Il direttore de l’Unità era un sostenitore
della prima campagna contro Saddam Hussein
Oggi sul suo giornale Colombo dà spazio solo
ai pacifisti alla Vattimo
Tra Furio Colombo e Gianni Vattimo c'è un'amicizia di lunga data. (...) Un giornalista ha raccontato i loro studi presso l'ateneo subalpino e soprattutto la loro comune esperienza alla Rai, (...). Entrambi di estrazione cattolica, vengono assunti (...) su segnalazione di ambienti vicini alla curia di Torino. Poi le loro strade professionali si dividono, uno va in America, l'altro in Germania, ma sul piano politico entrambi vanno a collocarsi nell'area progressista. (...) Nel 1991, di fronte all'operazione Desert Storm, Vattimo e Colombo si dividono. Pomo della discordia è una dichiarazione di Norberto Bobbio, che definisce “guerra giusta” il conflitto per la liberazione del Kuwait. Vattimo firma (...) un documento, pubblicato dall'Unità il 19 gennaio 1991, in cui si afferma che “per principio non esistono guerre giuste” e si auspica una forte mobilitazione contro l'intervento occidentale nel Golfo Persico. Colombo, al contrario, critica l'improvvisa conversione alla nonviolenza assoluta di chi per anni aveva esaltato le lotte di liberazione: “Io credo - scrive sulla Stampa del 1° febbraio - che Bobbio abbia dato un grande contributo in un momento di immenso conformismo”. Più in generale le corrispondenze di Colombo dagli Stati Uniti durante la crisi del Golfo (...) sono un possente antidoto contro l'antiamericanismo di destra e di sinistra. Se la prende con gli intellettuali progressisti per i quali comunque “se l'America interviene, deve aver torto” (La Stampa, 18 agosto 1990). Ricorda che tra i sostenitori della causa palestinese c'è anche “la destra neofascista” (L'Europeo, 8 febbraio 1991). Fustiga gli esponenti cattolici pacifisti, che “hanno trasformato l'assoluto di un valore morale in un comportamento perentorio e irascibile” (22 febbraio 1991). Soprattutto giustifica l'atteggiamento della Casa Bianca che, pur cercando il consenso dell'Onu, si muove all'indomani dell'invasione del Kuwait con la massima determinazione, trascinandosi dietro europei e arabi esitanti. “Nel valutare, giudicare e ricordare, in futuro bisognerà tener conto del silenzio del mondo, della sua indisponibilità ad agire”, ammonisce Colombo (La Stampa, 10 agosto 1990). Prima di tuonare contro l'atteggiamento unilaterale di Bush bisogna chiedersi “se l'unipolarismo è nato da uno scatto rapace americano o se è dovuto al defilato comportamento di coloro che una volta si chiamavano gli alleati” (La Stampa, 18 agosto 1990).
Quando poi comincia l'offensiva di terra e le truppe Usa sembrano puntare su Baghdad, Colombo ricorda le nefandezze di Saddam. Quindi, contro l'ipotesi di un cessate il fuoco immediato, cita due esponenti democratici americani. Il deputato Les Aspin: “La vera alternativa è se gli iracheni potranno conservare o no la loro potenza distruttiva che, come si è visto, era enorme”. E il senatore Bradley: “Come si può chiedere, a chi ha pagato duramente per liberare il mondo da questo incubo, di fermarsi un momento prima di finire, collaborando alla salvezza, di un simile regime?”. (La Stampa, 27 febbraio 1991).
Da chi allora teneva simili posizioni, ci si aspetterebbe un atteggiamento comprensivo verso le ragioni dell'attuale amministrazione americana (...). Ma se Colombo personalmente non è appiattito sul pacifismo antioccidentale, come dimostra la sua adesione all'Israele Day indetto dal Foglio, tuttavia nell'Unità da lui diretta non c'è traccia dell'impostazione che avevano i suoi articoli all'epoca di Desert Storm.
Grande spazio viene riservato non solo ai critici di Bush, come Jimmy Carter, Al Gore o il senatore Byrd, ma anche ad autori di violenti pamphlet contro la politica estera americana, quali Noam Chomsky, Gore Vidal e John Pilger. Ma soprattutto, sul quotidiano fondato da Antonio Gramsci, imperversa un Vattimo molto più estremista di quello del 1991, che difende il diritto di ogni dittatore a “costruirsi le armi che vuole” (30 settembre 2002), si scaglia contro quella che definisce “ondata di follia bellicosa” scatenata dalla Casa Bianca (8 ottobre 2002), esalta “le tante lotte che si accendono nel mondo contro il terrorismo statunitense” (5 novembre 2002).
Il Colombo di un tempo avrebbe replicato per le rime, negando l'esistenza stessa dell'imperialismo yankee. “Dopo ogni guerra si è parlato di pax americana, di un complotto americano per dominare il mondo. Non è mai avvenuto” (La Stampa, 1° marzo 1991). “Una democrazia non può minacciare altri paesi. E non esiste un paese che sia al tempo stesso guerrafondaio e fondato sulla libertà, che voglia e possa progettare un mercato fondato sulle guerre. Sono fenomeni incompatibili” (La Stampa, 15 marzo 1991).
Il Colombo di oggi non pare avere invece alcuna voglia di entrare in polemica con pacifisti, no global e antiamericani vari, a partire dall'amico Vattimo. Capita semmai che accusi il partito democratico Usa di aver “disattivato se stesso” e di essersi piegato a “un pensiero unico al seguito di un grande monologo”, per via del semaforo verde dato a Bush per un'eventuale azione militare contro l'Iraq (l'Unità, 10 novembre 2002). Quasi nulla, nei suoi scritti odierni, ricorda le antiche battaglie sulla questione mediorientale.
Si può capire che adesso le priorità di Colombo siano diverse. Ma è un bel paradosso che a riequilibrare un minimo la linea de l’Unità , con un articolo intitolato “La guerra giusta esiste” (5 novembre 2002), non sia stato lui, bensì un allievo della rinomata scuola politica togliattiana come Giorgio Napolitano.
Antonio Carioti da il Foglio di ieri




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