di Claudia Osmetti
tratto da Radicalweb
Esattamente tre anni fa moriva Oriana Fallaci. Una delle più grandi giornaliste della storia del giornalismo, uno scrittore (come si definiva lei) tra i più importanti del Novecento italiano. Tra i meno ricordati del Novecento italiano. Una donna.
Perdonatemi il lirismo fine a se stesso. Perdonatemi il post, forse non del tutto in linea con l’orientamento di Radical. Ma glielo devo. E a non farlo mi sembrerebbe di mancarle di rispetto...
Oriana o la si amava o la si odiava, non lasciava spazio alle mezze misure. Io, io l’amavo. L’amavo di quell’amore che si può riversare solo sui grandi, che si completa solo nell’aspirazione al loro modello, che è eroismo e senso di piccolezza nello stesso istante. Quell’amore che è totalizzante e accompagna un’intera giovinezza, spesa leggendo i suoi libri e sognando una macchina da scrivere come la sua.
Oriana è stata la mia maestra, la mia guida. Il mio punto di riferimento. Quando avevo dodici anni e rifiutavo di andare alla messa perché quella favola del dio buono e misericordioso che piaceva un po’ a tutti gli altri bambini a me proprio non andava a genio, lei era lì: a raccontarmi che forse siamo noi che l’abbiamo inventato e non viceversa. Continua qui




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