?
E ti sembra giusto che la banca d’Italia e la Banca Centrale Europea siano indipendenti dal potere politico espressione della volontà dei popoli? E ti sembra giusto che alla guida dell’Italia negli ultimi anni si siano succeduti sempre personaggi provenienti dalla Banca d’Italia? (Ciampi, Dini..) e ti sembra giusto che la politica economica mondiale sia guidata da un’istituzione provata quale la Banca Centrale degli Stati Uniti d’America?
E ti sembra giusto che se un partito vinca regolarmente le elezioni (Haider, Le Pen) non può far parte del governo perché altri hanno detto che non è un partito “democratico”?
E ti sembra giusto che siano delle multinazionali a decidere se si possa clonare un uomo, una pecora, o mangiare organismi geneticamente manipolati senza dire alla gente a quale rischi va incontro?
SE TUTTO QUESTO NON TI SEMBRA
GIUSTO HAI CAPITO COSA E’ IL
MONDIALISMO:
UN SISTEMA INTERNAZIONALE IN CUI LE ORGANIZZAZIONI ECONOMICHE IMPONGONO AI GOVERNI LE LORO SCELTE IN TEMA DI TASSE, PENSIONI, ALIMENTAZIONI, PER ARRICCHIRSI SEMPRE PIU’ AI DANNI DEI POPOLI!
“I politici non sono altro che i camerieri dei banchieri”
Ezra Pound
"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
Der Wehrwolf


Patriottici accenti
di Gilberto Oneto
Per buona norma, sulle parole scritte a stampatello non si mettono gli accenti se non, quando proprio necessario, sulle vocali finali. Costituisce una stridente eccezione a questa regola la Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana che, quando pubblica le leggi promulgate, riporta il cognome del presidente con un molto ostentato accento sulla fine della sillaba iniziale: SCÀLFARO. Tanta precisione stupisce ed è evidentemente il frutto di una preoccupata intenzionalità: non si vuole cioè che si corra - neanche per sbaglio - il rischio di sentire pronunciare SCALFÀRO quel che si vuole che sia detto SCÀLFARO. Non si usava identica attenzione ad esempio quando si scriveva il cognome di Cossiga: nessuno si è mai preoccupato di scriverlo Cossìga per evitare che qualcuno lo pronunciasse Còssiga. Ma forse a nessuno veniva in mente di farlo e a nessuno sarebbe comunque importato che l'avesse fatto. Invece sembra che sia importante che Scalfaro venga pronunciato Scàlfaro e non Scalfàro e sicuramente nessun travet del Poligrafico dello Stato si sarebbe preso l'iniziativa spontanea di mettere quell'accento se non fosse stato sollecitato da qualcuno molto interessato al determinante trattino. Si sa che il cognome è meridionale e che nella sua terra di origine viene pronunciato Scalfàro, come Spatàro o Lanàro. Scàlfaro ha forse invece assonanze più subalpine e serve ad accreditare la ricorrente affermazione di "novaresità"del nostro uomo. Quello slittamento di sillaba vale perciò 1000 chilometri e può avere due diverse interpretazioni. La prima riguarda la piemontesizzazione di Scalfaro, la sua integrazione nel nuovo paese e, quindi, il suo significato di paradigma dell'unità fra le diverse componenti di quella che loro chiamano Italia: Scalfaro sarebbe così egli stesso una sorta di simbolo vivente di quella unità tricolore che non perde occasione di decantare. La seconda interpretazione riguarda una sorta di ripudio delle sue origini: potrebbe tranquillamente continuare a fare il corifeo dell'italianità tricolore anche con l'accento sulla seconda sillaba. Che bisogno c'è di camuffarsi e di fare finta di essere una cosa diversa: forse si vergogna delle sue origini etniche? Si tratta, in ogni caso, di un espediente di poco successo che non riesce - come a Manfredi in un noto film - a modificare di un pelo la sua vita che è piena di meridionalità. E' sì nato a Novara (il primo anniversario di Caporetto) ma da padre calabrese (funzionario delle poste) e da una madre di nome Rosalia. Ha una sorella che si chiama Concetta e ha sposato la signorina Mariannuzza Inzitari. Anche la sua idea di famiglia ha sempre avuto connotazioni molto mediterranee: ha piazzato il cognato in tutte le cariche ricopribili, un nipote è oggi il presidente pipino della Provincia di Novara e un altro ha avuto guai con la giustizia per la disinvoltura con la quale si muove fra appalti e costruzioni di ospedali e di altre opere pubbliche. In realtà di piemontese l'uomo ha solo il collegio nel quale è stato eletto per quarant'anni. Ma, vista l'insistenza con cui viene spostato l'accento, viene il dubbio che ci sia poco anche di calabrese. L'area di provenienza è da secoli abitata da consistenti comunità arbëresh (albanesi); il cognome potrebbe essere di origine albanese (lo era certamente quello della moglie) e il Nostro ricorda anche nell'aspetto il profilo di Berisha. Anche l'intransigenza religiosa potrebbe collegarlo con le comunità albanesi che sono fuggite di fronte all'invasione musulmana proprio per difendere il loro attaccamento al cristianesimo. La possibile origine albanese di Scalfàro non costituirebbe neppure una rarità nella politica italiana. La storia unitaria è infatti stipata di politicanti arbëresh che si sono distinti per la coerenza balcanica del loro operato. Se si fa eccezione per Gramsci che non ha mai potuto venire in contatto con la gestione effettiva del potere e il cui pensiero è stato fortemente influenzato dall'atmosfera sardista nella quale è cresciuto, tutti gli altri italo-albanesi più noti sono passati per gli scantinati più tetri della storia. Crispi è stato il primo politicante veramente "italione": massone, garibaldino, avvolto da compromissioni mafiose, è stato uno dei teorici della necessità di "forgiare la nazione italiana con il ferro e con il fuoco"e il primo a metterne in pratica i sanguinari princìpi nelle guerre coloniali e nelle repressioni poliziesche. Tanassi è stato una delle vittime più illustri dei rari processi per corruzione della prima repubblica. Craxi è stato forse il più grande maestro di balcanicità degli ultimi tempi e la sua figura non richiede altri commenti. In quanto a Rodotà, è sotto osservazione.L'Arberìa, l'insieme delle comunità storiche di lingua albanese, comprende oggi circa 100.000 persone sparse principalmente fra la Campania, il Molise, la Basilicata, la Calabria e la Sicilia. Molti altri si sono diffusi (come si è visto) per tutta la penisola confondendosi con le migrazioni interne. I primi Albanesi sono arrivati nel 1448 come mercenari guidati da Demetrio Reres e chiamati da Alfonso I, re di Napoli, per soffocare una rivolta della Calabria. Per tutto il XV secolo numerosi gruppi di Albanesi cristiani si sono insediati nel regno in seguito alla conquista turca della loro terra. Fin da subito la convivenza con gli Italiani si mostrò difficile a causa delle inclinazioni dei nuovi arrivati alla guerriglia e alla pirateria. Nel 1509 i cittadini di Cosenza chiesero che gli Albanesi fossero dispersi in piccoli gruppi e messi in condizione di non nuocere. Allo stesso modo si comportarono molte altre città e questo spiega l'estremo frastagliamento degli insediamenti albanesi. Costoro hanno in ogni caso avuto la grande forza di conservare per secoli la propria lingua e le proprie tradizioni e un forte attaccamento al loro paese di origine. Da sempre quando un Albanese d'Italia incontra un suo compatriota appena arrivato dall'Albania lo abbraccia recitando la formula: "Ghiaccu iin i ssprissur!"("Sangue nostro disperso!"). Da un po' di tempo gli capita sempre più spesso di fare incontri di questo tipo grazie anche alle patriottiche amicizie e alla consanguineità di tanti politici italioni. Qualcuno anche molto altolocato.
"Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".
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