da il corsera di oggi





ESTERI







L’ANALISI


L’ERRORE DEL TRIBUNO

Qualunque cosa accada, l’Austria uscita dalle urne è diventata più europea


Vincono i cristiano-democratici, guidati dal cancelliere Wolfgang Schüssel, con un forte vantaggio, e i socialdemocratici, diretti dal giovane apparatchik Alfred Gusenbauer, seguono a qualche punto di distanza. Molto di ciò che è accaduto nelle elezioni degli ultimi anni dipende dalle condizioni locali e dai ritmi naturali della democrazia: logorio del potere, alternanza, voglia di cambiare o buoni risultati del governo in carica. Ma alcuni fenomeni sono europei e il «caso Haider» è uno di questi. Nonostante il suo accento austriaco e i continui riferimenti alla storia nazionale, il governatore della Carinzia è un’interessante «patologia» dell’Unione.
Come il leader dell’estrema destra francese Jean-Marie Le Pen, anche Haider è in politica da parecchi anni, ma il suo successo coincide con l’ascesa di personaggi nuovi che hanno fatto un clamoroso ingresso nella vita nazionale: Umberto Bossi e Antonio Di Pietro in Italia, Pia Kjaersgaard in Danimarca, Filip Dewinter nel Belgio fiammingo, il giudice Ronald Schill ad Amburgo, Pim Fortuyn in Olanda. Hanno un piglio tribunizio e popolaresco, un evidente talento oratorio, un linguaggio brusco e non conformista. Sono bravissimi nel denunciare le malefatte dei governi, nell’interpretare umori e paure dell’opinione pubblica. Il loro successo è legato ad alcuni fenomeni che hanno dominato le società europee negli anni Novanta: il mercato unico, l’euro, le nuove tecnologie, l’immigrazione, l’allargamento dell’Unione. In breve tempo, riescono a raccogliere consensi fra quanti temono la modernità, considerano l’immigrato un nemico, sono convinti di essere governati dai «poteri forti», vale a dire da una consorteria fra partiti corrotti e multinazionali rapaci. Ma sono soprattutto «giustizieri», «bastian contrari» e poco adatti a esercitare le responsabilità del potere.
Quando uscì trionfante dalle elezioni del 1999, Haider ne era consapevole e capì che il suo maggiore problema sarebbe stato la conservazione del capitale elettorale (il 27%) che gli era caduto fra le mani. Per riuscirci ricorse a una serie di stratagemmi. Non andò al governo per evitare di compromettersi. Rinunciò alla direzione del partito (la Fpö) e finse di ritirarsi nella sua fortezza carinziana. Sperò di governare il partito dall’esterno e cominciò a lanciare ordini, prima delle elezioni, che i suoi seguaci al governo non erano in grado di eseguire. Commise molti errori, ma il più grave, forse, consistette nel diffidare dell’allargamento dell’Ue ai Paesi dell’Europa centrorientale. Non capì che l’allargamento era diventato il grande business dell’Austria e che Vienna si accingeva a essere nuovamente la capitale della Mitteleuropa. Come un economista austriaco ha detto negli scorsi giorni a Vittorio Da Rold, del Sole-24 Ore , il 5% del Pil (prodotto interno lordo) e 130 mila posti di lavoro dipendono dai rapporti commerciali dell’Austria con i suoi vicini orientali. Il tema con cui Haider, nel 1999, era riuscito a mobilitare gli scontenti è diventato alla fine un boomerang. Le sue contraddizioni e intemperanze hanno fornito al cancelliere Schüssel l’occasione per fare ciò che probabilmente desiderava da tempo: dimettersi e tornare alle urne.
Qualcosa del genere è accaduto in Olanda. Pim Fortuyn era un tribuno colto e raffinato, ma avrebbe percorso probabilmente, se un assassino non gli avesse tolto la vita, una parabola simile a quella di Haider. L’emozione provocata dalla morte ha garantito alla sua lista uno straordinario successo. Ma all’esame delle responsabilità politiche i suoi seguaci sono stati bocciati. Come Schüssel, anche il premier olandese, Jan Peter Balkenende, ha deciso di sbarazzarsi degli scomodi compagni di viaggio e di anticipare le elezioni. Come l’Austria, anche l’Olanda, fra qualche settimana, tornerà alla «normalità». Accadrà anche in Italia? La Lega ha meno voti dei partiti di Haider e Fortuyn, ma Bossi è più scaltro, più flessibile, più radicato in alcune zone importanti del Paese. E Berlusconi, nonostante la crisi dell’opposizione, non sembra incline a correre rischi elettorali. I fenomeni si assomigliano, ma la loro evoluzione dipende in ultima analisi da circostanze locali.
Resta il problema del prossimo governo austriaco. I cristiano-democratici di Schüssel hanno quantomeno due prospettive: dare alla Fpö di Haider un ruolo più modesto e ricostituire, con maggiore autorità, la stessa alleanza; o rifare con i socialdemocratici la «Heilige Koalition», la Santa Coalizione. Per il futuro del bipolarismo europeo, la prima soluzione è meglio. Ma è probabile che molti austriaci siano attratti della seconda. Qualsiasi cosa accada, l’Austria uscita dalle urne è ancora più europea di quanto non fosse alla vigilia delle elezioni. E questa è una buona notizia.

Sergio Romano


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