di Sergio Zavoli
Nella casa degli italiani

Avevo incontrato il Papa varie volte e ne ricordavo ogni momento: le sue mani che trattenevano le mie mentre gli parlavo del grande concerto che la Rai gli offriva nella Sala Nervi, i doni con cui ci ricambiava, il caldo arrivederci ad ogni congedo. Ricordavo altresì l’ultimo incontro, quando il cardinale Tonini, nel giorno del suo “insediamento”, volle portare dal Papa, insieme con alcuni parenti, Biagi, Don Zega, Boffo e me. Al momento dei saluti disse qualcosa di personale a tutti e non appena gli fui davanti mi intonò all’orecchio, non così sottovoce da non farsi ascoltare tutt’intorno, le prime strofe di “Romagna mia!”. Un gesto di straordinaria, affabile cordialità.
Ma in nessuna di quelle occasioni, pur memorabili - nè per la verità, quando ebbi il privilegio di intervistare Paolo VI - avevo provato l’emozione dell’ultima volta, quando Giovanni Paolo II ha parlato al Parlamento della Repubblica. Verrà presto il tempo, se non è già questo, in cui si dovrà dire che è stato un evento storico non solo per l’Italia e l’Europa, ma anche per l’umanità. Abbiamo ascoltato il pontefice uniti da una profonda immedesimazione - sebbene con sentimenti diversi - in un crescente clima di unanimità. Gli applausi di “destra”, e di “sinistra” - il solo aspetto francamente discutibile di quell’indimenticabile mattina - si sono presto confusi, rinsaldati dal tono alto e coinvolgente del discorso, dal suo respiro universale, dalla sua equità, sia che lo si ascoltasse in chiave interiore o civile, politica o etica. A quel punto eravamo tutti ammirati e commossi di fronte al papa coraggioso e leale che parlava nella “casa” degli italiani, “a Roma, donde Cristo è romano”. Mi guardavo in giro, e vedevo come cadevano sull’emiciclo le sue riflessioni rispetto all’essere e all’avere e al consumismo, alla giustizia e alla solidarietà, alla famiglia e alla scuola, alla pace e alla guerra. Per non dire delle tante altre, compreso il richiamo a quel “relativismo etico”, che non imponendo a nessuno la “Verità” reclamava l’obbedienza di tutti ai dettami della morale, spesso infranti dalle nostre contraddizioni, dalle nostre ignavie, dalle nostre pigrizie.
Un bel giorno, insomma, fra i tanti che si consumano senza rimpiangerli. Uscendo dall’Aula di Montecitorio una giovane parlamentare della sinistra mi ha detto: “Oggi abbiamo tutti imparato qualcosa, per esempio che si può essere uniti in molte cose, senza che prima lo avessimo creduto”.

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